Luca Jahier

Piazza Europa

Il CESE apre una nuova fase

21 Aprile Apr 2013 2212 21 aprile 2013
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Lo scorso 17 aprile si è conclusa la metà del mandato della corrente consiliatura del Comitato Economico e Sociale Europeo, con la conclusione della Presidenza dello svedese Staffan Nilsson e l’elezione del nuovo Presidente, il francese Henri Malosse, per il mandato aprile 2013-settembre 2015. E con lui si sono rinnovati per i prossimi due anni e mezzo tutti gli incarichi interni, secondo un collaudato meccanismo di rotazione. Rispondendo ai tre Presidenti di Gruppo, nel suo discorso di insediamento H. Malosse ha tracciato una prospettiva ambiziosa di rinnovamento e di azione, basata su precisi riferimenti a Vaclav Havel, Lech Walensa, Jean Monnet e Simone Veil, concludendo con un riferimento profondo alla propria terra di origine, la Corsica, per ricordare che solo chi ha radici nella propria terra può ambire a rotte ambiziose nello spazio europeo e oltre. Losloga della sua Presidenza è “wind of change le moteur citoyen”. http://www.eesc.europa.eu/?i=president.fr.home ; http://www.eesc.europa.eu/?i=portal.fr.events-and-activities-489-plenary-session-speeches Di seguito i passi salienti del discorso di introduzione che ho svolto a nome del Gruppo 3, Interessi diversi, alla cui Presidenza sono stato riconfermato.

Caro Presidente, tutti noi sappiamo che l’Europa oggi è in fiamme, Il più grande sogno di 60 anni di straordinaria costruzione politica e di inedita conquiste di pace, progresso e coesione sociale oggi si sgretola. 6 anni dopo l’esplosione della crisi finanziaria i più ottimisti ci dicono che ne avremo almeno per altri 12-18 mesi. Intanto le famiglie di schiantano, le imprese chiudono ovunque, la rabbia esplode e i cittadini perdono fiducia.

Secondo una ricerca recente della Fondazione Notre Europe (http://www.notre-europe.eu/011-15773-L-UE-non-l-euro-oui.html) sulle opinioni pubbliche di fronte ala crisi, dal 2007 ad oggi il senso di appartenenza e la percezione dei benefici di essere membri dell’UE calano ovunque e talora in modo vistoso e hanno oggi raggiunto il livello minimo dell’ultimo quarto di secolo, con solo il 33% dei cittadini europei che ha ancora fiducia nell’UE e solo il 22% pensa che dall’UE possa venire un rotta credibile per il futuro.

Come dar loro torto?

In 5 anni le banche centrali del mondo intero hanno pompato nelle banche sistemiche del mondo intero una quantità di denaro che ha fatto crescere del 70% la quantità del liquido circolante. Ma questi regali di Babbo Natale non sono mai arrivati alle famiglie e alle imprese, anzi.

Nelle scorse settimane è poi riemerso lo spaventoso flagello della corruzione, dell’evasione e dell’elusione. Nei paradisi fiscali è oggi confinata una ricchezza pari al PIL di USA e Giappone insieme. E in UE si scopre che si perdono ogni anno oltre 1000 miliardi di tasse. Mentre ovunque si tagliano spese per investimenti, educazione e protezione sociale.

Intanto la disoccupazione ha raggiunto in Europa livelli record, con il debito pubblico che ora esplode anche in Germania, la classe media è compressa e umiliata ovunque. E le nostre istituzioni arrancano con il fiatone. Si è perso il filo di Arianna dell’UE. Eppure è così semplice: completare l’Unione monetaria, fare l’Unione economica e fiscale, costruire finalmente l’Unione sociale e politica. Ma siamo invece caduti nel più vetero intergovernativo, con la difesa estrema dei rispettivi interessi nazionali, quasi fossimo tornati ai tempi del Congresso di Vienna del 1815. La nostra Europa si sta autodistruggendo, perché manchiamo di ambizione, coraggio, progettualità, visione. Giochiamo troppo spesso per non perdere, quasi mai per vincere, e mai per vincere insieme.

