Testimonianze

I soccorsi in mare dei migranti, esperienze terribili eppure così umane

16 Febbraio Feb 2017 1528 16 febbraio 2017
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Il racconto di Alberto Zanini il medico volontario di Fondazione Francesca Rava che dal 2013 è al fianco della Marina Militare italiana nel soccorso sanitario ai migranti. Durante una delle sue missioni si è trovato sulla stessa nave di Gianfranco Rosi, regista di Fuocoammare. Era il 15 agosto 2015 quando entrambi hanno visto morire asfissiati 49 profughi: «È giusto filmare immagini crude ma quelle stesse immagini hanno bisogno di parole», racconta, «l’indifferenza è il peggior male del nostro secolo»

Perché lasciare – anche se per un lasso di tempo limitato – la quotidianità a cui siamo abituati Alberto Zanini l’ha scoperto “per caso”. Zanini è un medico di 62 anni. Dirige il reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Fatebeneratelli di Erba.

E dal 2014 è diventato un volontario della Fondazione Francesca Rava NPH _ Italia Onlus che da ottobre 2013 è al fianco della Marina Militare Italiana nel soccorso sanitario ai migranti. «Quell’estate stavo cercando di contattare al cellulare un altro mio collega», racconta Alberto a Vita.it. «Ma il telefono era sempre spento.

Quando dopo alcuni giorni siamo riusciti a sentirci lui mi ha detto: “Ero su una nave della marina per offrire il primo soccorso sanitario ai profughi”. È stato grazie a lui che sono diventato volontario della Fondazione Francesca Rava».

Alberto Zanini ha partecipato a due missioni. Ma non ha intenzione di fermarsi. Durate quella fatta nel 2015 è stato sulla stessa nave del regista di Fuocoammare Gianfranco Rosi. «Lui non avrebbe mai voluto filmare tutti quei corpi morti, ma alla fine l’ha fatto. Le immagini sono importanti, ma ricordiamoci che hanno sempre bisogno di parole. Non dobbiamo abituarci a queste cose».

Alberto che ricordi ha delle missioni fatte?
Sono state esperienze fantastiche, mi lasci passare il termine, ma molto diverse una dall’altra.

Ce le racconti…
La prima volta che sono partito era l’estate del 2014. Era una grande nave militare, siamo salpati dal porto di Augusta. Raccoglievamo anche i profughi che erano stati salvati da navi più piccole; insieme a me c’erano anche altri medici.

Di cosa si è occupato principalmente?
In quell’occasione ho fatto il ginecologo. Mi sono occupato di tutte le donne gravide che mi portavano a bordo. Ma non è nato nessun bambino…

C’è stato un evento che l’ha segnata particolarmente?
In piena notte mi ha chiamato un ammiraglio che aveva ricevuto un messaggio di soccorso di una donna incinta di sette mesi: era andata in ipotermia. Siamo scesi in acqua con una nave più piccola. Per fortuna sia lei che il bambino stavano bene. Ma la prima cosa che mi ha chiesto è stata: “dov’è mio figlio?”. Si riferiva ad un altro figlio. Ma io, e neanche gli altri, siamo stati in grado di darle una risposta. L’altro bimbo aveva tre anni. Quando l’abbiamo portata sulla nave lei è rimasta in attesa. I militari sono riusciti a trovare il marito. Ma dell’altro bambino nessuna traccia. Quando siamo risbarcati, a fine missione, al porto di Augusta sono andato a salutarli: era una coppia affranta.

E la seconda missione?
Quella l’ho fatta ad agosto 2015. La nave era molto piccola. Ed io ero l’unico medico a bordo, per cui ho fatto di tutto tranne che il ginecologo. Mi sono occupato di infezioni, ustioni, problemi respiratori.

Ed è li che ha conosciuto il regista Gianfranco Rosi, giusto?
Ci siamo incontrati al porto di Augusta. Poi è partito con noi per la missione. Da solo. Senza nessun operatore. Solo con la sua piccola videocamera: nessuna scena è stata mai combinata.

Che ricordi ha invece di quei giorni?
È stata un’esperienza terribile eppure così umana.

Perché?
Abbiamo fatto tre soccorsi: prima abbiamo salvato 200 persone, poi altre 200, e poi 80. Ma in uno dei soccorsi, precisamente in quello di Ferragosto, sono morte 49 persone asfissiate nella stiva del barcone. Mi ricordo che Rosi si è inquietato per questa cosa. E mi ha detto: “io non ho mai voluto filmare i morti. Ma adesso filmo. Tutti devono sapere”. Poi si è infilato nella stiva e ha ripreso i corpi. È stato durante un soccorso che mi hanno detto: “ti portiamo uno molto grave”. Era un ragazzo di vent'anni in arresto cardiorespiratorio. Io ho provato a rianimarlo. Ma solo dopo mi sono accorto che lui era già morto da tempo. Dopo di lui altri sette ragazzi di vent’anni: sette cadaveri. Poi è stato impossibile recuperare gli altri corpi dalla stiva. Abbiamo accostato il barcone alla nostra nave: hanno dovuto aprire la stiva con una sega.

Quanto è importante documentare queste morti?
Non basta solo documentare secondo me. È fondamentale anche parlarne. Oggi siamo abituati a vedere certe immagini. È giusto filmare immagini crude ma quelle stesse immagini hanno bisogno di parole. Non dobbiamo far diventare tutto un’abitudine. L’indifferenza è il peggior male del nostro secolo.

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