Simone Feder

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Droga, la punta dell'iceberg

10 Giugno Giu 2018 1012 10 giugno 2018
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È degli ultimi giorni la “Relazione europea sulla droga 2018: tendenze e sviluppi”, pubblicata dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze che descrive una situazione allarmante rispetto la diffusione dell’uso di sostanze anche all’interno di luoghi quali ospedali, carceri e scuole in particolare per quanto riguarda la popolazione giovanile.

Questo documento riporta un incremento esponenziale dei costi sociali e, soprattutto, un preoccupante atteggiamento conciliante e poco attento da parte della società in generale in merito a tale fenomeno.

Facile davanti a questi numeri indignarsi e gridare allo scandalo, lamentarsi perché mancano risorse e strutture, cercare ovunque un colpevole e un alibi per giustificare le nostre mancanze di adulti.

Come addetti ai lavori, ma prima di tutto come uomini, non possiamo non domandarci come e perché si è arrivati a questa situazione, ma soprattutto come e perché è necessario intervenire.

Sempre più incontro giovani che vivono un malessere impregnato di insoddisfazione verso la vita e che spesso trovano nelle sostanze, in particolar modo in questo ultimo periodo nell’eroina, una pseudorisposta ai tanti interrogativi di senso.

Dai dati raccolti dal “Centro Studi Semi di Melo” nell’anno scolastico 2017/2018 all’interno di 89 istituti secondari di secondo grado, nell’ambito dell’indagine sugli stili di vita giovanili progetto ‘Selfie’, emerge che, diversi dei circa 15.000 studenti intervistati, considerano l’utilizzo di sostanze come una strategia per affrontare momenti difficili: 23% rispetto all’alcol, 14% cocaina, 15% eroina e 8% cannabinoidi. In merito a quest’ultima sostanza emerge che solo il 67% dei giovani la ritiene dannosa e il 15% la considera un modo per tranquillizzarsi, effetto che il 48% dice di ricercare anche nell’uso di cibo.

Siamo quindi di fronte ad una generazione che cerca risposte al proprio malessere rifugiandosi in comportamenti rischiosi e disfunzionali, dei quali fatica a riconoscere le pericolosità e per i quali non interverrebbe di fronte ad un amico che li mette in pratica (solo il 37% afferma che interverrebbe davanti ad un amico che utilizza cannabinoidi, il 12% nel caso di uso di alcol e il 67% vedendolo usare di altre sostanze).

Davanti a questi giovani che affermano nel 57% dei casi di preferire trascorrere il loro tempo ‘in giro’, di ubriacarsi almeno una volta al mese (17% dei giovani), di essere disposti a cambiare se stessi per piacere agli altri (52% delle femmine ed il 44% dei maschi), dove troviamo il mondo adulto?

Le risposte vanno cercate partendo da ciò che loro ci dicono.

Per molti giovani, parlare con le figure adulte risulta essere una perdita di tempo (11% madre, 16% padre, 37% professori, 33% psicologo, 37% altri adulti) o addirittura ci dichiarano di vergognarsi nel confidarsi con loro (12% madre, 20% padre, 30% professori, 14% psicologo, 24% altri adulti).

E allora chiedo, come poter entrare nel loro mondo se non sappiamo essere figure di riferimento valide, ricercate, importanti?

Le vere domande quindi, davanti a questi dati che mettono l’Italia ai primi posti in Europa rispetto al consumo di sostanze, devono essere rivolte al nostro ruolo di adulti, ai nostri metodi dell’esserci con loro e alla nostra idea di prevenzione.

I giovani di oggi, spesso dipinti come allo sbando e privi di risorse personali, sono i figli dei genitori di oggi, impregnati di permissivismo e incapaci di dare, e mantenere, paletti e regole ferme e stabili.

I servizi preposti, le comunità, le agenzie educative non possono esimersi da una seria revisione dei propri obiettivi, dei propri metodi e dell’utilizzo che fanno delle risorse ad oggi disponibili. Prima di chiedere potenziamenti, risorse, dobbiamo iniziare a chiederci cosa potenziare e come farlo. Se non siamo in grado di cambiare il nostro sguardo, l’aumento di risorse diventa inutile e relativo.

Pretendere di dare risposte adeguate offrendo servizi, progetti, strategie legate ad una società ormai radicalmente cambiata non è la soluzione. Oggi è fondamentale capire, conoscere e sentire il mondo dei giovani, i desideri che portano nel cuore e, in modo critico e consapevole, mettere in discussione i nostri ruoli e le nostre professioni.

I giovani non si agganciano proponendo progetti e programmi metodologicamente perfetti ma umanamente vuoti e standardizzati su una popolazione che ormai non li rappresenta.

C’è bisogno di testimoni credibili, disposti a mettersi in gioco e a modificare credenze, abitudini e azioni ormai desuete e non incisive. Testimoni che non indietreggiano davanti ai mille colori e alle mille sfaccettature della sofferenza umana. Testimoni capaci di aggredire il disagio in fretta in modo da lasciare poco tempo perché si radichi nella vita di quel giovane lasciando segni più in profondità.

Se non siamo disposti noi per primi ad abbandonare i nostri schemi, acquisire nuove consapevolezze ed effettuare scelte operative che tengano realisticamente conto del mondo che ci circonda, come potremo chiedere a loro di farlo? I giovani ti scomodano, ti mettono in crisi, ti lanciano sfide, ti chiedono molto… ma non è forse questo che chiediamo noi a loro? Mettersi in crisi, rischiare, accogliere la sfida, cambiare… e come possiamo chiedere a loro di farlo se noi per primi non siamo disposti a metterci in gioco in questo modo?