Antonia Autuori

«Mezzogiorno, le realtà del Terzo settore devono imparare a fare gruppo»

5 Ottobre Ott 2021 1149 05 ottobre 2021
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La presidente della Fondazione della Comunità Salernitana, la prima fondazione di Comunità nata nel Centro-Sud Italia non ha dubbi: «Al Sud, soprattutto negli ultimi anni, il mondo del privato sociale è stato animato da una vivacità senza precedenti. Sono aumentate le realtà e le iniziative, e questo è un bene. Ma adesso è fondamentale fare un salto di qualità: bisogna uscire dall’autoreferenzialità, imparare a fare rete: l’obiettivo comune è il benessere delle persone che abitano i nostri territori»

La prima fondazione di Comunità del Sud Italia è nata nel 2009 a Salerno. Si chiama “Fondazione della Comunità Salernitana” e sostiene lo sviluppo e il rafforzamento di comunità solidali ed integrate, realizzando progetti locali sostenibili con il contributo di Istituzioni, Terzo Settore, imprese e cittadini. «Come tutte le altre Fondazioni che l’hanno preceduta», racconta Antonia Autuori, la presidente della Fondazione, «quella Salernitana nasce con l’obiettivo di promuovere una vera cultura del dono che faccia sentire tutti noi partecipi dello sviluppo sociale, culturale ed etico del territorio al quale apparteniamo».

La prima Fondazione di Comunità nata nel centro-sud Italia
La prima nel Mezzogiorno nata da 63 soggetti fondatori e con il sostegno della Fondazione con il Sud. Un bel traguardo. Come tutte le altre Fondazioni che l’hanno preceduta, quella Salernitana nasce con l’obiettivo di promuovere una vera cultura del dono che faccia sentire tutti noi partecipi dello sviluppo sociale, culturale ed etico del territorio al quale apparteniamo, di rafforzare i legami di solidarietà e responsabilità sociale, migliorare la qualità della vita della nostra comunità locale, garantire un futuro migliore alle nuove generazioni. Le principali autorità amministrative, economiche, religiose e della società civile presenti nel territorio, tra cui la Prefettura, la Questura, il Comune, la Provincia e la Camera di Commercio di Salerno, l’Università degli Studi di Salerno, l’Arcidiocesi Salerno – Campagna – Acerno, la Fondazione Cassa Risparmio Salernitana e il Forum Provinciale del Terzo Settore, si sono riuniti ad inizio 2008 in un Comitato Promotore per dare avvio alla fase costitutiva del nuovo Ente. La missione della Fondazione della Comunità è operare attraverso il coinvolgimento concreto di tutta la comunità, offrendo al singolo cittadino, alle associazioni, alle imprese e alle istituzioni economiche, sociali e culturali del territorio, occasioni di partecipare alle attività dell’ente e di contribuire a trasformare responsabilmente il territorio in cui vivono, in una comunità solidale e sussidiaria. Lavoriamo su tutta la provincia della città, la seconda più grande d’Italia: 158 comuni, un territorio molto vasto e anche molto variegato.

Come lavorate e che progetti state portando avanti?
Prima di tutto ascoltiamo i bisogni delle persone e del territorio. Tra i progetti che stiamo portando avanti c’è “Una Speranza” a Sala Consilina, un’iniziativa con radici profonde. Siamo nel 1997 e Gianfranco Santopaolo, padre di un giovane con disabilità, voleva rompere il muro che isolava le persone con disabilità e le loro famiglie. Decise insieme ad altre famiglie che condividevano le sue paure così, come i suoi desideri, di creare un’associazione che iniziasse a gestire attività di socializzazione e a riflettere sul “durante e dopo di noi”. Il Centro Una Speranza è nato per tutelare i diritti delle persone con disabilità, garantire l’inclusione sociale, valorizzare le competenze degli ospiti e costruire un’accoglienza residenziale che mantenesse però la dimensione familiare.

Antonia Autuori

​Dai primi anni di vita dell’associazione sono stati raccolti fondi per la costruzione del Centro, ma è solo a partire dal mese di ottobre del 2010 che il progetto è decollato, grazie al partenariato con la Fondazione della Comunità Salernitana che ha garantito il proprio supporto promuovendo il progetto.
Il partenariato con la fondazione comunitaria da un lato garantisce la durata della struttura nel lungo periodo, dall’altro apre al coinvolgimento del territorio, che dona risorse economiche, competenze professionali, beni materiali e ore di lavoro.

