Cristina Cattaneo

«Riconoscere i morti ridà dignità ai vivi»

4 Febbraio Feb 2019 1302 04 febbraio 2019
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«Un libro che parla di morti e migranti. Dicevo alla casa editrice: “Volete investire su un fallimento”», racconta l’autrice di Naufraghi Senza Volto. «Ma identificare i corpi morti significa ridare dignità non solo a loro ma anche ai vivi che li cercano. E ci costringe a riflettere»

È sempre una questione di vicinanza. Quella che noi non sentiamo più. È ancora una questione di differenza, dove esistiamo “noi e gli altri”. Se non ci interessiamo alle loro vite come potremmo anche solo pensare di interessarci ai loro corpi morti?

La ragazza, in posa su uno sgabello, che indossava un vestito rosa lungo fino al ginocchio, e in foto sorrideva sapendo di essere bella, poteva essere una sorella, un’amica, una figlia di tutti. Questa ragazza con l’abito a maniche corte e “il pancino che appena si vedeva” chi è? C’è un uomo che la cerca. E sicuramente una famiglia che la piange senza però un corpo su cui piangere. Come lei il corpo di un ragazzo dell’Eritrea con in tasca un sacchetto di terra del suo Paese. Un giovane che ha portato con sé la tessera della biblioteca. E il bambino che veste un giubbotto dove nella cucitura interna c’è la pagella scolastica, in arabo e francese.

Cristina Cattaneo, professore ordinario di Medicina Legale presso l’Università degli Studi di Milano e direttore del Labanof (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense), insieme al suo team ha cercato di ridare un nome a questi volti sconosciuti. Ne è nato un libro, Naufraghi Senza Volto – Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, edito da Raffaello Cortina Editore, che raccoglie i racconti di questi anni di lavoro su due grandi stragi: quella del 3 ottobre 2013 dove, di fronte alle coste di Lampedusa, naufragò un barcone con circa 400 eritrei a bordo e dopo pochi giorni toccò a una seconda imbarcazione, che trasportava famiglie siriane.
E poi ancora quella del 18 aprile 2015 al largo della costa libica dove persero la vita mille persone.
«Nelle menti di questi genitori, fratelli, figli, compagni, oltre all’angoscia e alla frustrazione si annida lo strazio di chi non ha la certezza, di chi non ha potuto seppellire né onorare il corpo del proprio caro e si chiede ancora oggi dove sia», dice Cristina Cattaneo.

Perché non sempre riusciamo a sentire la vicinanza? Nel libro scrive “La storia dei migranti morti, e di quelli tra loro rimasti sconosciuti, che mi appresto a raccontare in base a quello che è stato il mio vissuto, si porta dietro, per me, un elemento emotivo in più: la condivisione del lutto, nello stesso periodo, con i parenti delle vittime del primo disastro di quel genere di cui mi sarei occupata. Forse anche da questo nasce, inconsapevolmente, il mio attaccamento tenace a questa vera e propria crociata”

Come medico legale ho passato vent’anni a parlare e a fare domande a chi ha perso un figlio, un genitore, un compagno, in quei momenti in cui devo raccogliere informazioni dai parenti dei morti sui quali da lì a breve dovrai fare l’autopsia. E non mi sono mai abituata all’enorme senso di tristezza e compassione che ti invade di fronte alle perdite delle persone. Mi sono sempre chiesta come fosse stare dall’altra parte, dalla parte di chi si trova a guardare un volto irrigidito e freddo. E dopo la perdita di mio padre lo sapevo anch’io. Ancora di più della perdita mi colpì con ferocia la sensazione che mi lasciò il non aver saputo impedire quella morte, e l’aver osservato impotente la sua vita scivolare via. Il dolore, i sensi di colpa e i ricordi. Così ho capito tutto, la sfumatura delle grandi perdite. Non riusciamo sempre ad entrare in empatia perché non li consociamo. Molta di questa distanza è dovuta al fatto che non riusciamo ad immedesimarci ed è una cosa che succede spesso. È il non conoscere l’altro che crea la distanza. Ma nelle menti dei padri, dei figli dei compagni oltre all’angoscia e alla frustrazione si annida lo strazio di ci non ha la certezza, di chi non ha potuto seppellire né onorare il corpo del proprio caro e si chiede ancora se sia vivo.

La vignetta che ritrae il bambino con la pagella, storia che lei racconta nel libro, realizzata da Makkox è diventata virale
La storia della vignetta ha avuto la capacità di avvicinare molto di più delle mie parole. Il lavoro di Makkox ha avuto la concretezza di poter capire che quello che hai di fronte è un ragazzo, ma in generale una persona che ha le stesse speranze e sentimenti che abbiamo tutti noi. Io credo che sia importante raccontarli questi morti. Perché attraverso di loro si può narrare una realtà che accorcia le distanze. Tutti di fronte ad una persona come noi che soffre e muore in fondo al mare perché non ha altra scelta che salire su uno scafo il cui destino è già segnato, dobbiamo porci delle domande e sentirne la vicinanza.

Quando ha deciso che il lavoro per il riconoscimento dei corpi di quelle tragedie doveva diventare un libro?
Io e il mio team siamo tornati molto cambiati dall’esperienza in Sicilia dove abbiamo lavorato sul riconoscimento dei corpi della tragedia del 2015. Tutti abbiamo avuto a che fare con la morte per lavoro, ma questa esperienza, per quello che abbiamo visto, per le vittime e per il senso di solidarietà che si è messo in moto, ci ha fatto pensare tantissimo. La situazione in Europa sta cambiando e si alza sempre più alto il muro dell’ostilità. Io credo che l’Italia abbia fatto una cosa bellissima e unica impegnandosi nel lavoro di identificazione dei corpi. E non volevo che tutto questo andasse perso. Tutto questo bagaglio di lavoro permette di ridare dignità non solo ai morti ma anche ai vivi che li cercano. Ho iniziato a scrivere il libro a giugno, di getto. Sentivo questo racconto come un’urgenza.

Sta avendo molto successo
Un libro che parla di morti e migranti. Dicevo alla casa editrice: “Volete investire in un fallimento” (sorride ndr). Ma Raffaello Cortina Editore ha avuto fiducia in me e nel mio gruppo di lavoro. I ricavi della vendita andranno tutti a finanziare le attività identificative e umanitarie del nostro laboratorio.

Credit: SALVATORE CAVALLI