Paola Maria Taufer

Educazione e cultura l'argine contro la violenza alle donne

7 Giugno Giu 2019 1506 07 giugno 2019
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Con la psicologa e psicoterapeuta trentina, autrice del libro “Marito amore incubo”, riaffrontiamo il tema degli abusi. Uno degli ultimi casi è la vicenda di una giovane che si è ferita precipitando da un terrazzo riuscendo a fuggire dopo quattro giorni segregata in casa dal fidanzato, per altro non nuovo ad accuse di violenza. «Purtroppo c’è ancora un retaggio culturale che porta molte donne a giustificare il compagno violento», osserva Taufer

L’appuntamento telefonico con Paola Maria Taufer, psicologa e psicoterapeuta trentina neopresidente della Commissione Pari Opportunità della Provincia di Trento, era nato per commentare il caso di Noa, l’adolescente olandese che si è lasciata morire dopo anni di sofferenze psichiatriche e anoressia e che era stata vittima di abusi sessuali all’età di 11 anni. Poi però la chiacchierata si è allargata anche perché per l’autrice di “Marito, amore, incubo” il libro che racconta la vita di una donna vittima di abusi e violenze sessuali subiti per decenni dal fidanzato e poi marito (qui la storia) la cronaca ogni giorno ci butta addosso vicende terribili. Una delle ultime è quella della giovane che a Milano è precipitata dal balcone per sfuggire al fidanzato violento che per quattro giorni l’aveva segregata in casa. L’uomo del resto lo scorso anno era stato assolto per un fatto analogo perché giudicato incapace di intendere e di volere. «Purtroppo non mi stupisco», dice Taufer (nell'immagine).

Nel senso che le donne subiscono sempre? Viene da chiedersi perché non si ribellino o fuggano al primo accenno di violenza?
Sono succubi, subiscono gli atti di violenza e non sono poche quelle che pensano di poter cambiare l’uomo violento, alcune arrivano anche a pensare che sia colpa loro. E invece è purtroppo un retaggio culturale che ci portiamo dentro. Per secoli e fino a non troppo tempo fa era considerato più o meno normale che un uomo picchiasse la moglie, i figli. E le donne giustificavano, sempre: “poverino è nervoso”, “devo amarlo di più”. È un meccanismo che è ancorato in profondità e che porta le vittime addirittura a dirsi “me lo merito”. Ecco al di là del caso singolo, che ovviamente non conosco in profondità, devo dire che per uscire da questi ragionamenti servono anni di psicoterapia.

Quindi non se ne esce?
Non dico questo. Occorre puntare il focus sul fatto che non si devono accettare certi comportamenti fin da bambini. Anche solo nel linguaggio alle bambine fin da piccole viene assegnato un ruolo. E quelle frasi una se le porta dentro ed è come se quelle paroline da bambina costruissero un’immagine. Certo ci sono le donne che si ribellano a questa costruzione, ma ci sono anche quelle che accettano.

È un problema culturale o di educazione?
La nostra è ancora un’epoca in cui culturalmente è cambiato poco. Per questa ragione ritengo che sia utile iniziare a lavorare fin dalle scuole materne. Ed è una delle mie priorità in seno alla Commissione Pari Opportunità della provincia di Trento. Basterebbe insegnare anche solo i valori del rispetto. L’idea dovrebbe essere quella di far partire una rivoluzione culturale dall’infanzia anche se poi bisognerebbe capire che cosa trovano in casa. Lo dico sempre occorre lavorare su più fronti.

Per la sua esperienza, come è possibile che fatti come quello recente di Milano per non parlare di altri che sono sfociati in un femminicidio continuino ad avvenire?
È vero che a volte capitano episodi improvvisi, ma un certo genere di violenza non avviene quasi mai di punto in bianco. C’è sempre qualcosa di pregresso che è rimasto in casa, chiuso tra quattro mura. Oggi le persone tendono a farsi i fatti propri. Ritengo sia impossibile che nessuno sappia nulla. Nelle grandi città come fai a non sentire o non vedere quello che accade nell’appartamento a fianco? Se uno è minimamente attento capisce che qualcosa non va. Non è possibile che siano tutti “bravi ragazzi” fino a un momento prima.

Viene da chiedersi come si possa intervenire…
Direi che il primo passo è comprendere che una persona che utilizza la violenza come espressione, non si è evoluta, ha bisogno di essere seguita, non basta neppure un percorso di sola psicoterapia. Occorre un lavoro in équipe. Se prendiamo il caso da cui siamo partite, l’uomo per un analogo caso era stato assolto perché ritenuto incapace di intendere e di volere. Quindi mi viene da pensare che fosse in carico ai servizi, fosse seguito da un centro… ma non è bastato.

L’intervista finisce con l’osservazione di Paola Maria Taufer sul fondamentale lavoro culturale che occorre fare per riuscire ad emergere dalla spirale che vede troppo spesso le donne vittime della violenza di uomini che dicono di amarle.
Mentre ci salutiamo aggiunge: «Mi ha sconvolto l’idea di una persona che a 17 anni non ha più speranze. Occorre un aiuto per affrontare un dolore insopportabile. L’anoressia è una conseguenza degli abusi subiti: è come dire al proprio corpo non sei più il mio corpo, non ti voglio vedere. E una cosa su cui non si riflette abbastanza è che l’anoressia è l’unica malattia mentale di cui si può morire. Per questo occorre intervenire precocemente e a livello multidisciplinare»

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