Paola Crestani

Non solo adozioni

La salute è una cosa seria

30 Novembre Nov 2016 1147 30 novembre 2016
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Leggo stamattina di una sentenza del Tribunale di Lodi rispetto alla richiesta di una coppia che lamentava un inadempimento dell’ente a cui aveva dato mandato per la pratica di adozione internazionale, sostenendo che l’ente avrebbe dovuto attivarsi per ricercare informazioni ulteriori rispetto a quelle fornite dall’Autorità Centrale del Paese d’origine.

Secondo il Tribunale di Lodi non sarebbe dovere dell’Ente autorizzato svolgere attività di indagine diretta sul minore e quindi ulteriori approfondimenti sullo stato di salute del bambino.

Non metto in dubbio la sentenza del Tribunale, che si basa giustamente su di una valutazione rispetto alle leggi vigenti in materia di adozione.

Credo però che per quanto riguarda gli enti autorizzati non esistano solo degli obblighi di legge da adempiere ma anche delle questioni di responsabilità.

Gli enti autorizzati hanno l’enorme responsabilità di incidere e cambiare in modo definitivo - almeno questa è la speranza- la vita delle persone: il bambino che viene adottato ed i suoi genitori adottivi. Per questo ritengo che debba sempre fare tutto quanto possibile - non solo quanto è obbligato legalmente a fare - per garantire che l’adozione sia “di successo”, funzioni bene e duri tutta la vita.

Purtroppo l’esperienza mi dice che a volte le diagnosi che riguardano i bambini segnalati per l’adozione, indicate nei dossier preparati dalle istituzioni dei Paesi d’origine, non sono complete e sufficientemente approfondite. E questa tendenza aumenta se parliamo di bambini con bisogni speciali, bambini che vengono già segnalati come portatori di patologie o di rischi sanitari importanti. Non credo che ci sia bisogno di spiegare che il sistema sanitario pubblico (a questo si rivolgono le istituzioni di un Paese) di Paesi con ridotte risorse come quelli da cui provengono molti dei bambini che arrivano in Italia tramite l’adozione internazionale abbia degli standard decisamente inferiori a quelli a cui siamo abituati in Italia. Peraltro, anche in Italia, di fronte a patologie serie che riguardano i nostri figli, preferiamo approfondire la situazione e chiedere il consulto di qualche specialista.

Credo che un ente autorizzato serio e responsabile dovrebbe avere per i bambini di cui cura l’adozione la stessa attenzione che ciascuno di noi dedicherebbe ad un figlio.

Sono quindi convinta che, al di là della sentenza del Tribunale di Lodi - che come rappresentante legale di un ente autorizzato mi può dare sollievo - un ente debba sentirsi la responsabilità di avere e fornire informazioni più approfondite e “sicure” possibili rispetto alla situazione psico-fisica del bambino che viene segnalato, valutando con cura la scheda sanitaria che viene proposta dalle istituzioni del Paese d’origine e chiedendo approfondimenti quando le informazioni inviate non siano sufficientemente esaustive e convincenti.

Certo chiedere approfondimenti significa allungare i tempi dell’adozione perché spesso le risposte da parte delle autorità e dei centri presso cui si trovano i bambini per avere l’autorizzazione a fare ulteriori indagini (sempre a carico dell’ente e non dell’autorità del Paese) sono lunghi. E sappiamo che il fattore tempo nelle adozioni è decisivo, specialmente per le coppie, che giustamente non vedono l’ora di realizzare il loro desiderio di famiglia e che tendono quindi a sottovalutare la necessità di mettere in conto ulteriori attese per verifiche più scrupolose. D’altra parte anche per gli enti spendere maggiore tempo, risorse e denaro per approfondimenti non obbligatori, secondo la sentenza del tribunale di Lodi, non è sempre considerata una priorità.

Ritengo però che la salute, il benessere e la felicità dei bambini adottati e delle famiglie che li accolgono debba sempre essere una priorità per chi si occupa seriamente di adozione.

Troppo spesso capita, a chi ha l’opportunità di essere nei Paesi da cui provengono i bambini adottati in Italia, di incontrare coppie che erano andate per accogliere il bambino che avrebbero dovuto adottare e poi si trovano di fronte a realtà molto più gravi di quanto si aspettassero e nella dolorosa situazione di rinunciare all’adozione.

Oppure capita che alcune famiglie si trovino ad accogliere bambini con situazioni sanitarie molto diverse da quelle descritte e rispetto alle quali si sentono impreparate.

Analizzare con scrupolo la scheda del bambino e chiedere approfondimenti, se opportuni, non ci garantirà mai la certezza della diagnosi ma darà sicuramente maggiori probabilità di avere una buona rappresentazione della situazione reale, specialmente se abbiamo a che fare con Paesi che tendono a minimizzare i problemi sanitari dei bambini.

Credo davvero che sia dovere morale di un ente fare tutto il possibile per garantire a quei bambini dei quali si è responsabili i presupposti per un futuro sereno e stabile nella loro nuova famiglia, anche se servono tempo, risorse e impegno in più.

Lo dobbiamo a questi bambini già tanto provati dalla vita, lo dobbiamo alle famiglie che con grande coraggio e disponibilità li accolgono.