Letizia Battaglia

Letizia Battaglia, il coraggio di accettare la paura

14 Aprile Apr 2022 1303 14 aprile 2022

«Non sapevo di avere coraggio perché stavo facendo solo quello che dovevo». Quasi con disincanto, Letizia Battaglia racconta gli anni che precedono e percorrono la storia più calda della città di Palermo, quando lavorava per il quotidiano "L'Ora" e la sua presenza nelle strade del capoluogo siciliano congelava sulla pellicola il risultato della violenza di Cosa Nostra

  • ...
  • ...

«Non sapevo di avere coraggio perché stavo facendo solo quello che dovevo». Quasi con disincanto, Letizia Battaglia racconta gli anni che precedono e percorrono la storia più calda della città di Palermo, quando lavorava per il quotidiano "L'Ora" e la sua presenza nelle strade del capoluogo siciliano congelava sulla pellicola il risultato della violenza di Cosa Nostra

Cadeva di domenica, l’8 Marzo 2020. Una giornata colorata dai tanti banchetti che, agli angoli delle strade e nelle piazze, proponevano l’immancabile mimosa. Una lettura gioiosa di una data che, invece, dovrebbe ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche, ma anche le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono ancora vittime in tutto il mondo. L’8 marzo 2020, però, anticiperà di pochi giorni anche la dichiarazione dello stato di pandemia da parte dell’Oms. In quel clima mondiale già ovattato, avviene l’incontro con Letizia Battaglia nella sua casa studio di Palermo. Un luogo nel quale si respirava un pezzo di storia non solo della città di Palermo. Storia in parte da lei percorsa in questa intervista, andata ad arricchire il libro “Il mondo è mio” (Mediter Italia Edizioni), scritto insieme a Victor Matteucci e Augusta Nannerini, prezioso scrigno di testimonianze donate da 20 donne leader nel Mediterraneo che, proprio a Palermo, hanno dato vita alla "Rete Jasmine".

Letizia, quando si fa il tuo nome, si pensa subito alla fotografia di mafia negli anni più caldi di Palermo. Ma era quello che volevi fare sin da sempre?

Veramente io volevo fare la scrittrice, poi a 16 mi sono sposata e la mia vita ha preso una strada diversa. Mio padre era geloso, temeva che potessi fare chissà che cosa, l’esistenza era diventata così insopportabile che dissi a me stessa: «Il primo che mi vuole, me lo sposo». Lui aveva 23 anni, si chiamava Stagnitta e pensavo di andare incontro alla libertà. Non fu proprio così. Io palermitana, lui più che palermitano e dì profonda cultura siciliana. Ben presto mi resi conto che non avevo più niente da sognare. Passava il tempo, ma non sapevo cosa fare. Avevo 19 anni, ero madre di figli e cominciai con un corso di disegno per corrispondenza. Pagavo qualche cosina. Facevo delle cretinaggini, piccole cose, le inviavo, loro mi rimandavano il giudizio. Poi passai ai corsi di lingua inglese, francese, cominciai l’arabo e il russo ma lasciai subito perdere. Non facevo niente di interessante perché, quando sei dentro lacci e lacciuoli, nulla ha senso. Aspettavo di andarmene. Durò, però, tanto perché avevo tre figlie, una di 16, una di 19 e l’altra di 24. Quando ero lì lì per farlo, ero già alla seconda, ed era difficile non avendo alcun aiuto, essendo sola. Feci un corso per segretaria d’azienda, niente di che, non sapevo veramente verso dove andare. La nostra era una vita agiata, lui benestante, un ricco signore. Forse troppo agiata.

Per rinascere e cominciare a volare liberi, si deve sempre toccare l’apice del dolore.

