Luca De Poli

Money Mind

Social Impact Bond - C'è anche dell'oro (seconda parte)

23 Aprile Apr 2022 1815 23 aprile 2022
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C’eravamo lasciati con “non è tutto oro quel che luccica”, un post che ha generato una serie di reazioni interessanti.

Queste, riassumendole, si dividono in due macro categorie: gli increduli e gli arrabbiati!

Gli increduli chiedono il perché se ne parli così poco, mentre gli arrabbiati chiedono sempre la ragione per la quale se ne parli così di rado, ma aggiungono un’esclamazione: mannaggia, si deve far di più!

Ho deciso allora di bussare alla porta del Segretario Generale del Social Impact Agenda per l’Italia. Advisor di Human Foundation, il Dr Filippo Montesi da anni è impegnato nello studio e nella ricerca di tematiche riguardanti il Terzo Settore, pubblicando fin dal 2010 testi che sono già diventati un riferimento per il mondo del non profit.

Ci puoi riassumere che cos’è la Social Impact Agenda per l’Italia e chi la gestisce

Social Impact Agenda per l’Italia (SIA) è il network italiano degli investimenti e della finanza a impatto. È stata fondata nel 2016 da Human Foundation insieme ad altre organizzazioni leader nel settore della finanza a impatto, per dare continuità all’esperienza dell’Advisory Board Italiano della Social Impact Investment Task Force (SIIT), , costituita durante la Presidenza britannica del G8 nel 2013. L’Associazione ha l’obiettivo di promuovere lo sviluppo e la diffusione della finanza a impatto in Italia e all’estero, dimostrando che è possibile realizzare una nuova economia che integri sostenibilità economica e impatto ambientale e sociale positivo. A questo scopo svolge attività di advocacy e ricerca, comunicazione e networking.

Oggi Social Impact Agenda per l’Italia riunisce 25 organizzazioni - investitori, imprese sociali, centri di ricerca e istituzioni filantropiche - rappresentando una piattaforma in cui convergono idee, proposte e sperimentazioni per nuovi modelli di attrazione di capitali e collaborazioni sugli investimenti a impatto.

L’Associazione è presieduta da Giovanna Melandri, già Ministro per i Beni e le Attività Culturali e presidente del Museo Maxxi e di Human Foundation. Dal 2020 ho il privilegio di coordinare le attività dell’associazione in quanto Segretario Generale. Il nostro è un lavoro di squadra, rispondendo alle istanze dell’Assemblea dei Soci e collaborando strettamente con il Comitato Scientifico, composto da docenti e ricercatori di alto profilo culturale e tecnico.

Ci racconti una best e worst practice su questi temi?

Esistono molte buone pratiche di investimento a impatto nel mondo e anche in Italia, segno del fatto che è possibile realizzare un’economia guidata non solo dal profitto ma anche da obiettivi di impatto ambientale e sociale. Proprio in questi mesi, abbiamo avviato un lavoro di selezione e catalogazione delle migliori pratiche di investimenti a impatto in Italia, per poterle diffondere e valorizzare. Alcuni tratti ricorrenti di queste buone pratiche sono la capacità di individuare e rispondere ai bisogni sociali degli stakeholder, l’audacia nello sfidare il senso comune e innovare, il grado di partecipazione e coinvolgimento degli stakeholder, il radicamento sul territorio affinché il valore prodotto sia percepito da più stakeholder, il rigore nella misurazione dell’impatto prodotto. Racconteremo presto alcune di queste storie su Vita, con cui abbiamo avviato un progetto editoriale. Una volta al mese, a partire da maggio, presenteremo una buona pratica italiana di investimento a impatto, da una parte analizzando in maniera più tecnica quali sono i soggetti promotori, gli strumenti utilizzati, le metriche scelte e i risultati raggiunti; dall’altra raccontando, attraverso una serie di interviste ai beneficiari degli investimenti, come si realizzano concretamente i progetti a impatto e in che modo ricadono positivamente sulle comunità.

