Dino Barbarossa

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Distretti sociali made in Sud – storia di un riconoscimento impossibile

29 Marzo Mar 2018 1741 29 marzo 2018
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La lettura dell’interessante Dossier sui Distretti sociali made in Sud, che mette in evidenza esperienze virtuose poste in essere dalle imprese sociali del Sud, rende ancora più cocente la delusione per l’ottusità e l’ostruzionismo della regione Siciliana, in uno scenario fortemente deprivato che tuttavia preferisce tutelare i settori improduttivi piuttosto che sostenere quelli produttivi.

Parto da una considerazione che si basa su molte esperienze, non ultima quella che in questo lungo post (spero abbiate la pazienza di leggere) racconto per spiegare come al Sud, specie in Sicilia, lo sviluppo sia piuttosto legato al cambiamento culturale che alla capacità imprenditiva del capitale umano.

Aggiungo – anticipando la fine della mia riflessione – che per pensare ad un futuro possibile vanno eradicate le lobbies che hanno “spremuto” il Sud fino a soffocarlo e liberate le energie positive che ancora ci sono, favorendo anche il rientro di chi è andato via a causa delle scelte scellerate.

Partiamo da un viaggio tra norme e dati:

Le IMPRESE SOCIALI ed, in particolare, le COOPERATIVE SOCIALI ex l. 8 novembre 1991 n° 381 (recepita in Sicilia con l’art. 74 della legge regionale 23 dicembre 2000, n. 32a legge 9 aprile 2009 n° 33) sono considerate da tutti gli studi compiuti in Europa come in Italia, uno dei più importanti bacini di occupazione e sviluppo dell’ultimo ventennio.

Dal 1993 ad oggi sono nate (al netto di quelle decedute!) 9 mila cooperative sociali, 450 (start up sociali) all’anno, ininterrottamente per vent’anni => non è un “fuoco di paglia”

Ogni anno 15 mila persone in più hanno iniziato a lavorarci ogni anno; il fatturato è cresciuto in media di 500 milioni all’anno e oggi si tratta di imprese solide (Censis, 2012: “più della metà – il 54,3% - supera la soglia dei 20 addetti, e ben il 23,3% quella dei 50 occupati” => start up non solo a parole

Lo sviluppo ha resistito alla crisi economica in misura maggiore rispetto ad altri settori (Censis 2012: “il settore della cooperazione sociale ha registrato tra 2007 e 2011 un vero e proprio boom, con una crescita del numero dei lavoratori del 17,3%” contro un -2.3% delle imprese) => start up resistente alle condizioni avverse

Modello di start up per lungo tempo basato su spin off (da un’impresa matura se ne sviluppa un’altra) e su logiche di rete (l’impresa di un territorio ne aiuta altre) => start up basato sulla rete e sulle relazioni tra imprese in gran parte “autogestito” anche in assenza di misure specifiche

Se allarghiamo lo sguardo all’intero terzo Settore, vediamo come nel Mezzogiorno siano presenti 89.000 istituzioni no profit, più di un quarto del dato nazionale. Il dato di crescita fra il 2011 (fonte ISTAT) è del 15,6%.

Lo sviluppo economico e di impresa si è inserito in “sogni” - “utopie” - “valori”: solidarietà, superamento delle barriere sociali, coesione, economia civile, ecc. pur non essendo assenti linee di sviluppo trainate principalmente dalle opportunità di mercato => start up guidati istanze di trasformazione

Gli start up innovativi hanno rappresentato nella maggior parte dei casi un passaggio verso il recepimento istituzionale di nuovi bisogni => hanno mirato a modificare il contesto

Senza questa esperienza la nostra società sarebbe diversa; non esisterebbero o non sarebbero così sviluppati l’inserimento lavorativo di disabili e detenuti, i servizi domiciliari per anziani, il turismo sociale, l’accoglienza di minori privi di supporto familiare, il recupero dei tossicodipendenti, l’housing sociale, l’inserimento sociale dei disabili o dei malati di mente … in generale le politiche socio sanitarie, educative e di integrazione lavorativa non sarebbero le stesse => trasformazioni sociali rilevanti grazie a questi start up

Ciò è avvenuto in modo diffuso su tutto il territorio nazionale, comprese le regioni del Mezzogiorno in cui altri modelli di sviluppo hanno fatto fatica a realizzarsi

Su questa materia, la Regione siciliana ha percorso una strada di “pregiudizio totale” ed ha una prima volta (Avviso D.A. n. 152 dell’1/12/2005 - GURS n. 57 del 30 dicembre 2005) considerato “insufficiente” la proposta di “Distretto produttivo delle Politiche Sociali” presentata da oltre 150 imprese sociali aggregate dal consorzio Sol.co. – rete di imprese sociali siciliane e da Federsolidarietà CCI Sicilia.

Successivamente (Avviso D.A. n. 179 del 6 febbraio 2008), ha considerato la medesima proposta “non ammissibile”, basandosi unicamente sulla valutazione effettuata sulla prima presentazione e senza mai una comunicazione, facendo venire meno ogni elementare criterio di trasparenza, nonché privando l’aspirante Distretto della possibilità di proporre eventuali osservazioni/contestazioni.

Questa proposizione della Regione Siciliana – Dipartimento delle attività produttive sottendeva, come abbiamo capito più avanti, ad un’idea di “improduttività” del Settore delle Politiche sociali e ad un pregiudizio legato al considerare attinenti al Settore delle attività produttive unicamente imprese del settore “industriale”, “commerciale”, “artigianale”.

