Esperienze

Il teatro che fa comunità

10 Maggio Mag 2017 1543 10 maggio 2017
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Matteo Maffesanti, artista visivo, racconta il suo metodo a metà strada tra educazione e performance artistica, che propone a scuole, cooperative, comunità terapeutiche e Comuni. Con la sua associazione Elevator Bunker realizza anche laboratori teatrali residenziali.

Videomaker, regista e performer internazionale, Matteo Maffesanti lavora all’intersezione tra il mondo dell’arte e del sociale, condividendo i progetti con gli utenti, lavorando negli ambiti più diversi, dalle comunità terapeutiche, alla psichiatria, alle scuole, avvalendosi di performer tra i 18 e i 30 anni, con sindrome di Down o ritardo mentale e con attitudini performative. Ha creato un gruppo stabile di teatro a fronte di un’associazione che si chiama Elevator Bunker. Il suo teatro è basato sul corpo, sul movimento, piuttosto che sulla recitazione, Attraverso la performance e il teatro è riuscito a raggiungere circuiti dove la disabilità è marginale. Realizza residenze artistiche in collaborazione coi performer. Produce video partecipativi (progetti che coinvolgono i partecipanti anche nella realizzazione del video finale) e laboratori di teatro. Realizza inoltre progetti internazionali in collaborazione con importanti musei e associazioni.
Vita l’ha incontrato per parlare del suo percorso e dei suoi progetti.

Matteo Maffesanti. ©Iva Kozomara

Qual è la sua formazione e quale relazione c’è con la sua professione?
La mia formazione è attinente a quello che ho fatto poi dopo. Mi sono formato in una scuola di teatro che si chiama Teatro Nucleo di Ferrara, che è una scuola che usa l’arte e in particolare il teatro e il video in ambito artistico e pedagogico. Dopo questa formazione, aggiunta al mio lavoro come educatore e operatore sociale, ho avuto l’esigenza di mettere insieme questi due contenitori, il mondo del sociale e l’ambito artistico. Negli anni attraverso molti laboratori di teatro e video partecipativi ho sviluppato questo metodo e ho lavorato in diversi contesti. Ho iniziato il mio percorso dal mondo della disabilità intellettiva, poi sono arrivato a lavorare in comunità terapeutiche, nella psichiatria ma anche nelle scuole.

Mi racconta dell’esperienza di Elevator Bunker?
Dopo l’esperienza di tanti anni di laboratorio ho creato un gruppo stabile di teatro all’interno dell’associazione che si chiama Elevator Bunker, che abbiamo fondato in due. Abbiamo creato un gruppo performativo composto da persone che negli anni ho incontrato nei laboratori e con questo gruppo stiamo facendo cose molto interessanti. Siamo riusciti attraverso la performance e il teatro in generale a raggiungere circuiti dove la disabilità è marginale. Quindi per noi questa è stata una grandissima soddisfazione, In questo momento stiamo portando avanti un progetto che si chiama Bestiario Universale e abbiamo fatto diverse residenze: stiamo via delle settimane a comporre questo lavoro e poi lo presentiamo.

L’associazione Elevator Bunker è nata nel 2008 , ed è un contenitore nato per proporre laboratori nel mondo del sociale nel nostro territorio di appartenenza. Abbiamo proposto laboratori non solo a cooperative e associazioni ma anche a Comuni. Abbiamo lavorato anche tanto nelle scuole.

All’inizio ha coinvolto tanti ragazzi che poi sono diventati soci dell'associazione, poi quando è nato il collettivo, che abbiamo chiamato collettivo Elevator Bunker, hanno iniziato a partire i finanziamenti anche regionali per comporre opere nostre che erano performance, video, spettacoli. Quindi ha fatto da contenitore per proporre laboratori nel mondo del sociale e per me è stata una cosa fondamentale, perchè se sei da solo non è facile reperire i finanziamenti .

Di che cosa si sta occupando ora?
Sto realizzando un film, il mio primo lungometraggio, scritto in collaborazione con la produttrice Nella Banfi. Nel frattempo, nel 2016 ho co-fondato la società di produzione cinematografica Samekh Film.

Il suo lavoro ha finalità pedagogiche e assistenziali...
In alcuni progetti, come per esempio nelle scuole, abbiamo fatto anche formazione. Il fatto di proporre un laboratorio di teatro per noi era importante. Era importante anche la mia presenza affiancata dal performer. Sono ragazzi tra i 18 e i 30 anni, chi con la sindrome di Down, chi con ritardo mentale. Grazie al laboratorio con i performer si realizza un’apertura a questi temi che non sono molto conosciuti e che non sono visti in maniera chiara . La condivisione di un progetto ha un effetto molto importante nei ragazzi.
Quando ci chiamano a fare un progetto a scuola facciamo prima un laboratorio,quindi lavoriamo insieme con i ragazzi e molto spesso i ragazzi sono davvero talentuosi: noi lavoriamo principalmente sul movimento e non sulla parola, per noi il teatro è più legato al corpo.

Qual è il metodo che utilizzate per comporre un lavoro?
Negli anni abbiamo cambiato un pò’ metodo. All’inizio per comporre un lavoro ci trovavamo in un posto E ci incontravamo periodicamente, ma era complicato dal punto di vista logistico. Negli ultimi due progetti abbiamo deciso di sviluppare questi percorsi che ci portano a realizzare uno spettacolo attraverso le residenze artistiche. Questo significa condividere insieme una settimana o più in uno spazio teatrale e all’interno di questa esperienza abbiamo notato che è molto utile sia a livello formativo per i ragazzi, perchè comunque si mettono in gioco e vivono un’esperienza da soli e imparano attraverso la condivisione anche le cose semplici che a casa non hanno la possibilità di fare (come cucinare insieme, essere indipendenti..). All'interno di questa settimana all’esperienza pratica aggiungiamo quella teatrale. In queste residenze abbiamo la possibilità di sviluppare un percorso artistico che ci porta spesso a presentarlo ad un pubblico, di solito quelli che ci ospitano . A volte sono ambiti puramente teatrali, a volte sono parrocchiali piuttosto che dei locali che ci dà un Comune. Per noi questo è il percorso migliore in assoluto perché lavoriamo su due livelli, quello artistico e quello delle autonomie che, venendo io dal mondo educativo (sono stato anche educatore) sono molto importanti.

Elevator Bunker. © Michela Di Savino.

Quali sono i percorsi che fa a livello internazionale?
Sono legati alla danza contemporanea e hanno più una valenza artistica o coreografica. Spesso lavoro con Bassano del Grappa dove c’è una scena della danza contemporanea molto importante.
Dancing Museums per esempio è un progetto realizzato in collaborazione con diversi musei partecipanti: Arte Sella (IT), Museum Boymans van Beuningen (NL), Gemäldegalerie Wien (AT), Le Louvre (FR), Mac/Val (FR), Museo Civico e Museo di Palazzo Sturm di Bassano del Grappa (IT), and The National Gallery (UK).

Nel 2015 ha realizzato il documentario "88 Giorni nelle farm australiane", prodotto dalla Fondazione Migrantes..
È un documentario tratto dalla ricerca "Giovani Italiani in Australia" di Michele Grigoletti e Silvia Pianelli e affronta il tema della migrazione. Vuole dare voce alle migliaia di giovani italiani che ogni anno lavorano la terra australiana, raccogliendone le storie e svelandone la verità. Il documentario ha vinto il Filef Short Film Festival di Sydney e il Premio Memorie Migranti di Gualdo Tadino, ed è stato selezionato a numerosi festival italiani e internazionali.

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