Paola Crestani

Non solo adozioni

Dopo ladri, guerre, scandali, cosa vogliamo costruire per i bambini?

15 Luglio Lug 2016 0830 15 luglio 2016
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Ha suscitato un grande scalpore l’articolo di Fabrizio Gatti su L’Espresso dal titolo “ladri di bambini” in cui si parla di presunte malpratiche rispetto alle adozioni in Congo in cui sarebbe coinvolto l’ente italiano Aibi.

Non voglio in questa sede commentare l’articolo (di cui oggi è uscita la seconda puntata). Confido che allo scoop giornalistico faccia seguito una seria inchiesta (o i risultati dell’inchiesta in corso, stando alle parole di Gatti) fatta nelle sedi opportune.

Vorrei però soffermarmi sulla “scoperta” del fatto che esistono malpratiche o meglio adozioni illecite o, se vogliamo dirla come L’espresso, “ladri di bambini”.

Perché per me e per tutti quelli che con me a CIAI si occupano di adozioni, non è una scoperta ma la conferma di un fenomeno che ci troviamo a denunciare e a contrastare da sempre, nell’indifferenza dei più.

Un fenomeno rilevato e conosciuto tanto che per contrastarlo nel 1993 è stata promulgata la Convenzione dell’Aja, che vede espressamente scritto tra gli obiettivi quello che “siano evitate la sottrazione, la vendita e la tratta dei minori”.

L’Italia ha ratificato la Convenzione, entrata in vigore nel 2000, ma nonostante ciò più della metà dei bambini che arrivano da noi in adozione provengono da Paesi che non hanno ratificato la Convenzione, dove quindi quelle cautele, necessarie ma purtroppo non sufficienti, per prevenire le adozioni illecite, non ci sono.

Le adozioni illecite esistono tutt’oggi, è un fenomeno che viene rilevato non solo dai giornalisti (ricordo lo scandalo scoppiato in seguito ad un’indagine giornalistica che ha documentato un’adozione illecita dall’Etiopia alla Danimarca o gli scandali dei bambini commissionati per adozione in Nigeria o altri ancora) ma anche da importanti studiosi del mondo delle adozioni. Ne hanno parlato Hervè Boechat e Flavie Fuentes nel libro “Investigating grey zones of intercountry adoption” e lo stesso Bureau dell’Aja, ha dedicato un intero paragrafo delle raccomandazioni finali dell’ultimo special meeting nel giugno 2015 alla “prevenzione e contrasto alle pratiche illecite di adozione.”

Sono ormai diversi i casi di figli adottati diventati adulti che, andando in cerca delle proprie origini, si sono trovati di fronte all’evidenza di adozioni non corrette. Si tratta di un fenomeno così significativo e con conseguenze cosi dolorose sulla vita delle persone coinvolte che l’International Social Service, una delle più importanti organizzazioni internazionali che si occupa di adozione, ha recentemente pubblicato un volume dedicato agli operatori del mondo delle adozioni che devono affrontare casi di persone vittime di adozioni illegali (ISS – Responding to illegal adoptions: a professional handbook- 2016).

Gli stessi Paesi di provenienza dei bambini, in particolare quelli africani, hanno espresso seria preoccupazione rispetto a questo fenomeno, consapevoli di non avere mezzi sufficienti per contrastarlo. Secondo i dati raccolti dal prof. Peter Selman e pubblicati sul sito del Bureau dell’Aja www.hcch.net, in 10 anni, dal 2003 al 2013, il numero dei bambini adottati dall’Africa è raddoppiato ed in alcuni Paesi l’incremento è stato ancora più significativo: in Etiopia si è passati dalle 855 adozioni del 2003 alle 4.575 del 2009 ed in Congo dalle 26 adozioni del 2003 alle 583 del 2013 (di cui un quarto verso l’Italia).

Non è certo un caso che proprio i maggiori scandali degli ultimi anni abbiano riguardato Etiopia e Congo, con il caso, già prima citato, che ha coinvolto una famiglia danese in Etiopia e che ha portato recentemente la Danimarca a decidere di interrompere le adozioni dall’Etiopia, e i fatti che sappiamo in Congo.

I Paesi dell’Africa hanno detto tutta la loro preoccupazione rispetto alla pressione fatta sui loro sistemi di protezione dell’infanzia e ai casi di abuso nelle procedure di adozione in un documento messo agli atti dell’ultimo meeting dell’Aja, in cui si chiede collaborazione e sostegno a tutta la comunità internazionale, in particolare ai Paesi di accoglienza dei bambini, per sviluppare un sistema armonico per le adozioni.

Perché è questo che serve per le adozioni, un SISTEMA che funzioni.

Perché le adozioni sono e continuano ad essere un’ottima ed efficace soluzione per i bambini che sono realmente in situazione di abbandono e perché, se da una parte esistono bambini che non sono abbandonati e che sono adottati illecitamente, dall’altra rimangono ancora tanti bambini che hanno davvero bisogno di una famiglia e non riescono a vedere garantito questo loro fondamentale diritto.

Allora ben vengano gli scoop giornalistici che servono ad aprire gli occhi sulle adozioni illecite, ben vengano i magistrati che si adoperano per scoprire i colpevoli di un reato orrendo ma se vogliamo davvero fare il bene dei bambini che sono senza famiglia ed eliminare il fenomeno delle adozioni illecite dobbiamo costruire un sistema delle adozioni che funzioni.

Purtroppo in Italia in questi ultimi anni, per perseguire il pur giusto obiettivo di individuare e combattere un reato, tutto il sistema delle adozioni internazionali è stato paralizzato.

Se vogliamo vincere la sfida di riuscire a garantire davvero adozioni corrette dobbiamo ora lavorare per costruire un sistema italiano delle adozioni internazionali efficace ed efficiente.

Serve una Commissione Adozioni che funzioni, che si riunisca, che verifichi e controlli la correttezza di tutte le adozioni e l’operato di tutti gli enti, con particolare riguardo a quanto viene fatto all’estero.

Serve personale competente in grado di mettere a disposizione la professionalità necessaria per tutto il lavoro, quotidiano e routinario, che la Commissione deve adempiere.

Servono rapporti forti, legami di stretta collaborazione con le istituzioni degli altri Paesi, non solo quelli di provenienza ma anche gli altri Paesi di accoglienza, con cui condividere buone prassi e avviare collaborazioni virtuose.

Serve offrire sostegno ai Paesi di provenienza dei bambini per aiutarli a rafforzare il loro sistema di protezione dell’infanzia in modo che possano garantire l’interesse dei bambini.

Servono enti autorizzati responsabili, trasparenti, coerenti, scrupolosi e professionali.

Serve effettiva collaborazione tra tutti gli attori delle adozioni.

Serve una regia forte della Commissione Adozioni.

E soprattutto bisogna smettere di agire, pensare e scrivere di adozione in termini di “guerra”- una parola di per sé insopportabile, ancora di più se avvicinata ad un argomento che coinvolge dei bambini - e lavorare seriamente ed esclusivamente nell’interesse di quei tanti piccoli che chiedono di avere una famiglia che li sappia crescere ed amare.