A un certo punto mi ammalai gravemente, sembrava avessi avuto un infarto. Ogni volta che suonava il campanello svenivo. Rimasi a letto per tanto tempo. Pensa che mi diedero anche l’estrema unzione. Poi scoprimmo che si trattava di una malattia simile alle crisi di panico, il cuore che non regge al dolore. Mi portarono in Svizzera per fare la cura del sonno, ma per me che volevo soltanto la pace, una vita diversa, quella non era certo la soluzione. Non ero esaurita, ma disperata. Dopo 14 giorni, infatti, mi svegliai urlando. Gli psicoanalisti di allora dissero che potevo nascondere qualcosa, il fatto che magari avessi un amante, tutti castelli costruiti perché non avevano risposte. Disperata, ritorno a Palermo e incontro una persona meravigliosa, Francesco Corrao, uno psico-analista. Non ce ne saranno più come lui in Italia. Era anche presidente della Società Psico-analitica. Mi seguì per tre anni. Recuperai me stessa e andai via da casa, a Milano, non senza tragedie e drammi familiari. Anche le mie figlie mi seguirono, seppure con tempi e modalità differenti perché erano già grandi e ognuno aveva già la propria vita. Milano mi ha aiutato molto. Ha accolto le mie capacità. Le foto, qualche articolino, poi cercai e trovai le persone e cose giuste: Pasolini, il movimento studentesco. Scrivevo da lì. Mi davano 80mila lire, 40 euro di oggi. Cominciarono, però, a chiedermi anche le foto, così una mia amica, Marilù Balsamo, architetto di Palermo, mi regalò una macchinetta e pian piano cominciai a cimentarmi. E quando tornai, se prima la odiavo perché era stata per me una prigione, esplose il mio amore per Palermo.

Fu allora che ha inizio la tua collaborazione con il quotidiano “L’Ora”?

Con il giornale avevo già collaborato ma solo con articoli, anche di una certa importanza, non con fotografie. Tornai dopo 3 anni di vita milanese e cominciai a lavorare stabilmente con il “L’Ora”. Un amore che durò 19 anni. Non mi sono subito lanciata a fare foto di mafia perché, se volevo mantenere il posto, dovevo fare di tutto: dalla partita all’incendio, dalle pulci in una scuola alla mafia, ma solo queste ultime sono quelle che mi hanno reso nota. Capitava che ti mandavano a fare la foto, di corsa: «Vai, è successa questa cosa». Non c’era la digitale. Si doveva scattare, tornare in redazione, sviluppare, lavare il negativo, fare asciugare, stampare e portare la foto bagnata in redazione. Consegnavi e poi mettevi tutto da parte, non avevi il tempo di rivedere nulla. C’era solo la fretta. Poi magari, dopo qualche tempo, guardavi i provini e ti accorgevi che ce n’erano di migliori. Il quotidiano è questo, ma io devo ringraziare il giornale per quel che mi ha dato. Fu l’occasione. Ero li presente, ero ovunque. Una fatica enorme, ma impagabile. Foto di un ammazzato, di un incidente, di un arresto, poi quelle dei bambini, delle donne. Di uomini ne ho pochissimi. O sono ammazzati o arrestati. Neanche di Luca (Orlando, il sindaco n.d.r. ), che amo molto, ho tante foto. Ne ho, invece, di Falcone, Borsellino, Scarpinato. Preferisco di gran lunga le donne.

Anni molto forti, quelli de “L’Ora”, anche molto malati per la città di Palermo.

Erano gli anni caldi. Capitai quando i corleonesi erano impazziti, sanguinari e violenti. Quando mi domandano: «Hai avuto paura?», io rispondo: «Sempre». Soprattutto dopo alcune minacce. Ricevetti una lettera anonima molto brutta che portai a Falcone. C’era scritto: «Lei ha rotto i coglioni col suo modo di fare. Se ne vada da Palermo perché la sua fine è decretata». Ti lascio immaginare la mia reazione. Terrore. Falcone mi disse: «Vada via per qualche mese», ma io non me ne andai. Avevo paura, ma non pensavo che avere paura significasse arrendersi, per cui non sapevo neanche di avere coraggio. Dovevo farlo. Sono stati anni veramente duri. Non puoi rimanere una persona normalmente felice, se hai vissuto tutte quelle cose e in quel modo. I cittadini leggono il giornale, poi vanno ai funerali, per esempio come nel caso di Falcone e di Borsellino, ma tu sei lì e li vedi che non si muovono più, immobili, col sangue attorno. Era un dovere per me fotografare, era un dovere per il giornale, così come con le mostre. Mi ricordo quando ci recammo a Corleone col “Centro Impastato”, che io e Franco Zecchin abbiamo fondato insieme a Umberto Santino. Andammo coi pannelli e una 500. Mettemmo tutto in piazza. Non ricordo se era una festa, ma ricordo che era domenica. C’era una folla enorme. In dieci minuti la piazza si svuotò, non volevano certamente vedere la foto di Luciano Liggio arrestato o di Ciancimino. Venne anche la Rai e io dissi a Marrazzo che avevo paura. C’è il servizio. Dovevi vedere le facce dei corleonesi. Tutti erano lì: Bagarella, quelli non arrestati, Provenzano, sua moglie, e noi con le nostre fotografie. Andavamo ovunque perché il nostro era un dovere politico. E facevamo tutto gratuitamente. Piazza Politeama, la Festa dell’Unità, il rapporto col “Centro Impastato”. Ti devo confessare che c’è stato un periodo in cui uscivo da casa, dal portone, e mi aspettavo un colpo di pistola. Mi chiamò anche il Prefetto di allora e mi disse: «Abbiamo paura per te». Io replicai: «Io la scorta non la voglio. Preferisco morire ammazzata». Perché, se hai la scorta, te la tengono un mese e poi te la levano, quindi diventi un bersaglio. Sono ancora viva.

