Fabrizio Tonello

L’America di Trump, un Paese feroce

1 Settembre Set 2020 1456 01 settembre 2020
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Oltre 6 milioni di casi di Coronavirus e più di 180mila vittime. Le proteste dei Black Lives Matter, la polizia che continua ad esercitare atti di violenza e razzismo. Le prossimi elezioni dall’esito incerto. Qual è la situazione negli Stati Uniti d’America adesso e perché ci riguarda da vicino? L’abbiamo chiesto a Fabrizio Tonello, docente di Scienza Politica a Padova, «Se Trump dovesse essere rieletto», dice, «i suoi imitatori, tra cui Salvini in Italia piuttosto che Bolsonaro in Brasile ne sarebbero rafforzati»

Il prossimo 3 novembre si terranno, in un momento storico più delicato che mai, le 59e elezioni presidenziali della storia degli Stati Uniti. Superati i sei milioni di casi di Coronavirus con oltre 180mila vittime, complice anche una gestione scellerata dell’emergenza sanitaria da parte dell’attuale presidente Donald Trump, gli Stati Uniti sono il Paese più colpito al mondo dalla pandemia. E poi ancora il livello di povertà e disoccupazione che aumenta, le proteste del Black Lives Matter, movimento impegnato nella lotta contro il razzismo partite dopo l’omicidio di George Floyd, afroamericano di 46 anni, avvenuto lo scorso 25 maggio a Minneapolis, in Minnesota, per mano del poliziotto Derek Chauvin. Il razzismo che non accenna ad arretrare, basti pensare all’ultimo fatto di cronaca in ordine cronologico dove in in Wisconsin un agente ha sparato sette colpi alla schiena di un ventinovenne, Jacob Blake, causandone la paralisi degli arti inferiori. Ma quello che succede in America ci riguarda da vicino. «Se Trump dovesse essere rieletto», spiega Fabrizio Tonello, docente di Scienza Politica a Padova, autore tra gli altri del libro “Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza” (pagine 157, editore Pearson), «chiaramente i suoi imitatori, tra cui Salvini in Italia piuttosto che Bolsonaro in Brasile ne sarebbero rafforzati».

Professore come descriverebbe l’America di oggi?
É un Paese diviso ferocemente in due. Questa forma di polarizzazione politica esiste da molto tempo. Oggi possiamo osservarne le conseguenze profonde, ma non ancora estreme. E questo rende il quadro più preoccupante. Donald Trump sta facendo del suo meglio per accentuare questa divisione, e conta proprio su questa per essere rieletto. Trump è sempre stato un presidente di minoranza eletto grazie al meccanismo del collegio elettorale che, in nome del federalismo, permette l’elezione di candidati che su scala nazionale hanno ottenuto meno voti degli avversari. È quello che è successo nel 2016: Trump ottenne 3 milioni di voti in meno rispetto alla candidata Hilary Clinton e vinse grazie a un pugno di voti di alcuni Stati tra cui Michigan, Pennsylvania e Wisconsin. Davanti al disastro dell’epidemia di Coronavirus, dove in America si sono registrare oltre 180mila vittima, penso che qualunque altro presidente avrebbe dovuto già essere spazzato via vista l’incapacità mostrata nella gestione dell’emergenza. Invece Trump conserva una base di consenso minoritaria ma piuttosto solida. Ed è su questa che conta di essere rieletto.

È possibile fare una previsione rispetto al risultato delle prossime elezioni? É più probabile una vittoria del democratico Joe Biden o del repubblicano Trump?
Difficile. I meccanismi elettorali americani sono troppo soggetti a fattori imprevedibili. Basti pensare ai dibattiti tra i due candidati, piuttosto che ad un improvviso miglioramento di uno dei due anche in pochi Stati. Basta questo a rovesciare il risultato nel collegio elettorale. Inoltre quest’anno non sapremo i risultati il giorno successivo, poiché a causa dell’epidemia si calcola che due terzi degli aventi diritto voteranno per posta. Quindi il 3 novembre 80 milioni di schede dovranno essere aperte, verificate e attribuite a uno dei due candidati. Questo significa, a meno che non ci sia un risultato straordinariamente sbilanciato per uno dei due, che per almeno i primi dieci giorni dopo le elezioni non avremo un risultato ufficiale.

