Gouthier India
Adozioni internazionali

Naseem. Mazgama-Firenze, andata e ritorno

11 Ottobre Ott 2018 2304 11 ottobre 2018
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«Questa è la storia di un bambino perduto che ha viaggiato nello spazio, nel tempo e nel profondo del proprio cuore». Inizia così la storia vera di Naseem, che una mattina uscì dalla sua capanna e iniziò a camminare. Uno degli 80mila bambini che ogni anno vengono persi in India. Un viaggio senza ritorno, che ha portato Naseem in Italia, adottato da Anna e Savino. E che a 23 anni, contro ogni speranza, ha ritrovato la strada di casa

«Questa è la storia di un bambino perduto che ha viaggiato nello spazio, nel tempo e nel profondo del proprio cuore». Inizia così “Sulle tracce di un sogno”, un libro che ripercorre la storia vera di Naseem, che una mattina all’alba, a sette anni, dopo aver litigato con suo padre, uscì dalla capanna e iniziò a camminare in una direzione che non aveva mai esplorato prima. Camminò tanto da arrivare in Italia, in Toscana, adottato da Anna e Savino. Naseem, che del suo villaggio in India non sapeva nemmeno il nome, scoprì quel giorno le automobili e i treni. Ne prese uno. Non volendo e non sapendo che quel viaggio sarebbe stato di sola andata.

A raccontare la storia di Naseem – una storia incredibile ma rigorosamente vera – è Daniele Gouthier, matematico e scrittore, esperto di comunicazione della scienza e padre di quattro figli, di cui due adottati in India nel 1999 e nel 2004. Naseem, Daniele lo ha incontrato per la prima volta a Delhi, all’istituto Palna: lui e la moglie Monica erano lì per Anshi, Anna e Savino, due infermieri toscani, per Naseem. Quindici anni dopo, nel 2014, Naseem, che ormai ha 23 anni, va in Friuli Venezia Giulia, da Daniele, per chiedergli di scrivere la sua storia. “Sulle tracce di un sogno” nasce così. Oggi è un libro in preordine su Bookabook e un reading, che Daniele sta portando in giro per l’Italia, per dire che «quella di Naseem era una speranza assurda, che non aveva elementi: eppure la sua storia dice che vale la pena mettersi in viaggio e sperare, anche quando la speranza sembra irrealizzabile. Vorrei che tutti avessero l’opportunità di provare a realizzare il sogno di un bambino, perché la vita cambia. Naseem ha voluto raccontare questa storia perché sa di essere stato fortunato, perché altre persone possano avere la sua stessa speranza».

Quella di Naseem era una speranza assurda, che non aveva elementi. Lui ha voluto raccontare questa storia perché sa di essere stato fortunato, perché altre persone possano avere la sua stessa speranza

«In India vengono persi 80mila bambini all’anno. Persi, non abbandonati», racconta Daniele. Naseem è uno di loro. Ha perso la strada di casa e dietro di sé non aveva lasciato alcun sassolino bianco. Eppure in questa storia i pezzi del puzzle sono andati tutti inaspettatamente al loro posto, come se ogni persona incontrata per caso fosse lì in realtà per un motivo. Perché c’è un altro protagonista di questa storia che è necessario presentare subito: si chiama Manikant e nel 1999 era un giovane ingegnere informatico indiano, che stava andando da Mumbai a Firenze per sei mesi. La sorte gli assegnò in aeroplano il posto accanto a Naseem.

«Naseem a Firenze ha avuto un’infanzia e un’adolescenza tranquilla. Si è ben inserito in famiglia e con gli amici, lui dice sempre di essere prima fiorentino e poi italiano. Non ha mai parlato con Anna e Savino delle sue origini, pur avendo con tutta evidenza dei ricordi perché è stato adottato già grande: era stato trovato per le strade di Delhi che aveva 7/8 anni», racconta Daniele. Intorno ai 15 anni però Naseem scappa di casa e va a Roma, destinazione ambasciata, e per la prima volta quando torna dice “volevo tornare in India”. È l’autunno del 2012 e Naseem decide che il giorno del suo compleanno, il 18 gennaio, sarà al suo villaggio. Vuole andarci da solo, senza i genitori. Un villaggio di cui non sa nemmeno il nome. E l’India è grande. E Naseem ha scordato l’hindi. Quando Manikant (che a quel punto vive a Londra) telefona come ogni anno per gli auguri di Natale, qualcosa scatta in Naseem. Inizia a raccontare a lui i suoi ricordi. Fa il nome della mamma e quello dei suoi sei fratelli, parla del cibo e della vegetazione di quella che lui chiama casa. Nella sua memoria si fa strada anche un nome, Mahagama: significa “grande-villaggio” e di Mahagama, con WikiMapia, Manikant in India ne trova 120.