Cosa, quindi, significa per te avere coraggio?

Questa cosa del coraggio nella vita! Se esamino a freddo, indubbiamente l’ho avuto perché ho vissuto delle cose drammatiche, anche nella mia vita privata. Ma io sono così, non mi lascio piegare dalla paura. Ricordo una volta, avevo un piccolo studio vicino al Politeama con Franco Zecchin. Sento gridare e vedo un uomo alto e grosso che picchiava una donna minuta e le voleva scippare la fede. Corro e mi metto in mezzo a tutti e due. Questo, però, non è coraggio. Ci sono cose che devi fare. Anche quando parlo di mafia contro la mafia, devo dire quello che penso, accada quel che accada. Si deve fare perché sento che questo è per me l’unico modo per migliorare il mondo. Tutto questo me lo ha dato l’analisi. Mi aiutò a uscire da quell’involucro di donna carina, sposata, madre. Io non dico che l’analisi salva, quasi nessuno si salva, ma io si. Ho mantenuto la mia follia, non avendo più angoscia. Ero molto tormentata dentro. Tutto quello che è venuto in seguito l’ho conquistato da sola. Dopo la separazione ho rifiutato gli alimenti di mio marito, ma non ho mai rimpianto questa scelta. E non avevo niente. A Milano dormivo su un materasso per terra. La tavola era uno scatolone che avevo raccolto strada facendo. Mi ricordo che c’era un prete che aveva mobili usati e li vendeva. Erano anche molto carini.

Ricordi la prima foto che ti ha suscitato particolare emozione?

La prima foto importante che ricordo, nonostante ogni giorno ce ne fosse uno? Quella di un uomo ammazzato sotto un ulivo, e io che dicevo: «Ora si muove». Il mio primo morto. Ricordo, però, sempre il dolore delle madri, i volti dei bambini.

In quegli anni caldi, cosa voleva dire fare la fotografa, in una città come Palermo?

A dire il vero io ero l’unica donna in Italia a lavorare per un quotidiano, cosa diversa da chi lo faceva per un settimanale con tutto il tempo per riflettere, scegliere, costruire la foto. Io in 5 minuti dovevo superare lo sgomento, inquadrare bene, sempre ostacolata da polizia e persone, non era facile. Io mi mettevo anche a gridare, ma non lo puoi fare tra morto e parenti, con la polizia che ti acchiappava per il braccio (ancora me la ricordo quella strattonata!!!). Dopo qualche anno, non ricordo quanti perchè fu ammazzato presto, l’allora Capo della Squadra Mobile, Boris Giuliano, una sera arrivò e disse: «La signora deve fotografare». Non mi toccò più nessuno.

Ma tu, ti senti un’eroina?

Assolutamente no. Sono una persona che crede che il mondo debba essere migliore, infatti è da un po’ di tempo che ce l’ho con l’8 marzo e con le donne perché parliamo e parliamo, ma non abbiamo ancora diritti alla pari degli uomini. Invece, dobbiamo governare. Ma non 5 o 6 donne con 100 uomini, per cui il nostro pensiero o i desideri si sciolgono, si polverizzano. Dobbiamo andare a governare al 50%. Dico alle donne che hanno il dovere di sporcarsi le mani. Andare a governare ovunque, negli ospedali, nella politica, in fabbrica perché noi possediamo un’altra cosa che gli uomini non hanno, ossia la consapevolezza della vita. L’abbiamo nella pancia, anche se non facciamo figli. Rispetto per il pianeta. Se penso a quelle plastiche che finiscono nei mari e se le mangiano i delfini. Abbiamo inquinato tutto, messo veleni nei cibi, siamo pieni di medicine che fanno male. Stanno anche morendo le api.

