Lea Melandri

«Ci vogliono vittime e invece siamo libere»

25 Novembre Nov 2020 1319 25 novembre 2020
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La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne non può trasformarsi in semplice retorica. «Usiamola per “svegliare l’attenzione”», dice la scrittrice e femminista Lea Melandri. «La violenza contro le donne passa sotto silenzio o come cronaca nera, ma non è così. È la libertà che stanno conquistano le donne che spaventa gli uomini che, nel tentativo di recuperare dominio e potere, si accaniscono contro di loro»

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita dall’assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999. «Il rischio che il 25 novembre venga banalizzato c’è sempre», dice la scrittrice e femminista Lea Melandri. «Ma rispetto a un problema che passa sempre sotto silenzio o un’informazione che passa come cronaca nera, è comunque utile una giornata come questa che “svegli l’attenzione”».

Come si esce dalla retorica?
Anche in mezzo alla retorica si creano cambiamenti. Quello che si sottovaluta ancora oggi in Itali, non è solo la violenza dell’uomo nei confronti della donna, ma che da oltre 50 anni molte donne si interrogano e combattono la violenza di genere entrando nelle sue radici più profonde. Bisogna partire da un primo punto.

Quale?
Smettiamo di confinare la donna solo nel suo ruolo di vittima. Oggi, infatt, è proprio la libertà delle donne su cui si accaniscono gli uomini nel tentativo di recuperare il dominio e il potere che stanno perdendo. Riprendo lo slogan del movimento non una di meno: “Libere, non vittime”. Dobbiamo continuare a lottare per la libertà di dire che le nostre vite contano, le nostre vite sono al centro.

Come facciamo a non far diventare questa giornata solo un rituale?
È stato il movimento delle donne a fare in modo che non fosse solo un rituale. Ma quanto dobbiamo aspettare perché siano gli uomini a dire pubblicamente, sulle piazze, che quella violenza “li riguarda”, in quanto parla di una storia, di una cultura, di un modello di civiltà che ha visto il dominio di un sesso sull’altro, nel privato come nel pubblico, in forme invisibili e manifeste, e su quello modellarsi tutte le forme di sfruttamento e di oppressione che conosciamo, dal classismo al razzismo, al colonialismo e a tutti i regimi autoritari? Prima che l’assuefazione, il senso di impotenza e una rassegnata apatia prendano il sopravvento di fronte agli orrori di ogni specie a cui assistiamo quotidianamente, vale la pena porsi qualche domanda.

Smettiamo di confinare la donna solo nel suo ruolo di vittima. Oggi infatti è proprio la libertà delle donne su cui si accaniscono gli uomini nel tentativo di recuperare il dominio e il potere che stanno perdendo

Lea Melandri

Quali?
Innanzitutto è stato il femminismo dell’inizio che ha posto degli interrogativi radicali. Quelli che io chiamo del corpo, della sessualità, della maternità. Gli interrogativi sul rapporto tra i sessi. È così che ho iniziato a capire quanto la storia e la cultura avessero inciso a dare una forma precisa alla vita delle donna sia nella sfera pubblica, immobilizzata in una sorta di innaturalità, che in quella privata dove la donna viene cancellata come persona, come individuo: “sono le mogli di…”, le “madri di…”. È vero che non tutti gli uomini uccidono, che la cultura maschile dominante da secoli non ha seminato solo morte, ma dato vita anche a opere sublimi di civiltà; è vero che l’amore, la solidarietà, il pacifismo non le sono estranei. Mi chiedo se è per questo che esitiamo a nominare alcune verità evidenti: che la violenza, in tutte le forme manifeste che conosciamo, dalle guerre tra Stati alle guerre civili dovute al fanatismo o a problemi sociali, alla persecuzione delle minoranze, è stata praticata finora dal sesso maschile, sia pure con l’aiuto e la complicità delle donne; che l’amore e l’odio, considerate pulsioni contrapposte, non si danno mai isolatamente, vincolate come sono l’una all’altra. Ad Albert Einstein, che in una lettera del settembre 1932 gli chiedeva “metodi educativi”, “modi di azione” per frenare la “fatalità della guerra”, Freud rispondeva:”...la pulsione di autoconservazione è certamente erotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all’aggressività per compiere quanto si ripromette. Allo stesso modo la pulsione amorosa, rivolta ad oggetti, necessita di un quid della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del suo oggetto. La difficoltà di isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ci ha impedito per tanto tempo di riconoscerle”.

