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#Covid19

Letizia, l'infermiera che vive nella casa di cura per poter lavorare

5 Maggio Mag 2020 1217 05 maggio 2020
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A Firenze la Fondazione Ronald McDonald ha messo a disposizione Casa Ronald per i sanitari dell'Ospedale Pediatrico Meyer. «Senza questa soluzione non avrei potuto lavorare. È nato un rapporto che andrà avanti anche dopo il Covid», sottolinea la sanitaria

«Quando è iniziato il periodo Covid e mi resi conto che i treni veloci per Roma erano stati quasi tutti cancellati, chiesi aiuto all'Ospedale Meyer e mi fu inizialmente proposta una soluzione in un B&B». A parlare è Letizia, infermiera romana, la prima operatrice dell'Ospedale Pediatrico Meyer ad essere accolta a Casa Ronald Firenze nel quadro dell'accordo secondo cui gli operatori dell'Ospedale possano essere ospitati nella casa fiorentina della Fondazione per l'Infanzia Ronald McDonald Italia al posto delle famiglie dei piccoli malati in cura.

Letizia a Casa Ronald Firenze

Nel pieno dell’emergenza infatti la ha deciso di offrire il proprio contributo a chi in queste settimane è in prima linea mettendo a disposizione la Casa Ronald di Firenze per accogliere il personale medico sanitario. Medici, infermieri e operatori che provengono da altre città o che hanno necessità di un punto di ristoro, infatti, possono usufruire degli spazi di Casa Ronald, grazie a accordo stipulato con l’Azienda ospedaliero-universitaria Meyer.

Tra loro Letizia che racconta «intorno al 20 marzo finalmente qui in questa casa, dove ho trascorso una gran parte del periodo di lockdown. Senza questa soluzione, senza treni veloci, non avendo una casa non avrei saputo dove andare. Non avrei potuto lavorare e in questo momento sarebbe stato impensabile. Questa soluzione è stata la mia salvezza, proprio la salvezza totale».

«Sono molto orgogliosa di come abbiamo saputo, come Fondazione, cambiare pelle pur mantenendo viva e intatta la nostra missione di servizio agli ospedali pediatrici», sottolinea il direttore generale Maria Chiara Roti, «l’accoglienza è il nostro obbiettivo e abbiamo saputo trasformare la Casa secondo i bisogni del momento contingente senza tirarci indietro facendo fronte alle grandi difficoltà organizzative e operative. Il team in prima linea si è dimostrato coraggioso e animato da spirito di comunità».

La casa Ronald di Firenze

Un impegno che anche per Letizia è stato il vero plus, «Per me che vengo da una realtà come Roma, come il Lazio, dove non ci sono mai state situazioni simili è stato molto emozionante. Poi ho visto la vostra volontà di adattamento, il fatto che ad ogni mia richiesta ci fosse una concreta volontà di modellare la vostra organizzazione per venirmi incontro, voi non eravate dovuti a farlo, ed invece è entrato in gioco l'aspetto umano; avete voluto aiutarmi. L'ho sentito davvero tanto, sinceramente non me lo aspettavo».

Inizialmente a primo impatto Letizia però no era sicura della scelta. «Quando sono arrivata ero un po' scettica, un po' spaventata, mi sono dovuta adeguare a delle regole, Ma poi mi sono accorta che il posto è bellissimo, è sicuro, è accogliente, voi dello Staff sempre a disposizione, per ogni dubbio siete voi stessi a chiamarmi, o io posso farlo in qualsiasi momento».

Un incontro quello tra Letizia e la Fondazione che l'infermiera romana sintetizza in una parola: «salvezza».

Per capire il perché decide di raccontare un episodio, «Alla vigilia di Pasqua, quando sono rientrata dal mio turno all'ospedale mi hanno fatto trovare un pensierino, l'Uovo di cioccolata e la Colomba. Mi ha molto colpito. Essendo lontana dalla famiglia, senza nessuno che potesse venire a trovarmi, per me è stata una cosa tanto carina, un gesto d'affetto molto importante. Sembrano stupidaggini ma sono le cose che fanno invece la differenza». Naturalmente l'attenzione era generale, «in queste settimane tutti dalla Fondazione anticipavano i possibili problemi, contattandomi per sapere dei miei orari e concordando con me le modalità del vostro servizio.

Un rapporto nato per caso che però non sarà passeggero. «Mi sono entrati nel cuore», racconta Letizia, «non li conoscevo prima. Non sapevo neanche esistesse la Fondazione Ronald Mc Donald. Da oggi però so che questa sarà una relazione duratura. Non finirà con l'emergenza».