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L’1 ottobre è occasione per giro di vite contro attivisti

In vista dell'anniversario della nascita della Repubblica popolare, Pechino inasprisce i provvedimenti di sorveglianza contro attivisti per i diritti umani, riferisce Amnesty International

di Redazione

Amnesty International ha denunciato oggi un aumento dei provvedimenti di sorveglianza, delle intimidazioni e degli arresti di attivisti per i diritti umani, alla vigilia del 1° ottobre, 60° anniversario della nascita della Repubblica popolare cinese. «L’obiettivo delle autorità di Pechino è quello di impedire agli attivisti di porre questioni relative ai diritti umani e di sfidare l’immagine di armonia sociale in cui si vuole celebrare l’anniversario» si legge nel comunicato odierno di AI.

Secondo i dati dell’organizzazione per i diritti umani, svariate centinaia di attivisti e dissidenti sono sottoposti a sorveglianza o ad arresti domiciliari e a migliaia di persone intenzionate a presentare petizioni alle autorità centrali viene impedito di entrare nella capitale.

«Il governo cinese vuole celebrare il successo del paese facendo in modo che nessuna voce di dissenso o di protesta possa essere ascoltata» ha dichiarato Roseann Rife, vicedirettrice del Programma Asia e Pacifico di Amnesty International. «Così facendo, le autorità ammettono che hanno paura di dare la voce al popolo perche’ racconti le proprie esperienze di vita quotidiana, buone o cattive che siano».

Venerdì 25 settembre i mezzi d’informazione cinesi hanno riferito che il governo ha chiesto alle autorita’ locali di tenere sotto sorveglianza chiunque abbia presentato un esposto. A ogni vigilia di eventi o festeggiamenti importanti, le autorità di Pechino espellono dalla capitale le persone che vi si recano per presentare un reclamo, poichè altrimenti la loro presenza renderebbe un cattivo servizio, sul piano internazionale, all’immagine del paese.

Amnesty International chiede l’immediata fine di ogni restrizione nei confronti degli attivisti per i diritti umani e il rilascio di tutti i prigionieri di coscienza.

L’organizzazione ha stilato un elenco dei casi di recente repressione nei confronti degli attivisti per i diritti umani. Ne riportiamo alcuni.

– il 25 settembre, a Zeng Jinyan, moglie del famoso attivista Hu Jia, tuttora in carcere, è stato notificato l’ordine di lasciare la capitale fino al 10 ottobre. Dall’arresto del marito, avvenuto nell’aprile 2008,  Zeng Jinyan è sottoposta a rigide norme di sorveglianza;

– il 23 settembre, la polizia ha informato l’avvocato dell’attivista Liu Xiaobo che il suo cliente sarebbe rimasto trattenuto in carcere in vista di ulteriori interrogatori sull’accusa di ‘incitamento alla sovversione dei poteri dello stato’. Liu Xiaobo e’ in prigione dall’8 dicembre 2008: due giorni dopo avrebbe dovuto lanciare l’iniziativa ‘Carta 08’, in favore delle riforme in campo politico e giudiziario;

– intorno alla meta’ di settembre, alcuni attivisti sono stati obbligati a lasciare la capitale: tra questi figurano l’ex prigioniero politico e membro del Partito democratico cinese Gao Hongming, l’attivista per il diritto alla casa Wang Ling (che gia’ aveva scontato un periodo di rieducazione attraverso il lavoro durante le Olimpiadi del 2008) e l’attivista democratico Qi Zhiyong, reso disabile nel 1989 da un colpo d’arma da fuoco nei giorni della repressione del movimento di Tiananmen;

– il 22 settembre si sono perse le tracce di Tian Qizhuang, direttore dell’Open Constitution Initiative (Oci). Due giorni dopo ha telefonato al figlio, spiegando di essere sotto sorveglianza da parte della polizia e chiedendo di preparargli alcuni vestiti. Il fondatore dell’Oci, Xu Zhiyong è a sua volta sotto sorveglianza, mentre la tesoriera Zhuang Lu, nonostante sia stata rilasciata il 23 agosto, può avere contatti solo limitati con la sua famiglia;

– quattro donne provenienti dalla Regione autonoma uigura dello Xinjiang, sono state arrestate alla fine di agosto a Pechino, dove si erano recate per presentare un reclamo. Inizialmente poste per 15 giorni in stato di detenzione amministrativa, sono state poi condannate a due anni di rieducazione attraverso il lavoro. L’oggetto del loro reclamo riguardava, tra l’altro, confische di terreni ed errori giudiziari.

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