Presso la Fondazione è stato inoltre costituito un apposito fondo destinato a sostenere il Centro. Una data significativa del progetto è stata il 17 dicembre 2016 quando è stata inaugurata la struttura composta da quattro piani, di cui due dedicati all’accoglienza residenziale e due alle attività sia per i giovani sia con disabilità che non. Ad oggi la parte diurna è funzionante e dal mese di settembre di questo anno sono stati avviati i lavori di completamento della parte residenziale che si concluderanno entro un anno, così finalmente gli ospiti avranno una casa tutta per loro. O ancora il progetto “Muri d’autore”, promosso dalla Fondazione Alfonso Gatto e realizzato con la nostra collaborazione. Con questo progetto abbiamo realizzato un museo permanente all’aperto che ha ridato vitalità al quartiere Fornelle, rione più antico e popolare di Salerno. L’obiettivo principale del progetto è stato quello di valorizzare il ruolo sociale della poesia come strumento di riqualificazione urbana e miglioramento della vita dei cittadini. Su ciascun palazzo, lungo le arcate, a ridosso dei giardini sono stati trascritte poesie e pensieri dei principali poeti ed autori del Novecento. Quest’intervento ha cambiato il volto e la fruizione dell’intero quartiere che è diventato un grande museo/libro a cielo aperto ma, anche una meta turistica, un luogo nel quale fare didattica, un set cinematografico per film e video musicali. Dal 2021 il Ministero dei Beni Culturali ha inserito l'iniziativa nell’albo dei “Sistemi territoriali di creatività urbana”. Nel corso del tempo i muri d’autore hanno subito una deturpazione dovuta agli agenti atmosferici e la Fondazione ha lanciato una campagna di crowfunding per il restauro delle opere.

Qual è la difficoltà principale che riscontrate?
L’ente pubblico dovrebbe essere più presente. C’è bisogno di ringiovanire la platea amministrativa. Farsi guidare da nuove figure professionali che sappiano intercettare bandi e iniziative a cui partecipare per promuovere lo sviluppo nei nostri territori. Il lavoro in generale, o meglio l’assenza di lavoro, al Sud Italia è un fenomeno molto sentito. Quindi credo che anche per l’imprenditoria privata si debbano creare delle “zone economiche speciali” che agevolino l'attivazione di investimenti al Sud. Ma perché questo territorio, il nostro territorio, diventi attrattivo c’è bisogno di infrastrutture che, ad oggi, mancano. Arrivare nelle zone interne della nostra provincia è davvero complicato.

Come la filantropia può essere un volano per lo sviluppo territoriale?
La filantropia da sola può fare poco. Deve lavorare invece in un sistema integrato dove sono presenti tutti gli attori del territorio. I progetti, tutti, per essere davvero incisivi devono diventare azioni collettive e condivise. E se il lavoro di co-progettazione è un modello che andrebbe sposato in generale, questo vale ancora di più quando parliamo di Mezzogiorno dove c’è una capacità economica diversa rispetto alle altre regioni del nord Italia. Quindi la quantità di donazioni è più bassa, questo vale sia per l’ente privato che per il singolo cittadino. Allo stesso tempo però, per i motivi che spiegavamo prima, anche il pubblico ha difficoltà a reperire risorse. L’unico modo per avviare a questo problema è mettere insieme le risorse e le competenze affinchè quelle risorse non vadano sprecate ma investite con criterio e cognizione di causa per avere un ritorno concreto sul territorio e soprattutto su chi lo abita.

Nello specifico quale dovrebbe essere l’impegno del del Terzo Settore?
Qui al Sud, soprattutto negli ultimi anni, il mondo del privato sociale è stato animato da una vivacità senza precedenti. Sono aumentate le realtà e le iniziative, e questo è un bene. Ma adesso è fondamentale fare un salto di qualità: bisogna uscire dall’autoreferenzialità. Manca ancora questa consapevolezza: “insieme si può lavorare di più e si può fare meglio". Il privato sociale dovrebbe iniziare ad essere meno individualista e fare più rete. Persiste ancora questa ritrosia nella condivisione per paura di perdere la “primogenitura” di un’idea. Ma stanno arrivando segnali positivi: sono diversi i bandi nati con l’obiettivo di finanziare progetti sviluppati non da una singola associazione ma da gruppi di associazioni. Diventa quindi necessario formare dei partenariati.

Che futuro per il Sud?
Moltissimo dipenderà da quello che succederà nei prossimi cinque anni e da come saranno usati i fondi del piano nazionale di ripresa e resilienza. Importante è coinvolgere in prima persona il mondo del privato sociale nella programmazione sull’utilizzo. Se il pubblico crede di poter fare da solo sicuramente non parte con il piede giusto. Dovrebbe interpellare il Terzo settore che si è già messo a disposizione.

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