Benedetta Verrini

Mamma Mia

In o Out? La dura legge del rooming

4 Luglio Lug 2012 2129 04 luglio 2012
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Ho avuto tre figli in cinque anni. I primi due sono nati in un reparto dotato di nursery interna: restavano con me tutto il giorno, a eccezione delle ore di visita dei parenti e di notte, da mezzanotte alle sette.

La terza è nata cinque mesi fa in un ospedale in cui è stata abolita la nursery e viene rigidamente osservata la regola del “rooming in”, secondo cui madre e bambino sono dotati di risorse innate per affrontare insieme i primi momenti dopo il parto.

Mi sa che sono una madre snaturata. Infatti non ho trovato per niente romantica, o anche solo efficace, l’introduzione del rooming in. Ha rappresentato sicuramente un bel taglio di costi, grazie allo smantellamento delle nursery, ma mi pare si sia tradotto in un sostanziale abbandono delle mamme.

Vediamo se riesco a spiegare. Mettiamo che il parto sia andato bene: hai fatto da un minimo di tre a un massimo di trenta ore di travaglio e sei alquanto provata. Se è andata male e sei stata sottoposta al cesareo, sei anche immobilizzata e cucita.

Ti portano in reparto con la creatura. Tu nel letto, lei nella culletta. Tu sei travolta dalle emozioni e dalla fatica, vorresti riposare. Ma lei, alive&kicking, nella culletta non vuol stare. Se è giorno, il marito o il parente più prossimo sarà felice di accudirla. Se è notte, come è capitato a me, sei abbandonata al tuo destino.

Alle tre del mattino in ostetricia c’è più movimento che in una discoteca di Riccione. Se non è il tuo bambino che piange, è quello della vicina. Per questo quasi tutte le mamme scelgono di portare i bebè nel loro letto, facendo il possibile per non assopirsi. Alcune ciabattano malinconiche nei corridoi, trascinando la culletta. Altre ancora stazionano per ore nella guardiola delle puericultrici e si cimentano in maratone d’allattamento.

Ma il peggio, a mio avviso, avviene durante l’orario delle visite. Siccome non siamo in Svezia, i parenti arrivano a squadroni numerosi e vocianti. Nonni esagitati, fratellini urlanti, zii che improvvisano set fotografici, amiche che bloccano le vie di fuga parlando al telefonino e poi fiori, palloncini, panini al prosciutto…tutto dentro la tua stanza. Tutto intorno al bambino che vorresti proteggere, tenere lontano dal rumore e sì, possibilmente anche dalle malattie, almeno nelle prime ore di vita.

Non credo che il rooming in che si pratica ormai da anni negli ospedali stranieri e che viene previsto nel decalogo Unicef – Oms per favorire l’allattamento al seno sia lo stesso che ho visto realizzato nell’ospedale in cui ho partorito (dove, peraltro, ho incontrato personale molto sensibile e preparato!). Se è un modo per favorire l’intimità tra mamma e bambino, sarebbe necessario che la struttura lo supportasse e che consentisse una scelta consapevole, aiutando le madri anche a riposare, a prendere con serenità e fiducia il controllo della situazione, senza mai essere lasciate sole.