Simone Feder

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Il momento giusto

7 Febbraio Feb 2019 1837 07 febbraio 2019
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Penso a Marco e ai suoi genitori. Ricordo quando lo incontrai quella mattina, sul suo volto molta tristezza mista a stanchezza e noia nei confronti di una vita sentita profondamente pesante. Ricordo di avergli detto: 'in te sicuramente c’è anche dell’altro, ci sono risorse e interessi che puoi farmi conoscere'. Provammo in tutti i modi ad aiutarlo.

I suoi genitori erano persone sempre presenti, con una certa posizione nella vita e con una sana educazione e cultura. Non sapevano e non si spiegavano perché il loro figlio si fosse perso e avesse cominciato a bucarsi di eroina. Le prime tracce lasciate nella sua stanza come Pollicino erano un grido di aiuto, preludio all'apertura di uno spiraglio per essere aiutato. Abbiamo cercato di rinforzare in lui con tutte le attenzioni quella speranza e fiducia verso la vita, ma ciò non è bastato. Quel sabato e domenica passato con la famiglia a vivere in sana allegria era preambolo di qualcosa di significativo. Il lunedì mattina, dopo aver salutato i genitori per recarsi ad una lezione in università, è sceso alla fermata della metrò di Rogoredo per prendere il passante ferroviario in direzione Pavia e qualcosa è scattato… qualcosa lo ha portato ancora là, in quel bosco maledetto. Ha preso la sua dose e, salito sul passante, con tutta la forza della sua disperazione, si è iniettato un grammo di eroina che non prendeva da mesi. L’unica sua fortuna: la scarsa qualità di droga che aveva un basso principio attivo.

Marco si è ritrovato nella rianimazione di un ospedale, preso per i capelli da alcuni giovani che, accortisi di quanto stava accadendo, hanno avvisano il capo treno di quel vagone dell’ultimo suo viaggio. Che rabbia e che fatica come operatore dopo tutti i mesi in cui ti sei occupato di lui e che tormento pensare anche come aiutare quei genitori a reggere il peso e la disperazione mentre lo osservano intubato in quel letto di ospedale, il loro prezioso figlio che voleva chiudere con la vita.

E allora che fare? Il disagio non può vincere, dobbiamo trovare le chiavi giuste che ci permettano di entrare in quella disperazione che sempre più non ci fa vedere i confini.

Portare ai giovani non tanto il concetto di vivere per una ragione, ma una ragione per cui vivere.

Stare con loro, esserci nel loro mondo, esserci soprattutto quando loro ti cercano, questo deve essere il nostro impegno: essere pronti quando succederà e preparati a coglierne i segni.

Non sappiamo quando un giovane può accendere la lampadina del cambiamento ma preoccupiamoci di esserci quando è in ricerca dell’interruttore.

Dobbiamo sicuramente allenarci e formarci ad avere uno sguardo che permetta di andare oltre l’orizzontalità umana che spesso vede, ma fatica a capire e comprendere.