Bernardino Casadei

Rifondazioni

Terzo settore e società civile

6 Febbraio Feb 2022 1725 06 febbraio 2022
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Il modulo di sociologia del Master per Promotori del dono è iniziato chiedendo agli studenti di descrive il ruolo della loro organizzazione come soggetto della società civile. Il tenore della domanda e le stesse risposte hanno mostrato, da un lato, come non sia più possibile identificare il terzo settore con la società civile e, dall’altro, come quest’ultima sia un concetto sempre più vago e nebuloso, impressioni peraltro corroborate da un numero crescente di studi e ricerche.

Ciò che rende una società civile è la presenza di un’infrastruttura sociale che abbia come compito quello di aiutare i singoli individui ad essere cittadini o, in altri termini, a dare, senza necessariamente passare per la mediazione dei partiti politici, il proprio contributo alla definizione e realizzazione del bene comune. Se un tempo gli enti non profit hanno svolto un ruolo fondamentale da questo punto di vista, oggi sembra che il loro compito sia cambiato e sia diventato quello di erogare beni e servizi, spesso per conto terzi, il cui terzo è, di norma, la pubblica amministrazione.

In effetti gli enti del terzo settore hanno il vantaggio di non essere enti pubblici e quindi di non dover sottostare ai vincoli operativi imposti dal diritto amministrativo. Inoltre, il loro non poter distribuire utili li rende più adatti a gestire servizi in cui vi è un’elevata asimmetria informativa fra chi eroga il servizio e chi ne usufruisce, per cui i primi potrebbero facilmente spingere gli ultimi a fare spese non necessarie, ma solamente finalizzate ad aumentare i profitti dell’ente o in cui chi paga il servizio, spesso la pubblica amministrazione, è diverso da chi ne usufruisce. Se poi si aggiunge come spesso questi enti pagano di meno i propri collaboratori, non deve sorprendere che il settore sia funzionale al sistema vigente e sia per questo cresciuto in modo molto consistente.

Si tratta di una crescita che ha modificato profondamente l’identità di quello che oggi vien chiamato terzo settore e che, non a caso, è avvenuta in contemporanea con la crisi delle ideologie e la riduzione della politica a tecnica di composizione degli interessi. In una società in cui il fine dell’esistenza deve essere cercato nella soddisfazione dei propri bisogni, indipendentemente dal fatto che questi siano nobili o meschini, valori e ideali non sono altro che espedienti retorici; ciò che realmente conta è l’esistenza di un sistema che permetta di soddisfare i desideri del maggior numero dei propri componenti.

Ora, al di là dei problemi che una simile impostazione ha in termini di sostenibilità, in questa prospettiva non ha più senso parlare di bene comune e infatti i partiti non hanno più una visione politica, ma si presentano come strumento per tutelare le istanze e gli interessi dei propri elettori, i quali cessano di essere cittadini per trasformarsi in consumatori dei beni e servizi che il sistema può mettere a loro disposizione. Non occorre essere un politologo per capire che una democrazia senza cittadini non può resistere a lungo e che essa rischia di trasformarsi in quel dispotismo che Tocqueville ha descritto in una famosa pagina della Democrazia in America.

D’altro canto questa trasformazione degli enti del terzo settore da soggetti della società civile in erogatori di beni e servizi ha un rilevante impatto sul morale e la motivazione di coloro che vi operano, soprattutto se essa è caratterizzata da minori garanzie e stipendi più bassi rispetto a chi opera negli atri due settori. Se, alla fine, ciò che conta è far quadrare il bilancio e la propria missione si identifica coi beni e servizi erogati, l’unica motivazione diventa lo stipendio di fine mese, peraltro spesso pagato in ritardo.

Infine, anche ammettendo che il fine dell’umana esistenza sia quello di soddisfare, peraltro in modo effimero, i propri bisogni e non quello di affermare la propria dignità e personalità, rimane il fatto che il bisogno di sentirsi cittadini è ancora ben presente nella nostra società. Non per nulla l’essere umano è un animale politico e rinchiudersi nella propria dimensione privata, anche se dorata, significa comunque privarsi di qualcosa di fondamentale per la nostra esistenza.

Per questo è opportuno che gli enti che perseguono finalità d’utilità sociale si chiedano se fra i bisogni a cui possono dare una risposta, non ci siano anche quelli di coloro che vogliono sentirsi cittadini mettendo a loro disposizione delle modalità concrete, adatte alle loro sensibilità e risorse, per partecipare alla soluzione di un qualche importante problema sociale.

Si tratta di una prospettiva che potrebbe permettere loro di:

  1. Generare una nuova fonte d’entrata, soddisfando un bisogno che è molto diffuso;
  2. Rimotivare i propri collaboratori, riscoprendo un senso più profondo al loro agire;
  3. Dare on contributo fondamentale al consolidamento delle istituzioni democratiche.

Gli enti del terzo settore sono nelle condizioni migliori per perseguire questo obiettivo, in quanto sono i depositari, quasi in esclusiva, di uno degli strumenti più semplici ed efficaci per offrire ai propri interlocutori una modalità per contribuire al perseguimento del bene comune: il dono. Donare infatti è semplice e flessibile. Il dono può facilmente adattarsi alle caratteristiche e alle disponibilità del donante. Il dono è anche economico: non viene tassato, non c’è IVA e il donante può godere di interessanti benefici fiscali. Infine il dono, proprio perché è uno scambio basato sulla libertà, rende umano l’umano e può, meglio di altre modalità, mettersi al servizio di principi ed ideali etici.

Una via per approfondire tale prospettiva e nel contempo iniziare a testarla concretamente è proprio la partecipazione al Master per promotori del dono realizzato dalla sede di Como dell’Università dell’Insubria, che è forse l’unico luogo formativo in cui questi temi vengono affrontati e dibattuti in modo rigoroso. Si tratta di un Master Universitario di primo livello offerto online che è arrivato alla sesta edizione e che è pensato per quelle organizzazioni, soprattutto medio piccole, che vogliono valorizzare il proprio patrimonio relazionale riqualificando un proprio dipendente o assumendo una nuova risorsa, eventualmente sfruttando le opportunità che offrono i tirocini curriculari. Il corso è strutturato per accompagnare lo studente nell’elaborazione e implementazione di una vera campagna di raccolta fondi e nella predisposizione di un piano annuale di promozione del dono pensato per la propria organizzazione.

Fondazione Italia per il dono onlus, consapevole del ruolo fondamentale che gli enti benefici possono svolgere nel promuovere il dono e quindi nel contribuire a creare una società più umana, è diventata partner di questa iniziativa e ha deciso di mettere a disposizione di tutti quegli enti che decideranno di sfruttare questa opportunità un contributo di 1.000 euro.

Infine vorrei cogliere l’occasione di queste riflessioni per ricordare Alessandro Duranti, fondatore di ConfiniOnline, recentemente scomparso e che, ne sono certo, avrebbe condiviso queste riflessioni.

Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito del Master o scrivermi a bernardino@perildono.it.