Sergio Marelli

Non governativo

"Paradise papers": scandalo per chi?

6 Novembre Nov 2017 1214 06 novembre 2017
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Lo scandalo dei “paradise papers” denunciato sulle prime pagine dei giornali di questi giorni dovrebbe interrogare sui reali motivi e sulla tempistica dell’emersione di una simile notizia, piuttosto che sollevare falsi pudori per un fatto risaputo da tempo.

Che personaggi influenti della politica e dello’economia internazionale, finanzieri, attori e VIP, insieme ovviamente a professionisti dell’evasione fiscale, faccendieri e organizzazioni criminali delle più svariate, investissero le proprie fortune nei cosiddetti Paradisi Fiscali è cosa risaputa. Così come è altrettanto risaputo che la fuga di capitali verso questi Paesi sia la maggior causa dei mancati introiti dei sistemi tributari nazionali, tanto che il National Bureau of Economic Research stima che in essi siano depositate somme pari a poco meno del 10% del PIL mondiale.

Già diversi anni orsono, Pietro Grasso, all’epoca Procuratore antimafia, dalle colonne del Sole24ore stigmatizzava la non volontà delle autorità di controllo italiane di porre fine all’enorme evasione fiscale ammontante a svariati miliardi di Euro. Grasso, infatti, sosteneva con disarmante evidenza come la lotta all’evasione dovesse iniziare con la consegna alle autorità di controllo da parte di Banca Italia delle liste delle filiali delle Banche italiane autorizzate dalla stessa ad aprire, direttamente o mediante triangolazioni, succursali nei Paesi ove ancora vige il segreto bancario e nei quali le agevolazioni per i capitali stranieri importati garantiscono agli investitori smisurati risparmi rispetto ai regimi tributari dei rispettivi Paesi di provenienza. La continua evocazione di misure di lotta all’evasione senza aggredire questo fenomeno che rimane quantitativamente il più rilevante, anche secondo Grasso, evidenzia retorica e implica inefficacia.

Da sempre, il vero problema resta l’abolizione di questi buchi neri della finanza internazionale che sfuggono ad ogni controllo da parte di qualsivoglia autorità, ma che tanto fanno comodo a ricconi di varia natura che, spesso, coincidono con chi avrebbe il potere, e il dovere, di ricondurli a regole e comportamenti corretti e trasparenti.

Nessuno stupore, quindi, da parte mia nel ritrovare sui media di oggi nomi conosciuti, apparentemente insospettabili e di persone ritenute “per bene” tra quelli scoperti come grandi evasori e solerti fruitori dei regimi defiscalizzati sparpagliati in Europa e nel resto del mondo. Piuttosto, un rinnovato imbarazzo e un crescente disappunto nel riflettere come personaggi come Soros, Madonna e ancor più Bono siano tutt’ora in altre sedi elogiati come benefattori e sostenitori di giuste cause. Le grandi elargizioni del finanziere e le sue battaglie in favore dello sviluppo dei Paesi poveri, i progetti umanitari sostenuti dalla cantante italo americana e l’impegno dell’ex leader degli U2 per la campagna a favore della cancellazione del debito, così pubblicizzati sui mass media di tutto il mondo, rimangono a mio avviso insopportabili contraddizioni che alimentano quel buonismo superficiale che ancora pervade la solidarietà e la coscienza di molti.

Nel mio piccolo, in occasione del G8 de l’Aquila, allorché anche in quell’occasione al cantante Bono venne concessa udienza da parte dei leader degli otto Paesi più ricchi in qualità di portabandiera della campagna per la cancellazione del debito nei confronti dei Paesi più poveri, denunciai come poco prima la pop star avesse ottenuto la residenza nel Principato di Monaco, noto paradiso fiscale nel quale la lista dei VIP che si sono potuti permettere questo privilegio continua ad allungarsi. Ciò che all’epoca mi colpì, fu che al posto dell’attesa indignazione per l’imbarazzante incoerenza, soprattutto dalle organizzazioni di società civile coinvolte e partecipanti alla campagna sul debito, quella mia sottolineatura provocò reazioni durissime di chi riteneva di dover unicamente ringraziare Bono per la visibilità e la notorietà da lui provocata in favore della campagna. Anche, con mia grande sorpresa, da parte di giornalisti di questa testata.

Resto convinto che per un’efficace azione di giustizia globale, sul lungo periodo la mossa vincente rimanga quella della coerenza dei suoi protagonisti. Nel piccolo e nel grande, nella notorietà o nel nascondimento del lavoro quotidiano chi agisce in questo campo non può sacrificare questo valore ad alcun fine conseguibile nell’immediato. Pena l’aumento del discredito e della sfiducia che già in misura preoccupante coinvolge gli operatori e le organizzazioni della solidarietà internazionale.