Per quel che riguarda le pratiche peggiori, direi che sono quelle estrattive di valore e che millantano un impatto positivo senza avere dati e informazioni a supporto, il cosiddetto impact washing. È essenziale misurare l’impatto degli investimenti per essere trasparenti e responsabili verso gli stakeholder e per poter massimizzare il valore sociale prodotto nel lungo periodo. La valutazione degli impatti è uno degli aspetti che definiscono la stessa finanza a impatto, oltre all’intenzionalità di generare impatti positivi e alle aspettative di rendimento finanziario.

L’approccio impact alla finanza non vuole, e non deve, rimanere nicchia di mercato. L’approccio può essere adottato da qualsiasi istituzione finanziaria o azienda che assume nella propria funzione obiettivo non solo la massimizzazione del profitto ma anche la generazione di valore ambientale e sociale. Produrre profitti in una casa, il mondo, che brucia per guerre, pandemie e catastrofi climatiche appare assurdo anche da un punto di vista economico. Fare investimenti o impresa a impatto significa avviare un percorso di cambiamento. È urgente che tutti facciamo il primo passo in questa direzione.

Dove pensi ci possa essere maggior rischio di “impact washing”

Non credo ci sia un settore più esposto di altri all’impact washing. Questo rischio può sussistere in qualsiasi settore, quando l’impatto non è misurato e verificato. Se un’azienda dichiara di generare un impatto sociale positivo, deve poterlo dimostrare attraverso i dati e soprattutto attraverso le azioni concrete messe in campo per minimizzare gli impatti negativi e accrescere quelli positivi.

Per questo Social Impact Agenda per l’Italia sta lavorando, insieme ad altre organizzazioni nazionali e internazionali, e alla stessa Commissione Europea, per armonizzare e trovare una convergenza rispetto ai principi e ai metodi misurazione, al fine di giungere a un linguaggio condiviso che integri l’informazione finanziaria e quella non finanziaria.

Alcune iniziative a mio avviso particolarmente importanti sono l’International Sustainability Standards Board (ISSB), risultato della COP26, che sta sviluppando degli standard internazionali di sostenibilità per le informative nei mercati di capitali. Mentre nell’ambito della contabilità è apprezzabile lo sviluppo degli Impact Weighted Accounts da parte di Harvard Business School, ovvero metriche che consentono la monetizzazione degli impatti ambientali e sociali, sia positivi che negativi, per le attività economiche in diversi settori. Più nello specifico le norme di misurazione dell’impatto definite dall’Impact Management Project per investitori e aziende sono ormai riconosciute come essenziali per un corretto processo di analisi. Una valutazione d’impatto chiara e trasparente è l’unico antidoto all’impact washing.

Quali sono i Paesi più virtuosi e che cosa dovrebbe fare l’Italia per colmare i vari gap nel campo del SIB?

Negli ultimi anni il mercato degli investimenti a impatto è cresciuto molto velocemente: tra il 2018 e il 2019 gli asset under management sono cresciuti da 502 a 715 miliardi di dollari, secondo stime del GIIN-Global Impact Investing Network. IFC del gruppo della Banca Mondiale stima per il 2021 un valore di oltre 2.000 miliardi di dollari a livello globale. Anche in Italia osserviamo una tendenza positiva: in base ai dati raccolti da Tiresia nell’Impact Outlook 2019, il totale dei capitali impiegati in operazioni di finanza a impatto in Italia a partire dal 2006 ha raggiunto gli 8.031,2 milioni di euro nel 2019, di cui 1.263,4 milioni di euro in forma di asset gestiti da operatori di equity. Presto Social Impact Agenda per l’Italia potrà fornire un aggiornamento sui valori del mercato italiano grazie a una partnership avviata con Tiresia, EVPA e GSG.

Fra i paesi più virtuosi citerei la Francia, per una misura che si è rilevata particolarmente efficace nello sviluppo del mercato impact nazionale: la cosiddetta Legge 90/10, introdotta nel 2001 ed estesa nel 2008 a tutti i piani aziendali di risparmio. Tutti i gestori di questi piani devono offrire almeno un prodotto 90/10, che allochi da un minimo del 5% al massimo del 10% degli attivi in imprese sociali. Al 31 dicembre 2019 esistevano ben 68 fondi denominati 90/10, che raccoglievano oltre 11 miliardi di euro.

