Dino Barbarossa

Proximity

E chi è il tuo prossimo?

27 Settembre Set 2020 1039 27 settembre 2020
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La storia dell’umanità è piena di momenti bui, di tempi di carestia, pestilenze, guerre, sopraffazioni…la storia si ripete e l’uomo in ogni tempo reagisce allo stesso modo. Oggi come allora, la paura della contaminazione ci fa diventare disumani e diamo per scontato che la persona diversa da noi sia un “untore”, coltiviamo la cultura dello scarto e armiamo le difese per tenere fuori le mura chi ha più bisogno di relazione e di aiuto.

#PERSONE TUTTE...è maschile o femminile? È bianco o nero? È credente o ateo?...per me è GENERE UMANO, chi mi cammina accanto, è come me, è il mio prossimo.

Non comprendere questo, ci rende permeabili ad una comunicazione sempre più compulsiva e pervasiva: quante notizie raggiungono la nostra testa ogni giorno. Ma quante di queste arrivano al cuore?

Ci stiamo abituando a sentire che tanti di noi sono soli e abbandonati. Altri non hanno lavoro, altri non mangiano. Famiglie in piena crisi! Siamo immersi nella cultura detta "dello scarto", dove ad essere scartate sono persone! Noi non ci possiamo abituare a questo massacro! Davanti agli eventi, chiediamoci sempre: Cosa chiede a me questo fatto? Come interpella e mette in crisi il mio vissuto? La crisi é sempre per la vita perché rinnova! Qui, non si tratta di salvare il mondo, ma di custodire la nostra umanità, il bene più prezioso! Il gelo dell'indifferenza si può sciogliere solo con il calore umano che si comunica attraverso gesti umani!

La realtà umana è quella in cui al distanziamento fisico si contrappone una vicinanza solidale, quella in cui il malato è una persona da curare e non un disperato da rinchiudere e isolare.

Se qualcuno fra coloro che gridano avesse il buon senso e il buon cuore di capire quale dono abbiano fatto all'umanità le tante persone, donne e uomini, che hanno saputo costruire forme di solidarietà umana, in cui il rischio del contatto umano è ampiamente colmato dal bene che cresce, nessuno più urlerebbe e ci spenderemmo tutti per tutelare chi è più fragile e non chi è più forte.

Un mio caro amico, che si è trovato a fronteggiare l’emergenza in prima linea, saggiamente scrive che “Per anni a qualcuno è servito fare finta di non vedere che i poveri esistono, che sono accanto a noi. Ma ci sono e dobbiamo fare i conti con loro, tutti insieme, con umanità e sensibilità. Li leggo anche io certi messaggi raccapriccianti sui social contro gli ultimi ‘che portano il contagio’, quando il tema della responsabilità riguarda ognuno. Il virus ha reso più povero chi era già povero, chi era già in difficoltà, chi non può essere tutelato, chi non ha una residenza o una carta d’identità, per non parlare dei permessi di soggiorno. Sono queste persone, emergenza sanitaria a parte, le vittime del disastro sociale”.

Se capissimo il significato vero e profondo delle parole di Papa Francesco “nessuno si salva da solo”, ci metteremmo in cammino verso il prossimo, comprenderemmo che fra i tanti che stavano bene e sono finiti nel baratro della miseria, potremmo esserci anche noi. Che anche noi potremmo essere costretti a lasciare la nostra terra e le nostre famiglie. Che anche nel nostro Paese potrebbe scoppiare una guerra. Che non abbiamo il diritto di vivere agiatamente, mentre vicino a noi c’è chi muore di fame. La solidarietà deve essere un impegno di tutti, perché possiamo ricevere se prima abbiamo dato.

Questo concetto arriva fino al comprendere che la vita è inviolabile in ogni suo momento e stato, perché non è nella nostra disponibilità darla e neppure toglierla.

Fratelli tutti, esseri umani tutti, è la nuova enciclica di Papa Francesco, in cui il superamento della triplice crisi mondiale (socio-economica, ecologica e sanitaria) è garantito dalla fraternità e dall’amicizia sociale.

Apparteniamo tutti alla stessa famiglia e la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri.

È incredibile e chiaro al tempo stesso come il futuro del nostro ecosistema sia intimamente legato alla cura che mettiamo nelle relazioni umane, alla capacità di farsi prossimo di chi si trova lungo il ciglio della strada ed è stato bastonato dai briganti, dalla vita, dalla storia.

«Guarire il mondo» - ci indica il Papa – dipende dal «curarsi e curarci a vicenda»…ma dobbiamo credere nei principi – cardine di una Comunità che cura: il principio della dignità della persona, il principio del bene comune, il principio dell’opzione preferenziale per i poveri, il principio della destinazione universale dei beni, il principio della solidarietà, della sussidiarietà, il principio della cura per la nostra casa comune.

Se, dunque, vogliamo porci la domanda “chi è il mio prossimo?”, mettiamoci pure i nostri affetti più cari, ma superiamo le barriere razziali, culturali, religiose, perché apparteniamo all’unica razza umana.

In buona sostanza, non devo catalogare gli altri per decidere chi è il mio prossimo e chi non lo è: dipende da me essere o non essere prossimo. La decisione è mia. Dipende da me essere o non essere prossimo della persona che incontro e che ha bisogno di aiuto, anche se estranea o magari ostile.

Concludo con altre parole di Papa Francesco: “Mi faccio prossimo o semplicemente passo accanto? Sono di quelli che selezionano la gente secondo il proprio piacere?. Queste domande è bene farcele e farcele spesso, perché alla fine saremo giudicati sulle opere di misericordia e ci verrà chiesto: “Ma ti ricordi quella volta sulla strada da Gerusalemme a Gerico? Quell’uomo mezzo morto ero io. Ti ricordi? Quel bambino affamato ero io. Ti ricordi? Quel migrante che tanti vogliono cacciare via ero io. Quei nonni soli, abbandonati nelle case di riposo, ero io. Quell’ammalato solo in ospedale che non va a trovare nessuno ero io!”

In questo tempo così difficile per l’intera umanità, rendiamoci prossimi e costruiamo una nuova umanità.