Andrea Cardoni

SocialMediaStories

Gli indigeni del surf

14 Agosto Ago 2014 0950 14 agosto 2014
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Il bello dell' incontrare gli indigeni è si percorrono sempre strade nuove, anche se sono sull'acqua. Spesso co-incidenti con altre strade, con altri percorsi presi senza guida. È successo, di nuovo: prima di incontrare l'indigeno di questa storia, avevo visto per caso, la storia del sogno che si avverava.

Duct Tape Surfing from Mark Tipple on Vimeo.

Poi c'è stato Federico, l'indigeno, che fa surf da quando ha 15 anni e che quando ne ha compiuti 50 si è chiesto:«Faccio la solita festa? Qualche mese prima del mio compleanno ero uscito in mare con ex surfisti che non riuscivano a rimontare l’onda perché disabili. E se dovesse accadere a me? Se dovessi finire in carrozzina? Il surf è tutta la mia vita». E allora ha iniziato a farsi un regalo speciale e la festa di Federico è diventata in una raccolta fondi che è passata per facebook facendo offerte per l'acquisto di una maglia fatta ad hoc per il suo compleanno, poi il gruppo si allarga, esce da Livorno e arriva fino in Germania e in Spagna: seicento surfisti, amici, conoscenti e sconosciuti mettono insieme quasi diecimila euro e Federico può festeggiare i suoi cinquant’anni. Con i fondi raccolti comprano due motori wave jet da applicare alla tavola per rimontare e cavalcare il picco dell’onda senza fatica, e possono farlo persone con disabilità. Non c’è più bisogno di fare sforzi con le braccia o con le gambe e il surf può essere un divertimento per tutti, anche quando non ci sono le onde.

«È nato come un atto egoistico il mio, lo so, ma adesso abbiamo abbattuto una barriera e con queste due tavole anche le  persone con disabilità riescono a fare ciò che prima non era pensabile: possono andare in mare e provare l’emozione di planare l’onda o farsi una passeggiata in mare senza usare i remi». Una tecnologia, quella del motore applicato alla tavola(wifi e in totale sicurezza), che negli Stati Uniti viene già utilizzata anche da surfisti non disabili e che oggi, a Livorno, grazie al progetto di Federico, può avvicinare sempre più persone a questo sport. Il sistema di controllo del motore elettrico avviene tramite un dispositivo wireless indossato al polso che permette di gestire la velocità. La tavola poi è stata appositamente adattata per le esigenze delle persone con disabilità, per surfare da sdraiati, maniglie e una forma anatomica.

Il surf è una disciplina che anche i film hanno raccontato esser fatta di emozioni forti, di coraggio, di scoperta e di condivisione («Il surf, dice Bodhi in Point Break- è uno stato mentale dove prima ti perdi, poi ti ritrovi») e a pensare alla storia dell’indigeno Federico e dei suoi amici che in questo momento stanno facendo vivere emozioni prima impensabili per chi non poteva surfare, tornano utili le parole che scrisse sul suo diario di bordo un navigatore inglese, James Cook, che nel 1777 a Tahiti vide surfare un uomo per la prima volta: “Mentre osservavo quell'indigeno penetrare su una piccola canoa le lunghe onde a largo di Matavai Point, non potevo fare a meno di concludere che quell'uomo provasse la più sublime delle emozioni nel sentirsi trascinare con tale velocità dal mare" e ora la più sublime delle emozioni spetterà agli altri indigeni.