Giuseppe Frangi

Ricchi e Poveri

Dono e fragilità. Questa è maturità...

18 Giugno Giu 2014 1027 18 giugno 2014
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Il dono come argomento per una delle tracce del tema di maturità. E all’interno di questa traccia acnhe un brano bellissimo di Enzo Bianchi che il ministero ha intercettato sul sito di Vita. È un bel segnale, in ogni senso. «Da una lettura sommaria e superficiale si può concludere che oggi non c’è più posto per il dono ma solo per il mercato», scriveva Enzo Bianchi. C’è una banalizzazione del dono, «che viene depotenziato e stravolto anche se lo si chiama “carità”: oggi si «dona» con un sms una briciola a quelli che i mass media ci indicano come soggetti - lontani! - per i quali vale la pena provare emozioni...». La parte più mobilitante del discorso di Bianchi è più avanti, quando connette l’azione del donare con la necessità di avere «una convinzione profonda nei confronti dell’altro».

Non a caso tra i riferimenti suggeriti ai ragazzi c’era un’immagine dell’Adorazione dei Magi (il quadro proposto era un’opera del Parmigianino). Ammesso che l’analfabetismo religioso e iconografico abbia permesso ai ragazzi di leggere quella scena, è interessante pensare all’asimmetria del dono che quell’episodio presenta: doni “inutilmente” preziosi, l’oro, l’incenso e la mirra, per un neonato bisognoso di tutto, nato nella periferia del mondo. Commenta infatti Bianchi: «Donare appare dunque un movimento asimmetrico che nasce da spontaneità e libertà». Questa asimmetria è sintomo di una cosa grande: che l’uomo è «capax boni, è capax amoris, sa eccedere nel dare più di quanto sia tenuto a dare». Peccato che queste ultime parole non siano presenti nella traccia, perché avrebbero indotto i ragazzi a mettere in discussione lo scetticismo e il pessimismo in cui si sono trovati a crescere.

Il dono non è rimasto un argomento “cenerentola” tra le tracce delle maturità. Infatti a sorpresa si è trivato alleato al tema dedicato alla “fragilità” proposto attarverso una frase di Renzo Piano. La fragilità per il grande architetto è la grande sfida che attende gli architetti del futuro (ma non solo loro). Non ci sarà bisogno di costruttori, ma di grandi riparatori, capaci di una convinzione: che questa gigantesca opera «di rammendo di cui le nostre città hanno bisogno» è una prospettiva professionale assai più interessante di quelle vendute sino ad oggi dalla società dello spettacolo. La società di domani non ha bisogno di esercizi di potenza ma di esercizi di pazienza. Per questo fragilità e dono non sono esercizio volontaristici, ma sino due asset essenziali in qualsiasi visione del futuro.