Luigi Manconi

«Non ho l'urgenza di parlare con i giovani. I miei coetanei sono altrettanto importanti»

5 Luglio Lug 2019 1508 05 luglio 2019
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In anteprima uno dei grandi maestri del pensiero racconta come vive l'ultimo miglio della sua vita. Sul numero del magazine in distribuzione oltre al sociologo troverete anche il filosofo Emanuele Severino, il monaco Enzo Bianchi, la fotoreporter Letizia Battaglia, il prete di strada don Antonio Mazzi, il fondatore del Censis Giuseppe De Rita, la radicale Emma Bonino e l'antropologo Marc Augé

La vita di Luigi Manconi sembra un romanzo d'avventura. Nato a Sassari nel 1948 passa l'infanzia sull'isola dell'Asinara dove lavorava il padre medico. A 21 anni, quando arriva a Milano per studiare sociologia alla Cattolica, da cui sarà espulso, ha già un figlio, è stato in carcere per via dell'attività nel servizio d'ordine di Lotta Continua e per lo stesso motivo in ospedale. E poi l'impegno politico sia come senatore che da civile su casi di malapolizia, come quello di Stefano Cucchi, e sul tema dei migranti, che oggi lo portano a bordo delle navi delle ong. «Spesso dico ai miei collaboratori: se pensi sul serio di poter scrivere un libro fondamentale per la filosofia del diritto o per la sociologia, devi assolutamente farlo. Se ritieni di non essere capace, è molto meglio che ti butti nella vita. Dentro la vita. Come ho fatto io».


Luigi Manconi

C'è un tema, forse l'unico, che non affronta mai: i giovani. C'è un motivo?
Può essere che in me ci sia una sorta di anticonformismo, e che quindi reagisca a un eccesso di retorica sui giovani e al fatto che quando si è in una condizione di difficoltà ci si appelli inevitabilmente a un riscatto possibile solo se protagonisti ne siano i giovani. Ma davvero non sento un'urgenza maggiore di parlare con i giovani di quanto la senta di parlare con gli anziani. E non credo nemmeno che i giovani debbano essere curati maggiormente perché devono tutto imparare e quindi sono agevolmente plasmabili. Questo riguarda tutte le età e in una società senensciente come la nostra curarsi degli anziani, dei miei coetanei, è una preoccupazione altrettanto importante. Per altro io parlo con tutti e sto ben attento ad usare con i giovani lo stesso linguaggio che uso con gli anziani.

Lei ha scritto che avere 71 anni le dà più energia di quanta gliene tolga. Quasi che, nonostante tutto, oggi sia più attivo di prima...
Non è tanto che sia più attivo quanto piuttosto che oggi quello che ho accumulato in questi anni di vita è una risorsa dalla quale attingere. Questo confuso e disordinato cumulo di letture, azioni, esperienze e conoscenze torna alla mente nei modi più impensabili.

Un modo per dire che gli anziani sono una risorsa piuttosto che, come vengono visti, un fardello da sopportare?
Se non fosse così sarebbe una tragedia ancora più rovinosa. La percentuale di coloro che superano i 65 anni sta crescendo e rappresenterà un terzo della società. O queste persone mantengono una propria vitalità, una propria capacità di apprendimento e quindi di formazione ulteriore e di capacità di intervento nella discussione pubblica, oppure ci dobbiamo rassegnare a una quota crescente di cittadini messi a tacere, espulsi ed emarginati. O questa quota crescente di over 65 trova una sua capacità di espressione e intervento o crescerà via via il numero di coloro che costituiscono la parte afasica della società.

Lei oltre a rappresentare il mondo degli anziani però, con la soppravvenuta cecità, rappresenta anche il mondo della disabilità. A guardare la sua vita dall'esterno sembra che questa difficoltà non abbia cambiato nulla. È così?
Se io non avessi trovato, con notevole rapidità, energie e risorse, credo mi sarei condannato a una sorta di morte civile che mi avrebbe portato o a prendere in considerazione seriamente l'ipotesi del suicidio o a rattrappirmi in una condizione di totale auto esclusione.

E da dove sono arrivate queste energie?
Ovviamente non ne ho la minima idea. In termini molto concreti io sono una persona dotata di un carattere conflittuale con una forte pulsione produttività addirittura agonistica e agitatoria. Questa certamente è una spiegazione. Questi tratti del mio carattere di fronte a quella che era una crisi terribile della mia esistenza, perché la perdita della vista è stata un momento durissimo, mi hanno portato a reagire. Poi io do un'altra spiegazione che non definisco né secolare né spirituale, per cui ritengo che nelle situazione di massima e più drammatica crisi agli individui sia possibile accedere a una sorta di grazia di stato. Quello che secondo la Chiesa Cattolica è un surplus di risorse messe a disposizione di ciascuno per affrontare situazioni tragiche.

E il suo lavorare come è cambiato oggi?
Io ho questa sensazione: che dalla seconda metà degli anni 80 mi sembra di fare sempre lo stesso lavoro. Fino al primo novembre 2018 sono stato docente di sociologia dei fenomeni politici. Che il cuore del mio impegno lavorativo di tutta la vita. Che consiste nello studiare il mondo delle carceri e il fenomeni delle migrazioni. Temi centrali anche della mia attività politica e centrali nella mia vita ancora oggi. Quindi le uniche cose che sono cambiate sono le routine e i modi, perché ho dovuto adeguarmi alla mia nuova condizione.

Tra le nuove strategia per far fronte alla mancanza della vista c'è un stratagemma che usa per fare discorsi in pubblico, ce lo spiega?
Semplicemente non potendo avere bigini e tracce scritte ho imparato un canone fisso su cui posso variare

È lo stesso trucco che usano rapper e trapper quando devono fare free style. Lei da grande appassionato di musica sicuramente ne sarà al corrente...
Certo è la base dell'improvvisazione musicale che nasce su uno schema molto rigido e rigoroso che costituisce l'impianto da cui poi evolvere. Un modello che nasce da lontano, dal canto a dispetto e dagli stornelli. Apprezzo la musica rap e trap. In particolare ascolto Achille Lauro e Amir.

Come mai le piace?
​Marcel Proust scriveva: «la cattiva musica, ben più di quella buona, si è riempita a poco a poco del sogno e delle lacrime degli uomini. Il suo posto, nullo nella storia dell'arte, è immenso nella storia sentimentale della società». Per cattiva musica intendeva quella non classica. Ecco io questa musica la amo, perché quando ascolto certe canzoni sono posseduto dal piacere. La musica leggera è adeguata a noi, in quanto è in qualche modo mediocre come noi.