Qualunque altro presidente avrebbe dovuto già essere spazzato via vista l’incapacità mostrata nella gestione dell’emergenza. Invece Trump conserva una base di consenso minoritaria ma piuttosto solida"

Fabrizio Tonello

Le elezioni americane non sono famose per la loro affluenza al voto. Quanto può incidere questo fattore sul risultato del 3 novembre? Dobbiamo aspettarci un’affluenza bassa o, proprio come desiderio di rovesciare la situazione attuale, un’affluenza più alta?
Non lo si può sapere con anticipo. Trump e i repubblicani hanno fatto e stanno facendo del loro meglio per restringere l’elettorato. Hanno approvato vari provvedimenti per impedire un maggiore afflusso alle urne che temano possa favorire i democratici. Ma allo stesso tempo l’elettorato democratico è maggiormente convinto e sicuramente più razionale rispetto al pericolo costituito dal Coronavirus e quindi è incerto rispetto all’andare a votare fisicamente nel seggi. Oggi comunque non possiamo sapere se l’epidemia provocherà un aumento o una diminuzione di afflusso alle urne.

Continuano anche le proteste del Black Lives Matter, movimento impegnato nella lotta contro il razzismo. Come non cessano le aggressioni immotivate agli afroamericani. In Wisconsin un agente ha sparato sette colpi alla schiena di un ventinovenne, Jacob Blake, causandone la paralisi degli arti inferiori. Un cambio di presidente potrebbe rappresentare un miglioramento della condizione degli afroamericani?
Gli Stati Uniti sono un grande Paese con situazioni di discriminazione e razzismo antiche e consolidate. Le regole che riguardano il sistema di polizia, che da un lato permette il perpetuare di queste violenze e dall’altro le lascia impunite, dovrebbero assolutamente cambiare. Ma queste regole dipendono dalle singole disposizioni dei dipartimenti di polizia locali e territoriali. Da un lato i governi federali hanno favorito la militarizzazione della polizia che, dagli anni Novanta in poi, è stata esageratamente armata, e dall’altro la Corte Suprema ha sempre accettato la “qualified immunity”, la teoria secondo cui se un poliziotto ha ragione di credere che la sua vita, quella di un suo collega o di altri passanti sia in pericolo, è autorizzato a usare la forza e quindi prima spara e poi si accerta di quale fosse il pericolo. E questa è la ragione per cui molte decine di afroamericani sono stati uccisi quando non costituivano un pericolo per niente e per nessuno. Quindi, allo stato dei fatti, qualunque cosa possa dire un Presidente o anche se ci fosse un intervento da Washington, che comunque non c’è stato, molto probabilmente alcuni di questi casi di razzismo e violenze continuerebbero a verificarsi. Ripeto il razzismo della polizia è antico e consolidato, non casuale.

Trump si è distinto subito per il suo uso aggressivo dei social network, il suo stile è stato largamente imitato, le sue bugie imitate, ad essere imitata anche la sua tendenza a dire tutto il contrario di tutto per acquisire consenso"

Fabrizio Tonello

Professore ma secondo lei le proteste stanno assumendo una deriva violenta? Un esempio potrebbe essere il caso di Portland dove durante una manifestazione che ha visto protagonisti i Black Lives Matter e i sostenitori di Donald Trump, un sostenitore del presidente ha perso la vita
Credo che il caso di Portland sia abbastanza isolato. Certo è che se continua il clima di scontro è possibile che si verifichino episodi di questo tipo. Le manifestazioni dei Black Lives Matter sono sempre state pacifiche e continueranno ad esserlo. Ma quando ad una protesta partecipano milioni di persone, c’è sempre il rischio che qualcuno o qualcosa possa sfuggire dal controllo. Il clima creato dagli estremisti di destra con l’appoggio di Trump può provocare qualsiasi conseguenza.

Ipotesi peggiore: Trump viene rieletto. Che significa per l’America ma anche per gli altri Paesi?
Onestamente sono scettico sulla possibilità di una sua rielezione, ma come detto ho prima, nella politica americana tutto è possibile fino all’ultimo momento. In ogni caso se Trump dovesse essere rieletto chiaramente i suoi imitatori e penso a Bolsonaro in Brasile, piuttosto che Matteo Salvini in Italia, e tanti altri ancora, ne uscirebbero “vincenti”. Trump si è distinto subito per il suo uso aggressivo dei social network, il suo stile è stato largamente imitato, le sue bugie imitate, ad essere imitata anche la sua tendenza a dire tutto il contrario di tutto per acquisire consenso. E questi fenomeni su scala globale, con un suo secondo mandato, si rafforzerebbero.

Credit foto: Sintesi/Photoshot

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