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Africa

Mozambico, la guerra dimenticata di Cabo Delgado

14 Settembre Set 2022 1220 14 settembre 2022
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Cabo Delgado è una provincia dell’estremo nord mozambicano, scenario di uno dei conflitti più dimenticati del pianeta, che imperversa ormai da 5 anni. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Ocha, sono 945 mila le persone che hanno dovuto abbandonare i propri villaggi per scampare dagli attacchi del gruppo terrorista Sunna Wa Jama (ASWJ) chiamata dalla gente del luogo Machababos, “i molti ragazzi”. Gli stessi che hanno tolto la vita a Suor Maria De Coppi, la religiosa italiana uccisa in un agguato nella sua missione di Chipene

I primi attacchi si sono scagliati contro i simboli dell’autorità statale e del governo. Uffici, sedi amministrative, stazioni della polizia. Poi hanno appiccato il fuoco a scuole e ospedali, poi il loro obiettivo sono diventati le donne e gli uomini, aggrediti, uccisi barbaramente nelle loro incursioni notturne, senza badare a distinzioni etniche e religiose.

A raccontare come la jihad coi suoi vessilli neri è divampata nell’area sono i profughi incontrati nelle tendopoli di Cabo Delgado, provincia dell’estremo nord mozambicano e scenario di uno dei conflitti più dimenticati del pianeta, che imperversa ormai da 5 anni. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Ocha, sono 945 mila le persone che hanno dovuto abbandonare i propri villaggi, gli Idps, Internally displaced people, per scampare dagli attacchi del gruppo terrorista Sunna Wa Jama (ASWJ) chiamata dalla gente del luogo Machababos, “i molti ragazzi”. Gli stessi che hanno tolto la vita a Suor Maria De Coppi, la religiosa italiana uccisa in un agguato nella sua missione di Chipene.

​La guerriglia è scoppiata nelle remote aree del nord del Mozambico dal 2017, seminando una violenza che a oggi è costata la vita a oltre 4mila persone, secondo i dati raccolti dall’osservatorio Cabo Ligado. E che negli ultimi due mesi si è spinta sempre più a sud, nei distretti di Ancuabe, Chiure e Mecufi. Le strade che si diramano da Metoro sono diventate scenari di potenziali imboscate per le jeep in transito. Fino a superare lo scorso giugno, per la prima volta, il confine del fiume Lurio che divide le province di Cabo Delgado e Nampula e oltre cui si trova la missione di suor Maria, a Chipene.

La situazione è fluida ma sono circa venti i campi profughi allestiti dalle agenzie umanitarie, molti di questi agglutinati intorno a Metuge, a due ore dalla capitale provinciale Pemba. Sono cresciuti a dismisura in distese di tende o capanne di fascine e fango confusamente allineate sui dorsi delle colline, attorno ai piccoli villaggi preesistenti, e dove qualche rifugiato ha iniziato a praticare agricoltura di sussistenza o microscopici commerci fra i sentieri polverosi, lontani dall’ombra degli alberi. E dove si va avanti con le razioni del World Food Program, che arrivano una volta al mese.

“Recentemente sono stati attaccati distretti e luoghi dove l’ong Cuamm lavora da almeno due anni prestando servizi di base alla popolazione che già era fuggita e che ora si ritrova di nuovo di fronte all’orrore delle violenze” ci racconta Edoardo Occa, antropologo e responsabile per il Cuamm dei programmi di salute comunitaria in Mozambico. Medici con l’Africa Cuamm è presente nell’area con progetti di sostegno alle gravide e ai bambini, ai malnutriti e alle vittime di violenza e a tutti coloro che necessitano sostegno psicologico. “L’unico dovere delle organizzazioni umanitarie è essere presenti, manifestare la necessità di provvedere a servizi essenziali per la popolazione in fuga, in una situazione in costante mutamento”, riflette Occa.

