Andrea Cardoni

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Che palle, ancora il terremoto

22 Settembre Set 2014 0859 22 settembre 2014
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Non le ho contate le volte, ma da quando ho cominciato a scrivere su questo blog, due anni fa, spesso ho scritto del terremoto e visto che ne scrivo anche questa volta mi viene in mente una cosa che mi aveva detto Marina, una signora che ho incontrato a L’Aquila che mi ha detto che quelli che nel 2009 erano a L’Aquila durante il terremoto «saranno ricordati come quelli del terremoto e quando lo racconteranno ai loro nipoti l’effetto sarà lo stesso di quando mio nonno raccontava sempre le stesse cose della guerra: che palle la guerra». Quindi per la proprietà transitiva di questo post mi viene da pensare: “che palle che su questo blog scrivo sempre del terremoto”.  È che uno si annoia a stare sempre a sentire di cose che fanno paura, come la guerra o il terremoto, soprattutto se non ci stava dentro quando sono successe e a raccontargliele è un amico o il nonno che invece c’erano. Però il rischio è che poi uno se lo dimentica che, ad esempio, a L'Aquila c'è stato il terremoto e che dopo cinqueanniquasisei c'è la zona rossa. O che in Emilia ci sono 200  bambini che la loro scuola (pubblica) è talmente buona che la frequentano nei container.

Allora forse dipende da come uno le racconta queste cose e c’è un bambino, ad esempio, che racconta il terremoto proprio come se fosse in guerra: “Quando arriva la notte torna un po’ di paura perché stando sdraiati a terra si capisce che là sotto si combatte ancora. E non è come la guerra che racconta il nonno fatta con gli aerei e i fucili. Il nostro nemico è invisibile e imprevedibile” che a me sembra uno dei modi più belli che ho sentito raccontare quello che è successo due anni fa in Emilia. Questo racconto che si chiama “Lettere dal fronte” è uno dei dieci cortometraggi che fanno parte di un film che si chiama “Tellurica, racconti dal cratere”: dieci storie diverse fatte da un collettivo di registi, creativi, attori, autori e che hanno raccontato la paura, il volontariato, gli sciacalli, o le persone che cantavano «C’è che chi dice che il vino fa male è tutta gente, è tutta gente. C’è che chi dice che il vino fa male è tutta gente da ospedal» mentre non avevano il tetto di casa loro sopra la testa.

E a guardare la faccia di chi ha avuto a che fare con il terremoto mentre guarda il film e a vedere quanto ci hanno lavorato quelli che l’hanno fatto questo film, che se lo sono autoprodotto, mi viene in mente una cosa che ha scritto Peter Bichsel su un libro che si intitola “Il lettore, il narrare” e dice che “la tristezza non si può superare. La si può rifiutare o accettare e raccontare storie ha a che fare con il fatto di accettare la tristezza. Una storia non è mai grave quanto la realtà. Una storia comporta la possibilità di ammansire il mondo: la storia consola”.  Non so lo ancora quante volte scriverò di terremoto su questo blog, ma adesso riesco solo a pensare che questo post sono riuscito a scriverlo con un tetto sopra la testa.