Wael Farouq

L'isl-Amico

Sottomissione

18 Gennaio Gen 2016 1547 18 gennaio 2016
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In Occidente, si sente spesso tradurre la parola islam con “sottomissione” o la parola musulmano con “sottomesso”, mentre la parola sharia è quasi sempre immancabilmente tradotta con “legge islamica”. Indubbiamente, queste traduzioni possono essere corrette nell’ambito di un certo modo di vivere la religiosità islamica. Tuttavia, sebbene di solito io ami concentrare il mio sguardo sulla religiosità dei musulmani piuttosto che sulla religione, in alcuni casi è utile e necessario rivolgere l’attenzione a quest’ultima, se si vuole giungere a una comprensione più approfondita di entrambe. È questo, appunto, il caso delle parole islam, musulmano e sharia: le diffuse traduzioni sopra menzionate sono davvero adeguate alla profondità del loro significato?

La parola araba sharia, di per sé, significa “strada nel deserto che conduce all’acqua”. La caratteristica di questa strada è quella di essere tracciata dai piedi umani che calpestano il terreno lungo il cammino verso l’acqua; e si sa che, nel deserto, l’acqua è sorgente di vita. In questo senso, dunque, la sharia è una via verso la vita che noi – l’umanità – abbiamo contribuito, e contribuiamo, a battere e tracciare con ogni passo che compiamo nel percorrerla. Non è affatto una linea tracciata a priori che ci è imposta dall’alto: è la nostra scelta e il nostro agire.

Nel Corano, il termine sharia compare cinque volte, sia nella forma di sostantivo, sia in quella di verbo, sia in quella di altri derivati. In tutti questi casi, secondo l’opinione dei vari commentari coranici, essa non possiede mai il significato di “legge”, bensì sempre quello di “strada, via”. Per esempio nel versetto: “E ti ponemmo su una via di religione: seguila dunque […]” (Co 45:18).

Pertanto, nel Corano, la parola sharia non ha il significato di legge, bensì quello di religione, procedimento e via. La sharia, nel contesto coranico, è un’eloquente metafora della religione intesa come strada divina verso la vita eterna, tracciata da persone che hanno scelto liberamente di seguirla. In tal senso, perciò, la sharia non è una legge divina da applicare alla lettera. Del resto, i versetti sulle relazioni sociali e sulle transazioni commerciali (mu’amalat), ai quali è ridotta la sharia nell’interpretazione ristretta dell’islam politico, sono solo 80 dei 6.000 contenuti nel testo coranico. La sharia è invece uno spazio d’incontro fra volontà divina e agire umano.

Nel suo significato più vasto e profondo, inoltre, la sharia è la legge onnicomprensiva della Creazione, che non include solo i pianeti, gli animali, le piante e tutto ciò che esiste, ma anche le relazioni – e la loro evoluzione – che governano l’interconnessione di tutte queste cose. Anche queste relazioni sono parte della Creazione e della volontà divina. Non sono altro che le leggi di natura per mezzo delle quali l’Universo può funzionare; le leggi della fisica e della chimica, alle quali l’Universo non può fare a meno di obbedire e sottomettersi. In questo senso, allora, l’intera Creazione è “musulmana” e anche ogni essere umano è “musulmano”, perché le sue funzioni biologiche sono soggette alla Natura e alle sue leggi. L’essere umano, tuttavia, si distingue dal resto delle creature perché, in alcuni ambiti specifici, può scegliere se obbedire e accettare la volontà divina, oppure rifiutarla, perché la sharia è la volontà di Dio per l’umanità, realizzata dall’agire umano.

Il tentativo da parte di alcuni musulmani di imporre la sharia sugli altri sembra dunque in contraddizione con la sua essenza, cioè la libertà, e con la sua motivazione primaria, cioè l’amore. La sharia non è la fine della volontà umana, ne è anzi il punto di partenza. È un invito rivolto a ogni persona a spianare, con i propri passi, la strada che conduce agli altri, che conduce lontano nell’amore di Dio e degli altri.