Giuseppe Frangi

Ricchi e Poveri

La svalutazione del lavoro

18 Gennaio Gen 2013 1438 18 gennaio 2013
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“Italia Meno competitiva. Ora la Spagna ci batte”. Titola così in prima pagina il Corriere della Sera una delle consuete analisi depressive che si abbattono ogni mattina sugli italiani. La firma è autorevole: quella di Federico Fubini. A pagina 9 troviamo l’articolo con un grafico molto teatrale. È un grafico che identifica il tasso di cambio effettivo di sette paesi che hanno la moneta unica. È un tasso cioè corretto con i costi unitari di lavoro. Spiega Fubini che dal 2008 ci sono paesi che hanno “svalutato” questo tasso di cambio del 35% come l’Irlanda o del 12/15 come Grecia e Spagna, mentre per l’Italia questo tasso di cambio sarebbe salito di 5 punti. Non potendo svalutare la moneta che è uguale per tutti, in questi 5 anni ci sono stati paesi che hanno svalutato un altro fattore per cercare di restare competitivi: il lavoro e il suo costo. Il risultato è che oggi Spagna e Grecia stanno diventando paesi appetibili per la grande industria che sta già portando lì alcuni impianti automobilistici.

Mi sembra curiosa questa storia: in sostanza si dice che per uscire dalla crisi i paesi che hanno abusato della leva del debito possono solo lavorare di più, con meno diritti e  per meno soldi. Nella stessa pagina lo stesso giornale presenta invece gli ultimi dati del Wto in cui si analizzano le ragioni degli ottimi risultati dell’export che l’Italia ha avuto lo scorso anno. Si scopre che i settori in crescita sono quelli legati alle produzione di qualità e ai servizi (+ 6,6% dei beni durevoli). Che l’Italia non punta solo sui mercato emergenti, ma che è forte anche sui mercati forti come quello tedesco e Usa. Che il suo export ha un buon valore aggiunto, tenuto conto anche della penuria di materie prime che caratterizza il nostro paese. L’Italia è seconda nella Ue, con un saldo della bilancia commerciale che sfiora i 10 miliardi.

Qual è la morale? Che forse la vera soluzione per essere competitivi è quello di alzare la qualità del lavoro, è  investire sul capitale umano, invece che pensare di ridurre i costi come ossessivamente propongono quei liberal che hanno ispirato la riforma Fornero. Ridurre i costi significa poi nei fatti aumentare quella forbice già già oggi impressionante tra stipendi medi e quelli dei manager. E in una società che reclama uguaglianza a tutti livelli, sarebbe paradossale che l’unico disuguaglianza feroce restasse quella economica.