Dino Barbarossa

Proximity

E poi ci sono loro

16 Marzo Mar 2020 0928 16 marzo 2020
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Il tempo che stiamo attraversando è tempo di ascolto profondo della nostra coscienza, è tempo di destrutturazione delle nostre abitudini, è tempo di cambiamento delle nostre priorità…soprattutto è tempo guadagnato per dare un senso alla nostra vita. Potrebbe essere un tempo utile, ma anche un tempo effimero, in attesa che tutto torni come prima, anzi peggio di prima.

Forse è per questo motivo che la reazione alla paura è la “estinzione” delle relazioni umane, un chiudersi dentro nell’attesa che la piena del fiume passi. In questo momento, le emergenze planetarie non esistono più: non si sciolgono più i ghiacciai, non bruciano più le foreste, non ci sono più guerre o carestie, non c’è più l’inquinamento ambientale, non ci sono più migranti e neppure povertà.

Se fosse così, questo sarebbe un tempo perfetto da mantenere il più a lungo possibile

una sorta di “ibernazione” da tutto ciò che ci appare come rischioso per il futuro.

E poi ci sono loro…

Fuori dalle nostre case, il mondo è ancora quello ed è ancor peggiore se possibile di quello che abbiamo conosciuto. Si, perché mentre io posso scegliere di isolarmi, c’è chi vive in strada, chi è più fragile, chi sta in parti del mondo in cui non c’è un sistema sanitario degno di questo nome, che rischia di essere l’elemento deflagrante che abbiamo fatto finta di non vedere, abbiamo tenuto nascosto alla nostra coscienza ed alla verità.

Pensate a coloro che muoiono per il coronavirus: sono persone – così ci dicono – che muoiono perché hanno già pregresse patologie e il coronavirus da loro il colpo di grazia. Non sono pochi, anzi, mentre scrivo in Italia sono circa il 10% delle persone contagiate.

In Cina, il paese da cui il contagio è partito, già 5000 persone hanno perso la vita a causa del virus e ciò grazie ad una reazione netta e decisa per arginare il contagio.

In Italia in quasi 2000 ci hanno lasciato e ancora il picco non è stato raggiunto.

Ma di questi morti si parla molto poco, e per non spargere panico si dice che “hanno già pregresse patologie”…

Non siamo ancora giunti nelle grandi periferie esistenziali, dove tante migliaia di persone vivono di stenti ed in promiscuità e corrono maggiori rischi per loro e per gli altri.

Da casa nostra tutto questo non si vede e perciò pensiamo di essere tutti al sicuro. Per nostra fortuna, ci sono tanti operatori e volontari che nelle città e sulle strade stanno dando tutto quanto in loro potere per confrontarsi con queste povertà, senza avere le prime pagine e senza avere strumenti e strutture che vengono date a chi deve gestire la “patologia” del contagio.

Occorrerebbe, lo dico da tempo, una rete sociale parallela a quella sanitaria, con identico riconoscimento e con identiche risorse, perché la prevenzione è forse più importante della cura.

Ma questa azione incontra un welfare ormai sfilacciato e privo di una governance di sistema, in cui i servizi pubblici si chiudono piuttosto che aprirsi, in cui grandi strutture caritative abbandonano il campo, in cui le famiglie che vivono al proprio interno la fragilità sono lasciate sole, in cui la domanda – soprattutto nei momenti di emergenza – non ha un “pronto soccorso” a cui rivolgersi, se non quando l’emergenza diventa malattia e viene scaricata al sistema sanitario.

Questa epidemia dimostra ancora una volta che il welfare, soprattutto per le azioni di prossimità che deve garantire, è una priorità ed un investimento e che va governato con un sistema di regole certe e di diritti esigibili per tutti, a partire da coloro che non hanno alcuna tutela.

Il senso della parabola del Vangelo della scorsa settimana (Mt 21) – “la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta testata d’angolo” – oggi è proprio questo: quelle pietre, quegli uomini, quegli sguardi, quelle ferite, sono il lievito dell’umanità e se li ignoriamo e non li salviamo, saranno i segni dell’inumanità e dell’oblio.