I rifugiati arrivano dalle zone di Mocímboa da Praia, Palma, Macomia e Quissanga, Muidumbi e Nangade dalla parte più settentrionale di Cabo Delgado che ora è avvolta nel buio. Qualcuno dei profughi va e viene anche per badare a quel che resta dei propri villaggi, si entra con pass speciali ma è difficile valutare lo stato attuale delle infrastrutture per chi vi è rimasto a vivere, circa un milione di persone, mentre le autorità stanno spingendo le persone a ritornare a Mocímboa da Praia, considerata relativamente normalizzata.

Parliamo di un orizzonte rurale dalla ricchezza prodigiosa, dove musica e danza si sono sempre mescolata all’arte delle maschere ancestrali mapiko, intagliate dalle popolazioni makonde e dove ogni comunità custodisce nei villaggi arborei le proprie leggende. È da questi territori al confine con la Tanzania che dal 1964 è partita la guerriglia contro i coloni portoghesi, con le prime azioni coordinate dal Frelimo poi rimasto stabilmente al potere dalla fine della guerra civile mozambicana per trasformarsi in un partito sistema, che tutt’oggi gestisce il potere con una visione d’apparato.

Dopo la guerra, la distanza tra Cabo Delgado e la capitale Maputo si è via via amplificata e la provincia è divenuta un’area periferica famosa più che altro per le sue estese attività estrattive, tutte in mano a grandi compagnie internazionali. Rubini, grafite, smeraldi, oro, berillio e tantalite. E gas naturale, la cui estrazione ora è paralizzata proprio dalla violenza terroristica. Sul mare a largo di Palma, città che nel 2020 ha subito un sanguinoso attacco diretto da parte dei machababos, ci sono giacimenti che fanno del Mozambico il terzo paese africano per ricchezza di gas naturale, sempre più prezioso con la crisi energetica, e che hanno attirato 55miliardi di dollari d’investimenti. Sono arrivati gli americani di ExxonMobil, i cinesi di Cnpc. L’italiana Eni ha avviato una piattaforma offshore dalla capacità di 3,4 milioni di tonnellate. La francese Total Energies aveva realizzato nella penisola di Afungi i suoi ciclopici impianti di lavorazione, ricollocando altrove interi villaggi di pescatori. Ora l’area è bloccata. Dopo l’interessamento di Parigi, dal 2021 è intervenuto l’esercito ruandese che ha creato un cordone protettivo proprio attorno a Palma e Afungi, mentre il resto del nordest di Cabo Delgado è presidiato dall’esercito mozambicano dalla missione Samim della Comunità di sviluppo dell’Africa Australe.

Lo sfruttamento delle ricchezze minerarie da parte di persone arrivate da fuori, dalle multinazionali, da funzionari corrotti, sono una formidabile arma di propaganda per i jihadisti tra i giovani delle piccole comunità disseminate nel mato, la foresta, che non vedono futuro davanti a loro. S’intuisce dalle parole di Bernardo, agricoltore e capo villaggio del campo profughi di Ngalane, dove Cuamm gestisce un progetto di supporto antiviolenza per le donne e persone con disagio psichico. Dietro agli attacchi non ci sono problemi etnici, né religiosi. È tutta una questione d’interessi, di affari privati”, racconta. Bernardo delle imprese estrattive di gas nella sua provincia dice di sapere poco, spiega però che i suoi compaesani conoscono molto bene la gigantesca miniera di rubini nel distretto di Montepuez, nel cuore di Cabo Delgado, Ruby Mining, di proprietà d’una holding inglese: “È in mano a persone che vengono da fuori. Noi dei villaggi siamo sempre stati a guardare, nelle miniere non ci lavoriamo, non ci resta mai nulla”. E spalanca le mani in un gesto di frustrazione comune a tanti, che da generazioni si vedono deturpati delle loro risorse e incamerano una rabbia muta.

Credit Foto Orsola Bernardo