Marco Dotti

Seconda Classe

Un cristiano sul trono di Pietro. Giovanni XXIII visto da Hannah Arendt

24 Marzo Mar 2014 1659 24 marzo 2014
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Come è stato pos­si­bile che, fra tanti, sul trono di Pie­tro si sia infine seduto proprio un cri­stiano? Han­nah Arendt si sentì porre que­sta domanda, in forma sem­plice e diretta, da una came­riera romana. La donna – sem­plice e schietta come le sue parole, che d’altronde inter­pre­ta­vano un sen­ti­mento dif­fuso — subito aggiunse: «non ha forse dovuto essere nomi­nato vescovo, arci­ve­scovo e car­di­nale, prima di essere infine eletto papa? Nes­suno si era accorto di chi fosse real­mente?».

La rispo­sta, ovvia­mente, ten­deva al «no, non si erano accorti» e Arendt ricor­derà, ripro­po­nen­dole, domanda e rispo­sta in un arti­colo del 1965, tito­lato The Chri­stian Pope, ori­gi­na­ria­mente apparso sulla New York Review of Books, suc­ces­si­va­mente con­fluito nel volume Men in Dark Times e ora ripre­sen­tato, per la cura di Paolo Costa, al let­tore ita­liano (Il papa cri­stiano. Umiltà e fede in Gio­vanni XXIII, EDB, pp. 46, euro 5).

«Papa cri­stiano» diventa quasi un ossi­moro se letto attra­verso la lente offerta dalla came­riera romana. Reli­gio­sità popo­lare e tiara sem­bra­vano diver­gere radi­cal­mente, fino all’eccezione di Gio­vanni XXIII. Soprat­tutto per­ché sul pon­ti­fi­cato di Gio­vanni XXIII (dal 28 otto­bre 1958 al 3 giu­gno 1963), al secolo Angelo Giu­seppe Ron­calli, le testi­mo­nianze e gli aned­doti di vita quo­ti­diana con­cor­dano pro­prio sul punto: fu un uomo sem­plice e di vera fede, pra­tico e deciso, ma anche ricco di scal­trezza con­ta­dina – tutto il con­tra­rio di un papa intel­let­tuale, insomma.

È pro­prio su quella che a molti parve roz­zezza masche­rata da bontà che si con­densa la rifles­sione – breve, ma inci­siva – che Arendt dedica al pro­filo sin­go­lare di un uomo che alla bana­lità del male oppose la quo­ti­dia­nità pra­tica del bene. Lo stesso Ron­calli anno­tava che molti lo con­si­de­ra­vano un «papa di tran­si­zione». A sor­pren­dere non è tanto il fatto che non fosse nella lista dei papa­bili ma, com­menta Arendt, che «nes­suno si fosse accorto di chi egli real­mente fosse, e che venne eletto pro­prio per­ché tutti lo con­si­de­ra­vano una figura di scarso peso».

Rileg­gendo Il gior­nale dell’anima (a cura di Loris Fran­ce­sco Capo­villa, edi­zioni di Sto­ria e Let­te­ra­tura, Roma 1964), il dia­rio spi­ri­tuale di Ron­calli uscito in tra­du­zione inglese nel 1965, Arendt parla di un libro «stra­na­mente delu­dente e stra­na­mente affa­sci­nante». E cerca pro­prio in quella serie di anno­ta­zioni la rispo­sta alla domanda che cir­co­lava sulla bocca di molti e che la came­riera romana non faceva che con­den­sare in forma diretta: chi era l’uomo che, tra la fine di mag­gio e l’inizio di giu­gno del 1963 gia­ceva sul letto di morte in Vati­cano? Che molti lo con­si­de­ras­sero un «min­chione» (l’espressione è di Ron­calli) non era un mistero, ma che quell’uomo si inscri­vesse nella linea di coloro che spesso in silen­zio e umiltà hanno pra­ti­cato, e non solo pre­di­cato, l’imi­ta­tio Chri­sti è un pro­blema ben più ampio che attiene pro­prio la quo­ti­dia­nità del bene e il suo «movi­mento», rispetto alle dina­mi­che della Chiesa-istituzione.

«Dicono e cre­dono che io sia un min­chione. Lo sarò anche, ma il mio amor pro­prio non lo vor­rebbe cre­dere. È qui il bello del gioco», scri­veva Ron­calli. Eppure, alla fine, il suo «gioco» con­qui­stò e la Chiesa e il mondo. Ma non fu sem­plice, come ricorda Arendt, per­ché «nel bel mezzo del nostro secolo quest’uomo ha deciso di pren­dere alla let­tera ogni arti­colo di fede che gli era stato inse­gnato». Eppure, que­sto pren­dere alla let­tera, non fu sem­plice e tanto gli anni tra­scorsi in Bul­ga­ria, quanto quelli pas­sati a Istan­bul furono «una vera croce» a causa delle dina­mi­che della diplo­ma­zia vaticana.

C’è però un pas­sag­gio, inte­res­sante, nella let­tura di Arendt. È il richiamo alla «resi­stenza» rispetto alla sedu­zione intel­let­tuale che molti cre­denti hanno eser­ci­tato su pen­sa­tori atei e cri­tici laici. Le sue pagine risul­tano dure e per­sino ste­rili, se lette con la lente dell’appassionato di teo­lo­gia. «Gene­ra­zioni di intel­let­tuali moderni, quando non erano atei – cioè scioc­chi che fin­ge­vano di sapere ciò che nes­sun uomo può sapere – hanno impa­rato da Kier­ke­gaard, Dostoe­v­skij, Nie­tzsche e dai loro nume­ro­sis­simi seguaci, den­tro e fuori il movi­mento esi­sten­zia­li­sta, a con­si­de­rare ’inte­res­santi’ le que­stioni teo­lo­gi­che. Senza dub­bio per tutti costoro sarà dif­fi­cile com­pren­dere un uomo che, sin dalla tenera età, aveva ’fatto voto di fedeltà’ non solo alla ’povertà mate­riale’, ma a quella di ’spirito’».

In fondo, pre­scin­dendo dalla domanda su chi dav­vero fosse Gio­vanni XXIII, è  pur sempre que­sto suo non essere mai stato intel­let­tuale, in senso lata­mente bor­ghese, a affascinarci e perturbarci al tempo stesso. Fu sem­pre un pes­simo stu­dente, non leg­geva molti libri, amava solo i quo­ti­diani. Sciocco? Scal­tro? O solo un uomo real­mente povero di spi­rito? La domanda rimane, eppure è pro­prio sul fon­da­mento di que­sta domanda – la sua povertà di spi­rito — che risiede la capa­cità di inci­dere sull’attimo, sul pre­sente, sulle dina­mi­che pro­fonde del quo­ti­diano di un uomo mai privo di visione come fu Ron­calli. Fino alle sue ultime parole, pro­nun­ciate in fin di vita, che rilan­ciano a noi la que­stione: «ogni giorno è buono per nascere, ogni giorno è buono per morire». Tutti, però — e qui sta la chiave — sono «buoni» per agire.

@oilforbooks