Dino Barbarossa

Proximity

Chi sono i poveri, la logica delle politiche pubbliche

25 Gennaio Gen 2018 0948 25 gennaio 2018
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Affrontare il tema della Povertà richiede un approccio sistemico (mi scuso per l’aggettivo roboante), perché la povertà è oggi un “must” sulla bocca di tutti ed in cui ciascuno ha soluzioni determinanti per sconfiggerla.

La cronaca ci consegna ogni giorno le storie di persone disperate: chi muore di fame e di stenti, chi muore nel mare, chi vegeta dentro le carceri, chi muore di droga, chi sceglie di morire perché stanco di vivere, chi muore violentemente per mano altrui. Dentro il concetto di povertà troviamo anche chi “usa” la povertà, dichiarandosi povero, chiedendo anche cose che per tutti noi sono “ordinarie” – una casa, un lavoro, un conto in banca, una copertura sanitaria,… - ma che ormai mancano a tante persone a migliaia di cittadini. Con i medesimi doveri sociali ma senza diritti.

Su questo, le politiche pubbliche arrancano, latitano, perché il fenomeno si sta sempre più allargando e stratificando e non sembra esserci un Piano di azione che si rispetti. Nonostante gli sforzi dell’Alleanza Contro le Povertà che ha il merito di aver chiesto e sostenuto un “piano unico”, il traguardo sembra ancora lontano.

Tante risorse dedicate al contrasto alla povertà, all’inclusione sociale, alle periferie, alle metropoli, ma, paradossalmente, si tratta di risorse che in molti casi moltiplicano il bisogno piuttosto che ridurlo o, addirittura, estinguerlo.

Vorrei proporvi un approccio differente, vorrei parlarvi del povero, di un povero, di una persona bene identificata, della sua storia, dei suoi desideri, del suo futuro. La prossimità – quella di evangelica memoria o quella civica – è un modo di essere e diventa un modo per incontrare l’altro, guardare da vicino le sue ferite e accoglierlo nella sua fragilità. Nella Società del Gratuito questo approccio non necessita di ingenti risorse, ma di un pane spezzato, di una contaminazione che passa da persona a persona e raggiunge tutti, compresi coloro che scelgono come gestire risorse e patrimoni.

Non dimentichiamo mai che la povertà esiste perché esiste la ricchezza, è il contrario di ricchezza, è il frutto di una concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi a scapito di tanti, è un modo che i ricchi hanno per distinguersi dai poveri, per gestire potere e farlo pesare. Se per un giorno i poveri potessero scegliere al posto dei ricchi, cambierebbero radicalmente le politiche pubbliche, perché saprebbero meglio distinguere ciò che è necessario da ciò che è inutile.

Perché le tante periferie esistenziali, le tante periferie metropolitane sono investite da miliardi di euro, ma non cambiano mai il loro volto?

Perché a scegliere il cambiamento non sono i poveri, non sono le persone comuni, ma i decisori pubblici. E le scelte sono quasi sempre improntate alle esigenze lobbistiche piuttosto che agli interessi generali.

Questo è il più grande modo per alimentare la povertà e di arricchire chi è già ricco. Questo è un modo per creare distanza, volendo imporre il concetto che “ti serve sempre il mio aiuto per ottenere qualcosa”, anche se quel “qualcosa” ti spetta di diritto. Penso allora che l’elemento nuovo, quasi paradossale, sia dare al povero gli strumenti per ricostruire la propria vita in maniera dignitosa e soprattutto autonoma. Sostenere con azioni di prossimità, di incontro, di dialogo, le scelte di chi si è trovato o si trova ai margini.

Passiamo dalla “presa in carico”, concetto evoluto ma ancora assistenziale, alla “prossimità”, concetto concreto in cui è fondamentale la relazione.

Chi sono, dunque, i poveri? Guardati attorno