Silvio Cilento
Competenze

La formazione? La mia eterna rivendicazione

6 Maggio Mag 2022 0900 06 maggio 2022
  • ...

Si può considerare una conquista innovativa una formazione che, guardando al benessere della comunità, diventa una presa di coscienza individuale per chi la riceve. Un incontro felice quello di Silvo Cilento, presidente provinciale di Arci Cosenza, con Fqts,progetto di formazione per i dirigenti delle organizzazioni del Terzo settore, promosso da Forum del Terzo Settore e CSVnet, con il sostegno di Fondazione CON IL SUD

Quando quel che si fa è ciò che si sarebbe sempre voluto fare nella vita, allora si può dire di avere trovato quella dimensione che appaga e rende felice perché consente di rivendicare la propria persona dandole un posto autorevole nella società.

Questo è stato per Silvio Cilento, presidente provinciale dell’Arci di Cosenza da febbraio del 2020, l’incontro avvenuto nel 2018 con Fqts, progetto di formazione rivolto ai dirigenti delle organizzazioni del Terzo Settore italiano, con uno sguardo particolare alle Regioni del Sud. A promuovere questo percorso che dal 2007, cioè da quando ha avuto inizio il progetto, ha coinvolto 4mila associazioni destinando a 30mila persone 10mila ore di una formazione alla cui base ci sono i valori della democrazia, della partecipazione, della responsabilità e dell’inclusione sociale, è il Forum del Terzo Settore e il CSVnet con il sostegno di Fondazione CON IL SUD.

Un percorso che dona valore alla comunità nella quale l’organizzazione opera, ma anche al singolo che, prima di trasferire tutti i benefici che questa formazione porta con sé, li fa propri.

«Nel mio caso è stata una storia di cambiamento. Sono entrato in Fqts da discente – spiega lo stesso Silvio Cilento - seguendo la linea relativa all’animazione territoriale. Allora ero un semplice volontario dell’Arci. Quella formazione mi ha offerto tanti punti di vista, tracciando un cammino associativo che mi ha portato a diventare dirigente del comitato provinciale di Arci Cosenza. Un bellissimo percorso perché è stato prima di tutto una presa di coscienza mia individuale; poi c’è stata l’emersione delle competenze che ignoravo di possedere e che mi hanno consentito di capire che tipo di figura volevo e potevo essere all’interno della mia organizzazione, a cominciare dal manager sino all’animatore territoriale».

Una continua crescita, quella di Silvio Cento, andata in due direzioni, quella interna all’Arci e l’altra relativa alla strada fatta anche all’interno di Fqts, dove da discente è diventato formatore della stessa linea che aveva seguito nel 2018.

«Ho acquisito delle tecniche che ho portato all’interno dell’Arci, ma anche nel contesto territoriale in cui operiamo che è quello della città di Cosenza, realtà del Sud in cui si fa tanta fatica ad andare avanti. Si parla quasi esclusivamente di volontariato e di poco di altro. Solo da poco, grazie alla riforma del Terzo Settore, si comincia a introdurre il tema ambientale e si discute di associazioni di promozione sociale. Resta, però, sempre il problema della gestione della cooperative che hanno tanto bisogno di formazione perché i pacchetti formativi che vengono proposti hanno sempre un costo molto alto e, inoltre, toccano in maniera trasversale il Terzo Settore, creando a mio avviso molta confusione. Quando Fqts ha proposto questo percorso totalmente gratuito non potevamo crederci. È stato come aprire una finestra su un nuovo mondo».

Insieme a Silvio Cilento, nel tempo, si è formato quasi tutto il direttivo dell’Arci, determinando un cambio di approccio con il territorio con il quale si è cominciato a dialogare in maniera del tutto diversa.

«La nostra sede dal 2001 è all’interno di uno dei quartieri più problematici di Cosenza, Panebianco, dove abbiamo sempre fatto fatica a dialogare con la vicina di casa come con i negozianti che stanno sotto il nostro ufficio. Grazie a Fqts abbiamo semplicemente scoperto e applicato delle tecniche di animazione territoriale e facilitazione che ci stanno consentendo di costruire una vera comunità. Collaboriamo con i negozianti e stiamo riqualificando una piazza nei pressi della nostra sede anche perché siamo riusciti a dialogare in maniera costruttiva anche con l’amministrazione comunale. Ora presentiamo più progetti di prima perché stiamo creando reti e partenariati importanti, ma cosa ancora più importante siamo riusciti a strutturare anche un pacchetto di servizi rivolti a quelle persone che, per i più diversi motivi, hanno bisogno di svolgere lavori di pubblica utilità. Stiamo anche lavorando sull’emersione delle competenze in chi credeva di non possedere nulla, dandogli la possibilità di conquistare una propria autostima».

