Giuseppe Frangi

Ricchi e Poveri

La famiglia che non c'è più

17 Settembre Set 2014 1617 17 settembre 2014
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Il Sinodo sulla famiglia (dal 5 al 9 ottobre) si annuncia certamente come uno snodo importante per il pontificato di Francesco. Da mesi quella parte della gerarchia ecclesiastica che cova un malcelato dissenso nei confronti delle sue scelte, aspetta questo appuntamento per rimettere fuori la testa e rimarcare l’impossibilità della Chiesa a uscire dalla sua tradizionale visione in tema di matrimonio. La relazione preparatoria del cardinal Walter Kasper in occasione del concistoro straordinario sulla famiglia aveva incendiato gli animi, per un nuovo approccio alla questione, che teneva più conto dei dati di realtà e del desiderio sincero di tante persone divorziate di poter di nuovo accedere alla Comunione. La piccola truppa residuale dei “teocon” ha fatto un po’ di chiasso mediatico per la violazione del “dogma” dei “principi non negoziabili”. Avvicinandosi al Sinodo cinque cardinali sono usciti allo scoperto pubblicando un libretto che raccoglie le loro posizioni, ovviamente intransigenti. Tra loro c’è anche il cardinale bolognese Carlo Caffarra.

Francesco non sembra un granché preoccupato da questa alzata di scudi. Domenica scorsa ha sposato 40 coppie in San Pietro, includendo anche alcune già conviventi e con figli. E nella composizione del Sinodo non ha temuto di nominare una maggioranza in teoria ostile alle prospettiva delineata da Kasper.

Francesco parte da un presupposto che aiuta ad affrontare con una modalità umana e non dogmatica i nodi: la missione della Chiesa non è quella di condannare, bensì di salvare. Quindi il desiderio di una persona che chiede di essere riaccolta, pur essendo in una situazione di peccato, pesa di più del giudizio morale che lo riguarda. La parabola del Figliol prodigo fa sempre testo…

Francesco inoltre ha dalla sua la forza propria dei grandi realisti. Non a caso non parla mai della “famiglia” al singolare, come si trattasse di un’istituzione immutabile, ma parla delle “famiglie” al plurale, ben consapevole di come la realtà oggi si presenti con una casistica che è difficile tenere dentro il recinto di un’ortodossia morale. I numeri parlano chiaro: le persone hanno una sempre minore propensione a sposarsi, tanto che le famiglie unipersonali in Italia sono aumentate tra il 2006 e il 2013 del 23,1%. E non si tratta solo di anziani. In una città come Milano su 718.674 i nuclei familiari, i single sono più del doppio delle coppie - che sono 164.435 - e raggiungono quota 379mila circa. Nei primi sei mesi del 2014 le coppie che si sono sposate in città non hanno neanche raggiounto quota mille (e solo un terzo sono quelle che si sono sposate in chiesa).

Francesco ha colto questa sorta di paralisi della fiducia. Per cui le persone fanno sempre più fatica ad uscire da se stesse e a stringere patti di fedeltà con un’altra persona, persino se amata. E questa umanità insieme individualista e impaurita che Francesco vede davanti a sé. E la prima preoccupazione è quella di non chiuderle le porte in faccia. Con una chiarezza che vale molto più di mille dibattiti sulla morale, ripete che la chiesa non è un recinto, che deve aprire, uscire, andare verso il popolo che in grande maggioranza ormai se ne sta fuori, perché Cristo è venuto per tutti anche se ha incontrato alcuni. Il modello è quello dei suoi curas villeros, i preti che delle “favelas” di Buenos Aires. Uno di loro, padre Charly Olivero, in un’intervista per il Corriere della Sera, al giornalista che gli chiedeva da dove venisse il loro cristianesimo felice mentre spesso i cristiani sono tristi, pur vivendo in situazioni meno difficili, aveva risposto così: «Viene dalla pratica del Vangelo. Dalla costruzione di una famiglia e di una Chiesa che si impegnano a vivere comunitariamente il Vangelo, senza ridurlo a una morale o a un’ideologia. Quando lo volti in morale e ne fai una dottrina che approva e condanna, lo rendi escludente e triste. Quando lo pratichi come regola di vita, trasmette speranza e crea famiglia. Quando volti il Vangelo in morale e ne fai una dottrina che approva e condanna, lo rendi escludente e triste. Quando lo pratichi come regola di vita, trasmette speranza e crea famiglia».