Per quel che riguarda nello specifico lo sviluppo dei Social Impact Bond (SIB), occorre invece menzionare la Gran Bretagna, primo paese a promuovere lo strumento del SIB, che ne annovera oggi ben 69, i Paesi Bassi che ne hanno sviluppati 15, il Portogallo 13 e ancora una volta la Francia con 11. La loro esperienza ha dimostrato che per lo sviluppo di un SIB e, più in generale, per la promozione della finanza a impatto è indispensabile innanzitutto una solida partnership fra settore pubblico e privato: la Pubblica Amministrazione gioca un ruolo dirimente in qualità di partecipante, facilitatore e regolamentatore del mercato, da qui l’importanza di un suo coinvolgimento. Social Impact Agenda per l’Italia sta lavorando da tempo e con impegno per la costruzione, anche in Italia, di una partnership fra settori. Affinché si realizzi, innanzitutto sarà importante, in questi anni, accrescere le competenze della PA, perché sia in grado di commissionare obiettivi e risultati sociali, stimare il valore finanziario e sociale dei risultati raggiunti, gestire partenariati complessi e accogliere l’innovazione. E sarà importante trovare un champion all’interno del governo, un interlocutore convinto che si faccia promotore di questo nuovo modello economico, più giusto, sostenibile e inclusivo.

Futuro e next steps in Europa e in Italia

Il futuro della finanza a impatto italiana è europeo. Come paese necessitiamo di politiche industriali che identifichino l’economia sociale come un settore strategico, il quale necessita di investimenti e politiche coerenti e consistenti. Da questo punto di vista il Social Economy Action Plan, sviluppato dalla Commissione Europea, è fondamentale e può ispirare una serie di politiche coerenti a livello nazionale. L’action plan non investe solo risorse finanziarie ma interviene anche sullo sviluppo di capacità e competenze del settore in ottica di investment readiness e di misurazione dell’impatto.

Anche il PNRR italiano è legato alla programmazione europea. Non abbiamo sfruttato a sufficienza le opportunità di questi fondi per introdurre logiche di pagamento per risultato (meccanismo di Pay by Result), e più in generale di criteri di sostenibilità ex-ante ed ex-post nell’allocazione e nella gestione delle risorse pubbliche e private.

Dovremmo anche fare una riflessione seria e profonda sulle implicazioni dei regolamenti europei in materia di finanza sostenibile, a mio avviso non adeguati a valorizzare la finanza a impatto, che presenta caratteristiche di innovazione e trasformazione sociale che vanno ben oltre le indicazioni dell’art. 9. Si rischia di annacquare le peculiarità dell’approccio impact in un mare magnum di prodotti finanziari che hanno poco impatto.

Molte delle implicazioni positive della riforma italiana del terzo settore, in particolare il pacchetto fiscale, dipendono dalle autorizzazioni comunitarie. Perché queste si realizzino è necessario che il nostro governo chiarisca la propria posizione e spieghi alla Commissione Europea in maniera chiara e coerente le motivazioni di queste misure per evitare eventuali infrazioni.

Infine, dobbiamo approfondire non solo l’infrastruttura di dati sull’impatto, in particolare rispetto alla S (Social), ma soprattutto la cultura e le competenze della valutazione d’impatto nelle istituzioni finanziarie e nelle aziende. I dati di impatto devono essere discussi insieme ai CFO, COO, CEO influenzando le decisioni di business.

Mi congedo dal Dr Filippo Montesi con il suo biglietto da visita in mano…”Social Impact Advisor”…ecco cosa renderei obbligatorio nelle aziende, nei media, a scuola, un corso che racconti il ruolo strategico che può avere un Advisor in questo campo, capace di distinguere il “washing” dal puro valore per il territorio, per la Comunità. Comunque, Dr Montesi, non è finita qui: mi piacerebbe avviare un’iniziativa ad impatto…diamo il via al recruiting di risorse e idee, scrivetemi!!