L’Europa era un riferimento mondiale per il suo modello giuridico, sociale, economico. Parafrasando quanto si diceva nel XIX secolo per l’impero ottomano, l’Europa è oggi “il grande malato della comunità internazionale” il sorvegliato speciale, i cui sussulti fanno tremare i polsi a tutti gli attori della scena internazionale.

In questo contesto, anche il CESE non è che stia meglio. Tra un ruolo crescente del Consiglio quasi di monopolio dell’azione politica e dell’iniziativa legislativa, le grandi e legittime ambizioni del Parlamento europeo, la Commissione europea che è sempre più ridotta ad una sorta di grande esecutivo di decisioni prese altrove o ad una sorta di Segreteria generale, una macchina da studi, convegni, consultazioni, il ruolo delle Assemblee consultive è di fatto compresso e a rischio crescente marginalizzazione..

E anche noi ci mettiamo del nostro,. Non sempre siamo così coscienti delle nostre potenzialità, fieri dei nostri risultati, ambiziosi il giusto per ciò e per chi rappresentiamo. E finiamo anche noi per attardarci in vecchi riti, in tanti piccoli conflitti, siamo più preoccupati di continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto, piuttosto che capire che oggi c’è un ruolo incredibilmente urgente di organizzare e veicolare l’energia dei cittadini e dei corpi intermedi come vento forte di cambiamento, prima che l’ondata di proteste violente travolga le nostre sempre più fragili democrazie.

Siamo chiamati a diventare un po’ più scomodi, meno scontati, più dinamici, capaci di disturbare il manovratore, più garibaldini, più militanti insomma di una idea forte di Europa unita, solidale, cittadina, federale.

Caro Presidente, lascia che ti consegni e che condivida con voi tutti 6 verbi, che sono stati elaborati dal 3° settore italiano per le recenti elezioni politiche del mio paese. 6 verbi che credo rappresentino anche molto bene ciò che il 3° gruppo del CESE esprime in questa sede. Educare, la forza del nostro capitale umano in Europa, l’investimento sul futuro, una proposta forte per chi è senza lavoro. Donare, con oltre 100 milioni di persone che in Europa fanno volontariato; ma anche la quotidiana esperienza di oblatività e gratuità che si vive nelle famiglie, nelle associazioni e che tiene insieme le nostre società, nonostante tutto. Cooperare, la forza dell’economia sociale, ma anche la storia dell’Europa e l’esperienza migliore delle nostre imprese, delle nostre avventure nel campo sportivo, culturale. Lavorare, ca va sans dire, con 27 milioni di disoccupati in Europa e in crescita questa è la priorità numero 1. Produrre, e soprattutto ricominciare a rimettere al centro l’industria, se no come si fa a garantire la crescita, lavoro, buon lavoro, tasse, spesa sociale e futuro. Recuperare, un obbligo morale di fronte alla vastità degli sprechi alimentari ed energetici, ma anche una miniera di straordinarie opportunità di buona impresa e di sostenibile crescita economica.

In queste sei verbi sta forse anche il senso possibile di quelle prospettiva di progetti concreti che così spesso abbiamo evocato e che hanno fatto la fortuna del progetto europeo nei passati 60 anni, a partire dalla Ceka.

Caro Presidente, mi hai scritto una volta nella dedica di uno dei tuoi libri, “al mio complice nella lotta di ogni giorno per una Europa dei cittadini”. Siamo dunque complici per iniettare in questa Europa stanca e smarrita la passione di una possente energia dei cittadini e dei corpi intermedi, per un cambiamento forte e inevitabile, capace di futuro. Buon vento, Henri.

I Presidenti dei Gruppi del CESE, Jacek Krawczyk (Polonia), Giorgios Dassis (Grecia) e Luca Jahier.