Perchè non scalfiamo la maschera di neutralità che impedisce di riconoscere ai responsabili l’appartenenza a un sesso, a un genere?
Ma aggiungo che cosa impedisce agli uomini sinceramente convinti di dover operare per la pace nel mondo di interrogarsi sulla matrice ‘virile’ della violenza? Perché, a loro volta, le donne sono così poco inclini a chiedersi quando e come un figlio, un marito, un amante passano dalla tenerezza alla violenza? Può darsi che il rapporto di potere tra i sessi e le inevitabili complicità che ne hanno permesso una così lunga durata non siano, come sono portata a pensare, il maggiore ostacolo materiale e psicologico a una convivenza più umana, più giusta e solidale. Ma finché non vengono portati alla coscienza e fatti oggetto della riflessione che meritano, non sapremo mai se dobbiamo rassegnarci a una “naturale” violenza maschile, o sperare nella possibilità di un cambiamento che non riguarderebbe solo il sessismo, ma tutte le forme di distruzione e di morte che gli uomini hanno agìto contro i loro simili. Anche le donne hanno pulsioni aggressive, mi pare fuori di dubbio. Aggiungo anche che, se avessero avuto fin dall’inizio della storia umana la forza fisica, il possesso delle armi e tutto il potere che si è arrogato l’uomo, non è da escludere che avrebbero potuto farne un uso altrettanto selvaggio. Non ho mai pensato che l’esperienza della gravidanza e del parto potessero agire in modo deterministico su quelle che artificiosamente sono state considerate le “naturali” doti femminili di oblatività, dolcezza, altruismo. Gli infanticidi, la violenza sui bambini non sono purtroppo estranei alla maternità. Sta di fatto che non è andata così e, che piaccia o meno, le guerre, le devastazioni, gli stupri privati e pubblici, gli stermini di interi popoli li ha fatti il sesso maschile. Dagli uomini che non si riconoscono in questa brutalità dei loro simili ci si aspetterebbe quanto meno che si ponessero il problema, ognuno a partire dalla propria esperienza, e che cominciassero a riflettere sulla cultura che loro –nostro- malgrado abbiamo ereditato.

La denegazione è ancora il sentimento più diffuso al riguardo?
Come spiegare altrimenti che in tanti incontri, convegni, dibattiti sulla violenza contro le donne, così come quando si parla di un’educazione a un rapporto diverso tra i sessi, gli uomini sono pressoché assenti, quasi fosse solo una “questione femminile”? Sono sempre state le vittime a testimoniare la violenza, questo è vero, ma qui stiamo parlando di un male che, nelle sue forme meno visibili e per questo più insidiose, si annida -come scrive Pierre Bourdieu nel suo libro Il dominio maschile (Feltrinelli 1998) – nelle istituzioni, nei poteri, nei saperi della vita pubblica e “nell’oscurità dei corpi”, cioè nel sentire, ragionare e agire di ogni individuo, maschio o femmina.

Da dove cominciare a snidarlo?
Ma, soprattutto, come fermare l’attenzione su un dominio così esteso e al medesimo tempo così sfuggente, che passa attraverso le più tenere cure dell’infanzia, le prime esperienze scolastiche, l’aria stessa che si respira negli interni delle case e per le vie della città, e che, ciò nonostante, si continua a considerarlo “privato”? Biosgna ripartire dall'educazione e continaure a portare avanti la battaglia femminsita. Non c'è altra strada

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