Migranti

Luca Favarin: «Perché li trattiamo come animali da circo?»

28 Giugno Giu 2018 1519 28 giugno 2018
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Prete cattolico di Padova ha fondato ed è presidente di Percorso Vita Onlus, organizzazione che si occupa di migranti, minori e povertà. Dall'esperienza dei suoi viaggi in Africa è nato il libro “Animali da circo – i migranti obbedienti che vorremmo”. Perché «da quell'Africa vengono e fuggono i più poveri della terra, quelli che noi chiamiamo "i migranti" persone che "vorremmo più brave, più pulite". Quelli che tiriamo in ballo come animali da circo quando servono per propaganda politica e nascondiamo quando "non fanno nulla di interessante"»

«A me è cambiata la vita quando, mentre mangiavo la pastasciutta, guardavo il telegiornale e vedevo i morti nel Mediterraneo. Mi son detto: non è accettabile umanamente che mentre io sono qua tranquillo c'è gente che in questo momento sta morendo. E non è un film».

Esordiva così a Tv2000, nel programma "Revolution", don Luca Favarin, spiegando il motivo per cui, a un certo punto della sua vita, ha deciso di dedicarsi agli ultimi. 46 anni. Una vita a servizio dei senza fissa dimora, all'impegno contro lo sfruttamento della prostituzione, ai viaggi in Africa,

Luca Favarin

quell'Africa da cui vengono e fuggono i più poveri della terra, quelli che noi «vorremmo più bravi, più puliti e meno astidiosi, quelli che i nostri telegiornali trattano come animali da circo, mettendoli in mostra quando sono violenti e nascondendoli quando "non fanno nulla di interessante"».

Luca Favarin ha fondato ed è presidente di Percorso Vita Onlus, organizzazione che si occupa di migranti, minori e povertà. «Un luogo», dice, «dove fare accoglienza diventa anche un laboratorio di pensieri e riflessioni sociali e politiche». Luca Favarin all’inizio di giugno ha pubblicato un libro edito da Edizioni San Paolo “Animali da circo – i migranti obbedienti che vorremmo”. Perché per arrivare al cuore delle cose bisogna partire dall’inizio. Raccontarne la quotidianità: «è questo l’unico strumento contro una narrazione propagandistica e razzista».

Com’è nata l’idea del libro?
Noi nelle nostre comunità con i ragazzi ci viviamo. Li sentiamo nella quotidianità, con i loro drammi e le loro storie. Questo libro è il frutto dei miei tanti viaggi in Africa. Ma è stato fisicamente scritto nelle comunità: mentre i ragazzi che accogliamo cucinano, parlano, pensano al futuro.

“Animali da circo – i migranti obbedienti che vorremmo” è un titolo forte
Con l’associazione abbiamo tra la Padova e la sua provincia circa 10 comunità, ci vivono 140 ragazzi. Con il tempo mi sono e ci siamo accorti che sul tema dell’accoglienza ci sono due grandi atteggiamenti che si muovono su binari paralleli ma che sono entrambi altamente nocivi.

Quali?
Da un lato i razzisti, perché di questo stiamo parlando. Tutti quelli che negano la migrazione. Vorrebbero queste persone rinchiuse in gabbia, come animali in gabbia appunto che devono essere rispediti al mittente. Dall’altro, invece, una fascia di persone che la supportano rischiano comunque di assumere atteggiamenti deviati: li trattano tutti come bambini. L’approccio è infantile.

In che senso?
Ci dimentichiamo che sono persone. Allora trattiamoli come tali. Hanno un vissuto sicuramente pesante che non va nascosto o dimenticato. Ma hanno anche dei progetti, delle speranze, una vita da costruire, come tutti. Quello che proviamo a fare nelle nostre comunità è superare l’approccio assistenzialistico. I ragazzi, questi giovani adulti che accogliamo devono avere che il percorso di accoglienza ha un inizio e una fine.

La vera sfida è quella dell’integrazione
Che stiamo perdendo se continuiamo a muoverci su questa narrazione sbagliata e soprattutto bugiarda. Semplice pubblicità da campagna elettorale. Partiamo da un fatto fondamentale: in mare le persone si devono salvare, senza se e senza ma. Bisogna tendergli la mano, non allungargli un piede in testa per annegarli. Poi una volta sulla terra possiamo discutere i progetti. Ripeto in acqua si salva, si tendono le braccia. È vile anche solo la domanda “in quale porto?”. Vile è anche il consenso elettorale sulla pelle die migranti. Rischiamo di essere schizofrenici: alcuni cattolici praticanti hanno pensieri e “atteggiamenti buoni” solo quando sono in chiesa. Ecco in chiesa è facile essere tutti fratelli. E poi fuori dalla chiesa? Che facciamo? Vomitiamo astio? Tutte le scelte che vanno a rimarcare questa schizofrenia sono comode ma fanno male. Dobbiamo guardarci. Perché sono gli incontri che hanno la forza di essere disarmanti. E abbassare le barriere di diffidenza e distanza per proiettarci in un orizzonte nuovo.

Perché questo caos nelle narrazione?
Un caso voluto direi. Anche la differenza che si vuole fare a tutti i costi tra migranti economici e politici è un’ipocrisia. Se scappi delle bombe ti accolgo perché sei mio fratello. Se invece muori di fame e scappi da un luogo dove, nella maggior parte dei casi, quella povertà assoluta l’ha creata un occidente che del tuo Paese ha spolpato tutte le risorse, allora sono autorizzato a dirti “continua a crepare di fame”?.

Come si fa a capire davvero cosa significa migrazione?
Evitando di restare seduti con il telecomando in mano. Siamo nel 2018. Se una persona ha davvero desiderio di conoscere qualcosa ha a disposizione tutti gli strumenti per farlo. La verità è che stiamo diventando un Paese razzista. Che per il colore della pelle crea differenze e distinzioni. Africano è diventato “ladro, stupratore, affiliato dell’isis”. Una volta le persone che erano razziste se lo tenevano per se. Adesso invece questa cosa viene sbandierata, per alcuni è un orgoglio. E questa è una cosa spaventosa.