Sei sicuramente una donna che ha guadato i conflitti, raccontandoli. In quanto donna, come vivi la condizione di conflitto?

Ho vissuto nel conflitto, ma non l’ho percepito, non l’ho introiettato. Si può dire che lotto continuamente affinché si rispettino le cose e si facciano nella maniera giusta. Dirigere il “Centro Internazionale di Fotografia” è una cosa politica, non attiene solo all’arte. Perché, se l’arte non é rivoluzionaria, non è niente. Fare bene le cose oggi significa lottare per un mondo giusto. Ho fatto una cosa, secondo me, meravigliosa. Ho invitato le donne, ma non quelle che lo fanno di mestiere, a fotografare Palermo bellissima. Sono arrivate al centro, erano in 57 e sono andate in giro per la città. Hanno fotografato insieme ai ragazzi del carcere con le macchinette usa e getta. In galleria sono venute quelle con le pance, i bambini. Prendevano tutto quello che c’era da mangiare. Bellissimo. Avevo chiesto a uno di loro, che aveva vissuto l’esperienza del carcere, di portare la fisarmonica. Dopo avere suonato, gli ho regalato personalmente 100 euro. Mi ha detto che erano i primi soldi che guadagnava onestamente. Mi commuovo, pensandoci ancora oggi. Se dai loro, ricevi tanto. Come non capirlo? Non é detto che i ragazzi debbano essere per forza legati alla mafia. Se dai, le persone ti ricambiano. Io non vedrò un mondo che cambia perché ho una certa età, ma ho il dovere di porre insieme ad altri le basi per un cambiamento futuro. Lo penso anche quando sono stanca e mi sento svenire per i dolori fisici.

Cosa vuol dire per te lottare?

Lottare mi rende la vita interessante. È comunque un lusso poterlo fare perché c’è gente che non può lottare anche volendo perché deve combattere col pane che non ha. La fotografia è uno strumento, ma non è il solo. Giro molto per le scuole, i licei artistici, le università. Quando arrivi li vedi svogliati, distratti, soprattutto i ragazzi, poi pian piano catturi l’attenzione e vedi i loro occhi lucidi. Il nostro, il mio, è un dovere. Devi aiutarli a trovare la bellezza. Qualche volta sono annoiati anche gli stessi insegnanti perché vengono da una realtà che non riconosce loro alcun merito.

Bisogna, quindi, andare alla ricerca della felicità. Da che parte guardare?

La ricerca della felicità la trovi nella giustizia e basta. Ci fu un processo neanche un anno fa, la famosa “Trattativa Stato Mafia”. Io ero in tribunale, avevo i capelli verdi, difficile non notarmi. Non c’erano politici, ma c’erano le Agende Rosse. Si aspettava la sentenza con la paura che il lavoro di Nino Di Matteo venisse vanificato. Quando dissero che era vero, che c’era stata, non ti dico la commozione, gli abbracci con Nino. Fu meraviglioso. Io non sono una giustizialista, non credo che la galera serva, ma la giustizia si deve avere. Quando un Giulio Andreotti, collegato alla mafia di Salvo Lima, a Ciancimino, diviene per 7 volte primo ministro italiano, con addosso non una sentenza di assoluzione, ma una sentenza caduta in prescrizione, di che parliamo? E pensare che in quel caso la mia foto fu determinante.

A proposito, mi racconti la storia di questa foto?