Naseem racconta anche di quella mattina in cui il papà l’aveva sgridato e lui preso da una rabbia furiosa aveva iniziato a camminare finché aveva incontrato una strada con delle macchine, un mondo mai visto. Naseem cammina lungo quella strada, poi si addormenta sui gradini del tempio e quando si sveglia vede una stazione e un treno. Ci sale. Il treno viaggia per circa un’ora, fino a un’altra stazione. A quel punto la rabbia è sbollita e l’avventura è vissuta, Naseem pensa che sia tempo di tornare a casa. Aspetta un treno che vada nella direzione opposta e ci sale. Ma quel treno viaggerà senza fermarsi per tre giorni, fino a Delhi. Naseem si è perso.

A metà gennaio 2013 Naseem parte per l’India. Il Mahagama da cui partono è quello sbagliato. Si spostano allora a nord del fiume Gange. C’è un ispettore di polizia che ricorda di bambini persi in quella zona quasi quindici anni prima. Setacciano la zona. Finché Naseem riconosce il tempio sui cui scalini ha dormito. E la stazione, anche se con gli anni è diventata più grande. «Io arrivavo da là», dice con sicurezza al suo traduttore. Quando giungono a un villaggio che si chiama Mazgama, Naseem è sicuro: quello è il suo villaggio. A questo punto la storia bisogna leggerla. Ma lì, a Mazgama, Naseem ritrova la sua famiglia. Nel 2015 ci porterà anche i suoi genitori, Anna e Savino. Le due donne, quella che l’ha partorito e quella che l’ha cresciuto, camminano a lungo mano nella mano, non avendo alcun altro modo di parlarsi. C’è anche Daniele, che stava già scrivendo il libro: «Prima di noi tre, la gente di quel villaggio non aveva mai visto un bianco: questo ha cambiato molte cose per me su cos’è lo “straniero”», ammette, «anche rispetto all’adozione, noi siamo abituati a parlare di adozioni internazionali, mentre Manikant - che nel frattempo ha aiutato altri cinque ragazzi indiani adottati a ritrovare le loro origini - parla di adozioni interculturali: quando si adotta un figlio, si adotta anche la sua cultura, che lo accompagna anche se lui ha pochi mesi. Quello che importa è trovare ponti in cui le due culture possano parlarsi».

L’immagine che ho io dell’adozione è la chiave di volta, due mezzi archi che da soli crollerebbero e che stanno insieme perché hanno bisogno uno dell’altro: l’adozione è un incontro di persone che hanno bisogno e desiderio di fare famiglia insieme

Fin qui la storia. Che fa riflettere. «Noi siamo stati anche una famigli affidataria: dalla storia di Naseem ho capito che ogni adozione è in una certa misura anche un affidamento e che uno dei doveri che noi genitori adottivi abbiamo è quello di riportare il più possibile i nostri figli alle loro famiglie biologiche. Per alcuni sarà un incontro, altri non sapranno mai chi è la loro mamma, ma questo riavvicinamento si può fare in tanti modi, cominciando col non imporre segreti, con una narrazione onesta delle ipotesi che hanno portato all’abbandono, ricordando che non sempre per un genitore fare “il meglio possibile” significa fare l’ideale. Io ho un’ammirazione profonda per Anna e Savino che non hanno mai ostacolato ma anzi favorito la ricerca di Naseem», afferma Daniele.

Fare la pace con le proprie radici per lui è importante, sempre. La sua famiglia è tornata in India nel 2014, tutti e sei, con due tappe a Delhi e a Bombay, negli istituti in cui due dei suoi quattro figli sono stati adottati. «Riportarli alle radici è faticoso, è un compito in più che i genitori biologici non hanno, però ci spetta e alla fine fa bene a tutti». Anche perché «l’adozione è l’incontro di due bisogni, l’immagine che ho io dell’adozione è la chiave di volta, due mezzi archi che da soli crollerebbero e che stanno insieme perché hanno bisogno uno dell’altro: nell’adozione non è vero che la parte debole è il bambino e quella forte i genitori, l’adozione è un incontro di persone che hanno bisogno e desiderio di fare famiglia insieme. Il ritorno alle radici sta dentro questa cornice».