Va precisato che il proposto Distretto produttivo delle Politiche sociali appartiene all’universo di “Reti fra imprese” a cui fa riferimento , in maniera organica, la legge 9 aprile 2009, la quale – raccogliendo l’eredità delle direttive comunitarie e nazionali in materia e per ultima, la legge 133/2008 (finanziaria 2009 dello Stato) – esplicita che esistono i Distretti, le Reti ed i Contratti, tre forme di aggregazione fra imprese a cui afferiscono anche le IMPRESE SOCIALI.

Il Distretto presentato è stato, fino ad oggi, l’unico esemplare di un Settore fortemente produttivo e competitivo, espressione della capacità del sistema delle imprese ad esso aderenti di sviluppare una progettualità strategica, nel settore della produzione di servizi socio assistenziali e dell’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati, attraverso, appunto, un patto per lo sviluppo del distretto, con un elevato grado di integrazione produttiva di servizi, un programma dettagliato e ricco di azioni da realizzare ed un’attenzione ai bisogni ed alle esigenze espresse dai cittadini svantaggiati.

Il mancato riconoscimento del Distretto ha determinato un danno grave ed irreparabile, non avendo potuto partecipare ai bandi predisposti dall’Assessorato, di assegnazione delle risorse destinate alla realizzazione dei patti e ad ogni ulteriore bando o avviso in cui l’aggregazione poteva costituire elemento di premialità. Inoltre, si è determinata, anche per i fatti narrati successivamente, una progressiva perdita di fiducia da parte delle imprese sottoscrittrici e dei partner istituzionali e socio economici.

I successivi gradi di giudizio per mutare la decisione della Regione sono stati inutili, perché hanno guardato unicamente agli aspetti procedurali “ineccepibili”, piuttosto che alle ragioni delle decisioni.

L’idea persecutoria della Regione si è evidenziata con l’esclusione dal finanziamento della Filiera produttiva delle Politiche sociali proposta dal Consorzio Sol.co. e da altre 49 imprese sociali a seguito del bando pubblico P.O. FESR Sicilia 2007/2013, obiettivo operativo 5.1.1, linee di intervento 5.1.1.1-5.1.1.2-5.1.1.3.

In questo caso, benché il bando non lo prevedesse fra le condizioni di ammissibilità, l’Assessorato ha escluso la proposta per la mancanza in capo alla Filiera di uno specifico codice ATECO. E difatti, il progetto era stato in prima battuta ammesso, ma è intervenuta una “volontà superiore” ed improvvisamente l’Assessorato ha adottato l’esclusione.

Anche le note di attenzione inviate alla corte dei Conti ed all’Autorità di gestione sono rimaste lettera morta, segno tangibile di una volontà di affossare l’iniziativa.

In questo caso, il Dipartimento delle Attività produttive ha emanato un bando (DDG n. 3456 del 28/12/2009) per la selezione di progetti definiti “Piani di sviluppo di filiera” richiamandosi alla legge regionale 6 agosto 2009 n. 9 “Norme in materia di aiuti alle imprese” in conformità alle direttive della CE ed al Reg. 800/2008 sui settori produttivi agevolabili. Il bando si richiama anche alla deliberazione della Giunta regionale 20/05/2009 n. 344 ed 09/02/2010 “requisiti di ammissibilità e criteri di selezione del PO FESR 2007/2013” conformemente al Reg. CE 1083/2006

Il progetto presentato dal Consorzio Sol.co. – capofila viene considerato ammissibile ed ammesso alla successiva istruttoria (art. 12 del bando) e da quel momento ottiene la possibilità di procedere agli investimenti produttivi. A distanza di varie fasi istruttorie – tutte decorse positivamente – e di quasi 2 anni, il Dipartimento comunica l’esito negativo della fase istruttoria per il seguente motivo: “la domanda di agevolazione risulta presentata dal Consorzio Sol.co. il cui codice ATECO non rientra tra quelli previsti dalla Direttiva approvata con DDG n. 2995 del 12.11.2009”

Ma, se ciò non bastasse, l’idea persecutoria della Regione si è rafforzata e confermata con l’esclusione dal finanziamento del Consorzio Sol.co. dal cd. Bando “Imprese di qualità” a seguito del bando pubblico P.O. FESR Sicilia 2007/2013, obiettivo operativo 5.1.3, linee di intervento 1,2,5.

In questo caso, addirittura, non solo il Consorzio Sol.co viene ammesso al finanziamento sulla base – qui si – di uno specifico codice ATECO previsto dal Bando (88.10.00), consentendo l’avvio degli investimenti produttivi, ma viene approvata con DDG n. 3778/11 del 12.11.2012 la graduatoria definitiva.

Si sottolinea il fatto che il Bando è stato sottoposto al visto della Corte dei Conti in fase propedeutica ed è per questo motivo che suona strano il ripensamento della stessa Corte che, in sede di verifica (?!) della graduatoria definitiva, statuisce che debbano essere “eliminati i progetti riconducibili a codici ATECO non rientranti nell’ambito di competenza dell’Assessorato Attività produttive, in quanto non sussumibili alle previsioni della Direttiva che espressamente statuisce disposizioni per favorire lo sviluppo del Settore Industria in Sicilia, eliminando i soggetti privi dei requisiti richiesti per la definizione di impresa” (?!)

Davvero sbalorditivo! Viene annullato il DDG contenente la graduatoria definitiva, che verrà poi rifatta.

Mi sembrava doveroso richiamare questa esperienza devastante il riconoscimento della produttività di un settore che non merita di essere chiamato terzo in un’ottica di sussidiarietà circolare, necessita di un profondo cambiamento culturale e forse – aggiungo – di un’ accrescimento di competenze da parte di chi opera nella cosa pubblica.

Lo riscrivo, perché sia forte e spero acquisito, le lobbies che hanno “spremuto” il Sud devono essere messe all’angolo offrendo spazio a chi opera per il bene comune e quindi per lo sviluppo e che spesso – ha scelto di operare altrove andando via.