Sergio Marelli

Non governativo

I cittadini europei e la solidarietà

18 Ottobre Ott 2012 1713 18 ottobre 2012
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Nell’ambito degli European Development Days (Bruxelles 16-17 ottobre), la manifestazione che ogni due anni viene organizzata dalla istituzioni comunitarie per discutere di sviluppo e di cooperazione internazionale, il Commissario allo Sviluppo Andris Piebagls ha presentato i risultati dell’Eurobarometro sulla solidarietà dei cittadini europei con i Paesi poveri. Questa rilevazione demoscopica che ogni anno raccoglie ed analizza le reazioni dei cittadini UE nei confronti delle principali politiche settoriali dell’Unione, è sicuramente divenuto uno degli strumenti più efficaci per gli addetti ai lavori al fine di orientare strategicamente le proprie attività e i propri comportamenti nei confronti dell’opinione pubblica europea e dei 27 Stati membri della UE.

Infatti, ad esempio, percorrendo i dati di questa edizione 2012, chi opera nella solidarietà internazionale e nello sviluppo globale potrebbe essere confortato dal fatto che circa l’85% dei 500 milioni di abitanti nei 27 Paesi UE continua, nonostante la crisi,  a ritenere giusto che la UE, e quindi i suoi Stati membri, si impegni nell’Aiuto ai Paesi poveri. Opzione questa articolata con importanti orientamenti qualitativi come la priorità assegnata ai diritti umani (34%), all’istruzione (33%), alla sanità (32%) e alla crescita economica e al settore agricolo entrambi attestai su un 29% del campione.  O ancor di più essere rincuorati dal fatto che ben il 61% degli europei consideri necessario aumentare gli stanziamenti per la cooperazione internazionale, soprattutto quelli destinati ai Paesi più fragili, in situazione di conflitto o vittime di catastrofi naturali: un modo eloquente per sottolineare la priorità voluta per le situazioni di maggior povertà e miseria presenti nel mondo.

Sono dati evidenti che dovrebbero in qualche misura condizionare le scelte delle politiche nazionali e comunitarie che, al contrario, continuano a ruotare attorno al mantra della riduzione della spesa pubblica e alle politiche di austerity. Ne è prova il fatto che mentre il Parlamento Europeo si è già pronunciato in favore di un aumento delle risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo per la prossima programmazione finanziaria 2014-2020, il Consiglio dei Ministri europeo rimane fermamente arroccato su posizione opposte, lasciando presagire ulteriori tagli finanziari alla già scarse risorse allocate negli anni passati.

Ma forse sarebbe molto più proficuo ed interessante accentrare l’attenzione degli operatori di settore su altri dei moltissimi dati forniti dall’Eurobarometro.

Ad esempio su quelli inquietanti che registrano una percentuale del 44% di cittadini che “nulla sanno” circa la destinazione delle risorse allocate per lo sviluppo de Paesi dei Sud del mondo alla quale si aggiunge un 30% che dichiara di “saperne ben poco”. Forse istituzioni e società civile dovrebbero affrontare con determinazione una simile situazione, convincendosi del fatto che l’ignoranza, o se si vuole la poca trasparenza e l’assenza di accountability, ben presto potrebbero portare ad una drastica diminuzione del sostegno popolare che ancora oggi sembrerebbe godere il settore. Le tante ridondanti parole e teorie spese in favore di maggior trasparenza e di accresciuta partecipazione, stridono fastidiosamente con il dato impietoso emerso dal sondaggio. Tanto più se si considera che corruzione (53%) e malgoverno (41%) occupano i primi posti nella graduatoria delle cause ritenute responsabili della inefficacia dell’Aiuto erogato, surclassando i conflitti e le guerre che si attestano su un più basso 33%.

O ancora fare tesoro, nella definizione delle strategie di coinvolgimento e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, della rilevazione che ci consegna un quadro di grande disinformazione circa il ruolo giocato dal settore privato nelle politiche e nelle azioni di sviluppo dei Paesi poveri. Non senza sorpresa, solo il 27% degli intervistati pensa che le multinazionali e le imprese occidentali “sfruttino” le risorse umane e ambientali dei Paesi dei Sud e addirittura un misero 21% ritiene che soggetti del settore privato siano implicati in fenomeni e percorsi legati alla corruzione. L’evidenza dei fatti, comprovata dalle molte campagne attivate dalle ONG su questo argomento, è tale che interroga circa la reale capacità di incidere sulla consapevolezza degli individui, di fornire percorsi efficaci per una loro formazione e di predisporre strumenti adeguati ad una loro sensibilizzazione rispetto alle problematiche dell’interdipendenza e della globalizzazione delle economie e dei mercati.

Oppure riflettere su come, alla controprova dei fatti, i noti e in parte comprensibili atteggiamenti individualisti un po’ tipici della cultura europeo-occidentale si traducano in un sostanziale ex equo tra chi è disposto a mettersi in gioco personalmente, ad esempio acquistando prodotti equo-solidali e biologici anche se più costosi (fino al 70% in Svezia, Olanda e Finlandia) o dichiarandosi pronto ad un aggravio delle imposizioni statali per sostenere gli Aiuti ai Paesi poveri (44% del campione), e chi al contrario non manifesta alcuna propensione a sopportare ulteriori sacrifici. Ciò che preoccupa è quel 18% del campione dell’indagine (il 7% in più rispetto al 2011) che ritiene più che giustificati i tagli all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo considerando la situazione di crisi in cui vertono un po’ tutte le economie del vecchio continente motivo sufficiente per legittimare tale scelta dei governi in carica.

L’Eurobarometro sulla solidarietà degli europei nei confronti dei Paesi poveri resta una bussola di grande utilità soprattutto in questi  tempi di drastico riassetto dei sistemi sociali, dei rapporti tra no profit e istituzioni e delle relazioni tra pubblico e privato. La doverosa critica mossa ai decisori politici da molti dei rappresentanti di società civile appena appresi i dati del sondaggio circa l’incoerente retorica della sovranità popolare da essi usata nelle parole, ma continuamente disattesa nei fatti, non deve tradursi in un atto di autoaccusa implicita per i dirigenti delle organizzazioni di terzo settore che dovrebbero al contrario dimostrare capacità di reazione adeguate. Saper leggere la realtà, interpretare le tendenze dei propri territori di appartenenza, intercettare i bisogni e le carenze in vista di responsabilizzazione e di partecipazione consapevole delle rispettive comunità di riferimento, significa, a mio avviso, ritrovare o consolidare quel radicamento popolare del quale molti si fregiano non sempre a giusto titolo, a volte indebitamente.