Luca De Poli

Money Mind

Social (Impact) Bond... Non è tutto oro quel che luccica...

5 Febbraio Feb 2022 1257 05 febbraio 2022
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Quando si parla di Social Impact Bond, non c’è riferimento che non faccia risalire il tutto ai primi dieci anni di questo secolo, geolocalizzandolo in una città, Peterborough, poco più piccola di Padova, a due ore di macchina a nord di Londra, famosa per la sua imponente Cattedrale neogotica.

Allora riuscirono a raccogliere 5 milioni di sterline che, come oggi, si possono tradurre in circa 6 milioni di euro.

Si racconta che per la prima volta fu introdotto il termine “PbR”, payment by results, e “SIB”, Social Impact Bond, in sintesi investimenti sociali che si finanziano sul mercato dei capitali, ovvero dei privati.

L’operazione godette di ampia enfasi, superò la Manica entrando nei salotti che contano, tra accademici, banchieri e “think tank” che vedevano in questo strumento la panacea per tutti i mali, in un’economia distorta e avara di idee.

L’operazione inglese, in poche parole, permise di risolvere un problema sociale che impattava direttamente sul territorio e sulla collettività, utilizzando i risparmi dei cittadini.

L’elemento eccezionale era riconducibile al fatto che coloro che finanziavano il progetto, sarebbero stati remunerati solo ed esclusivamente ad obiettivo raggiunto. Nella fattispecie veniva misurato “il tasso di recidiva” dei detenuti reintrodotti nella società.

Risultato atteso (e ottenuto): meno spreco di soldi pubblici, controllo dei tempi di set-up, monitoraggio dei fondi privati investiti e del successo dell’iniziativa, consapevolezza nel territorio del valore e dell’impatto progettuale, ritorno dell’investimento anche in termini economici.

A distanza di oltre 10 anni che cos’è rimasto da quella esperienza? Beh, possiamo dire che “Impact” è stato un po’ abbandonato e il residuale “social bond” è interpretato e interpretabile in più maniere.

Analizziamo, ad esempio, le ultime emissioni di Social Bond. Gli uffici delle realtà finanziarie contattate dichiarano che i fondi raccolti verranno utilizzati per sostenere le PMI, ma non sono disponibili a fornire l’elenco delle PMI e sottintendono che il più sono, “logicamente”, loro Clienti.

Borsa Italiana SpA si limita alla definizione di social bond come segue: “qualsiasi tipo di strumento obbligazionario i cui proventi vengono impiegati esclusivamente per finanziare o rifinanziare, in tutto o in parte, nuovi e/o preesistenti progetti sociali. Alcuni esempi di categorie di progetti: le infrastrutture di base (ad es. strutture per la fornitura di acqua potabile), l’accesso ai servizi essenziali (ad es. il servizio sanitario), le abitazioni economiche accessibili, la creazione di posti di lavoro anche tramite finanziamenti e micro finanziamenti alle PMI, la sicurezza e l'igiene alimentare, il progresso e rafforzamento socio-economico”.

Di fatto di social bond in questi ultimi anni, causa anche il Covid-19, ne sono stati emessi per un controvalore di miliardi, garantiti o meno dallo Stato. Anche in questo caso (vedi l’ultimo mio articolo su ESG & FINANZA SPA), il rischio di “social washing” (nel campo ESG si parla di “clean washing”) è dietro l’angolo, con business plan copiati su internet ma soprattutto con risorse e benefici che difficilmente vengono scaricati sul territorio, sulla Comunità. Si rischia pertanto che le emissioni continuino ad avere un approccio “top-down”, pilotati da coloro che sono più attenti ai profitti che non ad altri ritorni.

Pertanto, come per ogni cosa, sarà fondamentale poter misurarne l’impatto: le attenzioni sono puntate alla Commissione Europea, domus reginae delle varie bozze legislative. Questo però non deve diventare il solito alibi, il capro espiatorio capace di immobilizzare azioni, scaricando responsabilità sulle scrivanie adiacenti.

Comunque, da mia personale esperienza, alcuni anni fa una nota banca emise un’obbligazione sociale finalizzata a finanziare un’importante ristrutturazione di un ospedale del nord Italia. L’obbligazione ebbe un immediato sold out, come anche le successive ma di “impact” ci fu ben poco. Di fatto è stato “scaricato” al cliente un tasso imposto dalle logiche di profitto delle banche, quindi ridimensionato rispetto al mercato, mentre è stato destinato dalla banca alla realtà beneficiaria un piccolo pezzettino di interessi. Facile capire che l’istituto di credito di turno possa godere dei seguenti ritorni:

  • a livello reputazionale,
  • può scaricare la possibilità di default al cliente che incassa tassi d’interessi inferiori rispetto al rischio preso,
  • gode dei benefici fiscali riservati dalla legge a chi dona.
  • fidelizza con l’investitore (operazioni di durata superiore ai 5 anni, spesso illiquide) e con il beneficiario della donazione (riconoscenza)

In sintesi, una bella operazione di marketing finanziario ben lontano dallo schema impact. Abbiano il dovere e il coraggio di chiamarle con il loro nome: obbligazioni bancarie.

Concludendo, un social impact bond per essere tale deve coinvolgere e avere come attori: la Comunità (il territorio), la Pubblica Amministrazione, realtà non profit e una struttura di project manager che coordini e sia responsabile dell’intero processo progettuale e del successo di quanto pianificato tramite business plan. Quest’ultima figura deve poter essere monitorata e misurata step by step da soggetti terzi, Un sogno? Più difficile raccontarla che farla, anche se bisogna sterilizzare fin dall’inizio le forti pressioni, le forti spinte degli interessi privati e politici che, come il miele, verrebbero attirati per condizionare e intercettare il flusso di danaro in entrata.

Se avete qualche caso di “Social Impact Bond” da imbastire o da raccontare, non esitate a contattarmi...

“Oggi l’economia è fatta per costringere tanta gente a lavorare a ritmi spaventosi per produrre delle cose, per lo più inutili, che altri lavorano a ritmi spaventosi, per poter comprare, perché questo è ciò che dà soldi alle società multinazionali, alle grandi aziende, ma non dà felicità alla gente. Io trovo che c’è una bella parola in italiano che è molto più calzante della parola “felice”, ed è “contento”, accontentarsi. Uno che si accontenta è un uomo felice.” Tiziano Terzani (1938 - 2004)