Qualche esempio concreto di come un nuovo approccio può determinare un radicale cambiamento nelle relazioni col territorio può essere una semplice attività di doposcuola.

«Prima si partiva direttamente con la promozione delle attività. Riuscivamo a raccogliere qualche bambino ed essere punto di riferimento per un po’ di adolescenti, ma i numeri rimanevano sempre bassi. Abbiamo cominciato a osservare il territorio per capire chi potevano essere i nostri destinatari e, dopo avere individuato il target, abbiamo disegnato la campagna di promozione calibrata sui beneficiari che, nel nostro caso, sono ragazzi under 17 che vivono condizioni di povertà non soltanto educativa ma anche economica. Siamo persone che lavorano in associazione da anni, ma queste tecniche ci erano sfuggite o non erano mai arrivate alla nostra attenzione».

In un tale contesto, come ci si affranca dal punto di vista culturale?

«Bisogna essere innovativi e padroni della propria storia. È necessario avere chiara l’identità della propria organizzazione, prima ancora dell’identità del territorio in cui si sta lavorando. Il percorso formativo ti aiuta ad avere contezza di chi sei, qual è la tua mission, dove vuoi andare, cosa puoi fare. Poi si comincia ad aprire relazioni e collaborazioni non solo sociali ma anche culturali con altre realtà, creando momenti di condivisione, con continui stimoli a partecipare. Stimolare processi partecipativi significa trattare diversi temi, dalla cultura all’accoglienza al sociale. Oggi si dà per scontato che le associazioni siano inclusive e accoglienti, ma sappiamo che quella del Sud spesso non lo sono affatto».

Cosa vuol dire essere dirigente di un’associazioni come l’Arci con tali presupposti ?

«Vuol dire tantissimo. C’è stato anche un riconoscimento diverso della mia figura e del mio ruolo interno. La mia é anche una storia particolare di ragazzo omosessuale discriminato. Sono una di quelle persone che, per sentirsi riconosciuta, ha dovuto lavorare il doppio degli altri. Il fatto di essere presidente mi ha reso più sicuro anche perché è questo il settore dove voglio lavorare, non vorrei fare altro. Essere dirigente ha facilitato molto la possibililità di costruire relazioni, dialoghi, idee progettuali, partenariati. Oggi, presentarmi come Silvio Cilento presidente di Arci Cosenza, ha un sapore diverso e anche chi mi ascolta mi percepisce in maniera differente da prima. All’Arci non c’è una sezione dell’Arcigay perchè, grazie a un finanziamento arrivato il mese scorso dall'Unar, abbiamo aperto un "Centro contro le discriminazioni" gestito da noi. Questo perché il problema esiste, ci sono molti ragazzi e ragazze discriminati che arrivavano da noi anche prima dell’apertura della nuova struttura. Oggi un centro in un quartiere come il nostro significa essere ancora più riconosciuti. Si stanno, infatti, avvicinando molti genitori, ragazzi e ragazze in transizione che non sanno a chi rivolgersi o chi contattare per un primo approccio, così come le le scuole ci stanno proponendoo percorsi di sensibilizzazione contro il bullismo e il cyber- bullismo».

Fondamentale l'attivazione di progetti di questo genere all’interno di un quartiere della periferia di Cosenza come Panebianco, nel quale convivono, senza però mai incontrarsi, diverse comunità, da quella rom a quella tunisina, sino a una tutta cosentina, nelle quali, ognuna secondo le proprie caratteristiche, si subisce il problema della discriminazione, della dispersione scolastica, ma anche quello della povertà educativa e culturale, senza dimenticare la gravità di fenomeni come lo spaccio e la delinquenza.

Una riflessione va fatta sul vero senso di comunità.

«Una comunità è tale non perché ha una fitta rete di associazioni, ma perché riesce a creare dialogo tra il comune cittadino, il panettiere, il gioielliere del quartiere, le associazioni, l’Asp, la Polizia Municipale, i Vigili del Fuoco, le Forze dell'Ordine. Comunità è creare relazioni tra enti e persone, comitati di quartiere, semplici attivisti che vogliono qualificare le aiuole del quartiere e che coabitano lo stesso territorio. Quest'anno il percorso di Fqts è indirizzato proprio alle comunità e la nostra parteciperà».

Da quello che racconta traspare tanta serenità e la voglia di fare sempre di più. Lo si dice sempre silenziosamente, ma sembra quasi che lei sia felice.

«Mi sono innamorato di Fqts perché mi ha aiutato a diventare più attrattivo. Sono una persona che coglie subito e cerca di portarsi a casa tanto. Mi sento realizzato e sono sempre più convinto che quella che ho intrapreso sia la strada giusta. Poi per me è un’eterna rivendicazione perché sono un ragazzo di appena 35 anni che ama vivere se stesso, pienamente e liberamente. Si, lo ammetto, sono felice»..