Sergio Marelli

Non governativo

I contadini africani potrebbero sfamare il mondo se....

6 Settembre Set 2016 1113 06 settembre 2016
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« Un agricoltura rispettosa del clima, è un approccio che guida le azioni necessarie e riorienta i sistemi agricoli al fine di sostenere efficacemente lo sviluppo e assicurare la sicurezza alimentare in un clima in mutamento”. Questo l’incipit del recente rapporto pubblicato dalla NEPAD (New Parterniship for Africa’s Development) – il braccio tecnico dell’Unione Africana – nel quale ci si chiede se  il continente africano potrebbe sfamare il mondo.

Visto che il 65% delle terre fertili non coltivate a livello mondiale, il 10% di risorse rinnovabili di acqua dolce e tenuto conto dell’incremento produttivo in agricoltura che negli ultimi 30 anni ha registrato un più 160%,  investire nella produzione agricola dei Paesi africani resta una via ineludibile per rispondere alle proiezioni demografiche dei prossimi decenni. Solo con un sostanziale contributo dell’agricoltura africana si potrà far fronte ad una popolazione mondiale stimata in 9 miliardi di persone nel 2050.

Tuttavia, questa convinzione della NEPAD rimane oggi una mera speranza, se non una chimera. La stessa Associazione della Unione Africana riconosce gli enormi ostacoli e le difficoltà che ancora impediscono un incremento di produzione alimentare significativo ed adeguato. Innanzitutto, secondo il rapporto NEPAD, le innumerevoli barriere e regole doganali, alquanto disordinate e incongruenti, e gli ostacoli alla libera circolazione di merci e persone. Solo 13 Stati sui 55 totali del continente, ad esempio, consentono la circolazione delle persone senza obbligo di visto all’entrata. Oltre a non facilitare le trattative commerciali, si afferma nel rapporto, le lungaggini e le complicazioni alle dogane sono la maggior causa di perdite importanti di prodotti per deperimento e contaminazione.  I Paesi che godono di zone di scambio agevolato, come ad esempio la Comunità di Sviluppo dell’Africa australe e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, sono esempi da rafforzare e seguire pur tuttavia alquanto tutt’ora insufficienti.

Il costo dei trasporti, in gran parte dovuti allo stato precario di buona parte delle vie di comunicazione, e le scarse ed inefficienti infrastrutture di stoccaggio sono per tutti i Paesi un enorme scoglio e assumono dimensioni terrificanti per gli Stati senza accesso diretto al mare. L’insufficienza dei silos di stoccaggio per le derrate alimentari, soprattutto nei proti di grande traffico, e le vetuste tecniche di conservazione dei prodotti, riconosce anche la FAO, fanno registrare perdite economiche stimate in 4 miliardi di dollari all’anno. Oltre che un problema economico, stando a quanto afferma il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, anche sul piano umanitario queste inefficienze assumono tratti drammatici. Così, ad esempio, la non sufficiente capienza del porto di Djibouti ha determinato la permanenza per settimane nelle stive delle navi di 450.000 tonnellate di alimenti destinati alle popolazioni dell’Etiopia vittime della siccità di inizio 2016.

Infine, osserva il rapporto NEPAD, la questione della disponibilità di adeguate risorse economico-finanziarie completa il quadro di una situazione con grandissime potenzialità, ma tuttora bloccata da meccanismi e ostruzionismi conosciuti quanto irrisolti. La corruzione resta una delle maggiori piaghe da combattere insieme alla deviazione di fondi e finanziamenti per scopi diversi da quelli originari. Se a ciò si aggiungono le ancora timide iniziative per l’accesso al credito, in particolare dei piccoli produttori che costituiscono oltre l’80% della popolazione produttiva in agricoltura, facile comprendere come solo una solida e urgente inversione di rotta nelle politiche nazionali e ancor più internazionali potranno liberare energie e risorse indispensabili all’Africa, ma sempre di più a tutto  il mondo.