Simone Feder

No Slot

Giocare a scacchi con Alessia

13 Febbraio Feb 2018 1908 13 febbraio 2018
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Riguardando il diario delle mie settimane e dando uno sguardo all’organizer, rivedo segnato l’appuntamento con Alessia. L’ho incontrata circa due anni fa, quando, con il papà e la mamma è venuta a trovarmi.

Mi ricordo il suo sguardo, la sua ricerca di attenzione, la sua bella curiosità.

Da qualche anno all’interno della sua famiglia stava succedendo qualcosa che anche lei non riusciva a capire. Papà era malato d’azzardo, continuava a spendere tutti i soldi dedicandovi molto tempo, con le macchinette infernali.

Mamma non ce la faceva più. Lo aveva già portato da un dottore molto bravo che gli aveva dato delle medicine, ma… ora dopo l’ennesima ricaduta, mamma era disperata.

Papà quel gioco era anche stato licenziato dal lavoro perchè erano successe delle cose che non dovevano succedere e ciò aveva creato molta preoccupazione alla mamma e anche a lei.

Quel giorno li incontrai nel mio ufficio e sin da subito la situazione era chiara: Massimo, il papà, per riprendersi in mano la vita, doveva entrare in comunità.

La mamma che da sempre le era accanto, vedeva quella soluzione come una cosa opportuna e giusta: la residenzialità era l’unica speranza per staccarlo da quest’ipnosi micidiale. L’unica speranza per permettere di continuare a sperare.

Quel pomeriggio incontrai Alessia per cercare di spiegarle che cosa significava far entrare il papà in una struttura chiamata comunità, in una struttura di cura dove ci sono persone che non hanno il camice bianco, ma comunque sono dei dottori. Dei dottori che si sarebbero occupati del suo papà, che avrebbero cercato di curarlo e aiutarlo...

La portai all’interno dei laboratori lavorativi della comunità, spiegandole che la medicina per curare papà era diversa da quella degli ospedali e da ciò che facevano i dottori con i camici bianchi.

Cercai di rassicurarla nei suoi 8 anni, la portai in ufficio e giocai con lei a scacchi, un gioco a cui fin da piccola aveva imparato a giocare.

Quel giorno avevo accanto a me una bambina che, mentre muoveva le pedine, mi chiedeva tante cose sul mondo dei grandi. I suoi pensieri erano tantissimi e irrefrenabili.

Non finimmo la partita perché la mamma doveva rientrare al lavoro… promisi alla piccola Alessia che avremmo continuato la prossima volta.

Massimo è entrato in comunità e il suo percorso è stato ottimo.

Ora dopo quel lontano incontro, Alessia mi ha chiesto di continuare la partita. Ha chiesto a papà di tornare a giocarsi la partita.

Oggi alle 14.00 l’appuntamento, gli scacchi sono pronti.

Sono certo che sarà un momento importante. La vittoria Alessia l’ha già raggiunta. Lei che ha dovuto sobbarcarsi pensieri che avrebbe preferito non portare, lei è stata il collante di tutto.