La mia famosa foto. Campagna elettorale della Dc, 1969. Andreotti era arrivato al Cinema Nazionale per il comizio. Per me la foto era lui, seduto vicino a Ciancimino. Tornai in redazione verso le 16 e mi dissero che dovevo andare all’Hotel Zagarella, a Santa Flavia, per una delle feste della Democrazia Cristiana. Non ci volevo andare, ero stanca dalla mattina; a dire il vero ero sempre stanca. Nonostante tutto, andai. Vidi Andreotti con un po’ di gente, feci qualche foto e tornai. Non pubblicarono niente. Dopo tanti anni bussano alla mia porta, apro e mi ritrovo davanti dei picciotti alti, anche molto belli. Erano della Dia. «Vogliamo guardare nel suo archivio». «Prego - dico io - è un piacere». «Non è un piacere, abbiamo il mandato». Chiesi cosa cercassero per aiutarli nella ricerca. Erano le 11 e andarono via alle 18. Mi lasciarono un foglio, avevano preso una cinquantina di strisce. «Almeno vi sono stata utile? ». «Si», mi rispose bruscamente uno di loro. Dopo un mese mi chiama Attilio Bolzoni e mi dice: «Hai fatto lo scoop della tua vita». «Ma quale scoop? Non ho fatto proprio niente di particolare». Sembrava che la foto incriminata, decisiva, fosse quella che riprendeva Andreotti insieme al mafioso Nino Salvo. Fatto che lui negava. La foto più brutta della mia vita, mossa, sfocata. Dopo averla chiesta, mi diedero una fotina, stampata male. Anche se non perfetta, la inserisco sempre nelle mostre che faccio. Il negativo, però, l’hanno tuttora loro. Nella foto c’erano Salvo Lima, Mattarella, Nino Salvo, Andreotti e uno che non so chi fosse. Non sapevo perché non li conoscevo, se no avrei fatto una foto migliore.

Quegli anni furono anche anni di lotte portate avanti proprio dalle donne. Quelle del digiuno, per esempio. Cos’è cambiato da allora?

Allora c’era la disperazione per tutti i morti ammazzati. Dal ‘92 sono passati 28 anni. Ci voleva coraggio a dire: «Fuori il capo della polizia». In me è come se fosse ieri la rabbia e la disperazione. Eravamo al telefono, io e Marta Cimino, quando venne fuori la voglia di portare avanti questa iniziativa. Ricordo i lenzuoli, le scritte, le donne del digiuno a piazza Politeama. Feci stampare a mie spese un manifesto con su scritto: «Grazie Rita (Atria, ndr.)». perché si era buttata, suicidata. Eravamo tutti tesi, ma più di tutti le donne. Mi ricordo la catena umana. C’erano facce che avrei detto di mafiosi, invece erano tutti con noi. Difficile fotografarla tutta perchè era un serpentone che attraversò l’intera città. Mai più nulla fu forte come quella esperienza.

Cos’è rimasto di quanto accaduto?

Oggi c’è una coscienza diversa. La gente allora era più prigioniera della mafia. Pensava veramente che aiutasse la gente. Andavi alla Vucciria e dove non si sarebbe mai messo un piede. Io allora abitavo in via del Giardinaccio e sono scappata perché mi fecero tre furti. Non c’era ancora tanta gente che abitava il centro storico. Ero un’intrusa. Si spacciava lì davanti. Impossibile viverci.

.Dove troviamo, quindi, la speranza per un futuro che attinga alla vitalità e alla fiducia del passato?

Nella fatica, nella lotta, nella disciplina. Sta lì la speranza, solo lì. E non bisogna affidarsi solo agli uomini. Abbiamo il dovere di esserci, Yin e Yang.

Le Reti come Jasmine possono servire?

Non lo so. Forse non basta. È una cosa, così com’è una cosa questa intervista, come è una cosa il “Centro Internazionale di Fotografia”, come è una cosa che abbiamo ancora il sindaco Orlando, ma è anche una cosa che se ne andrà. Bisogna resistere. E lo dico pensando allo stesso “Centro di Fotografia”. Il Comune di Palermo mi dà 50mila euro l’anno, ma non bastano. La mostra di Kudelka, per capirci, mi é costata 20mila euro; ne abbiamo fatte almeno 25 in neanche due anni. Io lavoro gratis, era nei patti, ma chi sta lì deve potere portare a casa qualcosa. Vedremo.

.Hai citato il sindaco di Palermo. La Primavera di Orlando è rimasta nella memoria e nel cuore di chi l’ha vissuta.

Diciamocelo sinceramente. Prima di Luca, cos’era questa città? Forse non tutti sanno che Orlando, di notte, nelle strade vuote di Palermo pagava i musicisti per suonare davanti ai ristoranti. Piano piano le cose sono cambiate. Tutto non si può fare, errori se ne commettono sempre. Lui ama la città, non si fa fottere dalla mafia. È bravo. E non si può dire il contrario.

Potrà mai ritornare un periodo come quello?

La Primavera di Palermo non ci sarà più. Quello che dobbiamo fare è un lavoro continuo sulla nostra cultura. Allora fu una cosa eroica, ti ammazzavano pure, ricordo il sindaco Insalaco. Tanto dolore. Preferisco non pensarci. Veramente.

Contenuti correlati