Nel novembre 1989 Alberto Arbasino fu testimone diretto della caduta del Muro di Berlino. Ne ricavò un reportage a puntate straordinario, che ora è stato intelligentemente ripubblicato al secondo volume dei Meridiani Mondadori che raccoglie le sue opere. È un testo duro e commosso. Davvero imperdibile. Eccone un breve stralcio.
Ma soprattutto qui oggi sui marciapiedi berlinesi impressiona e sgomenta questa drammatica differenza di colore e di nutrizione e di “terrore” nella pelle e nei corpi, oltre che nell’indumento desolato e derelitto. Questo popolo sotterraneo “orientale” oppresso dai decenni di dispotismo e ridotto a “nazione inferiore” appare sbattuto e attonito ai varchi del Muro abbattuto o sui treni della metropolitana tra Friedrichstrasse (Est) e Zoo (Ovest) – pochi minuti di tragitto, molte ore ancora per controllare i fagotti e le carte – in corpi e abiti senza forma e senza colori… Questa pelle così terrea e plumbea, che mai ha avvicinato una spiaggia al sole o una cremina nutriente, magari in confezione-omaggio da una profumeria Dakota o Marisa? Capelli che non sembrano aver mai conosciuto parrucchiere o shampoo? Giubboni uniformi e sformati, tutti color fango e pozzanghera, in tessuti mesti e grami come vecchi sacchi di fertilizzanti o cementifici. Berrettini e scarponi e pantaloni da piangere, denotano l’officina in cucina, gli armadi vuoti, non un colore o una catenina o un sorriso? E non pare proprio che «sono prussiani, sono luterani, loro stanno bene così». Paiono d’una tristezza senza limiti, ma non senza desideri.
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