Minori stranieri non accompagnati

Amir e Mohamed: «Italiani, credete in noi»

Amir e Mohamed hanno 17 e 14 anni e sono accolti in una comunità vicino a Udine. Li abbiamo incontrati, raccogliendo le loro storie, tra sogni, speranze, paure. Lanciano un appello: «Aiutate i ragazzi stranieri che si comportano male, lo fanno perché sono soli». Prosegue il viaggio di VITA tra le luci e le ombre dell'accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, dove una cosa è chiara: le comunità e gli operatori fanno la differenza nella vita di questi adolescenti

di Veronica Rossi

A Udine fa caldo. È la settimana di ferragosto e tutti sono in vacanza. Io no, ma mi sento comunque una privilegiata, mentre cammino verso il portone di una realtà locale dell’accoglienza: due ragazzi – quelli che chiamiamo minori stranieri non accompagnati – hanno accettato di raccontarmi le loro storie. In strada, incontro Amir (nome di fantasia), assieme all’educatrice che lo accompagna. Entrano con me. Lui mi tende la mano. È sorridente, timido. Quando arriviamo nella stanza dove parleremo, ci raggiunge anche Mohamed (anche questo è un nome di fantasia). Ha gli occhi furbi, su un viso e su un corpo che si intuiscono essere in piena trasformazione: da bambino sta diventando ragazzo. Con noi si siede un’operatrice, mi aiuta a spiegare che non svelerò il nome dei ragazzi né lascerò intendere qualcosa che li faccia riconoscere.

Amir: «Cinque dei miei fratelli sono morti»

Sono emozionata. Loro sono emozionati. Sorrido. Accendo il registratore, iniziano a parlare. «Ho 17 anni», comincia Amir. «Vengo dal Pakistan, da una zona di confine con l’Afghanistan. C’è la guerra lì, ci sono i talebani. Cinque dei miei fratelli sono morti, quattro sono andati in Iran. Anche io all’inizio sono andato in Iran, poi ho continuato il viaggio in Turchia, Bulgaria, Serbia, Montenegro, Bosnia, Croazia, Slovenia e Italia». Amir ha percorso la rotta balcanica quando aveva solo 16 anni. Essere adolescente, però, non l’ha salvato dalla violenza della polizia. «In Turchia e poi in Bulgaria sono stato in prigione», dice. «Mi hanno picchiato, adesso ho tanto male alla schiena. Quando sono arrivato, ho dovuto rimanere un po’ in ospedale, perché ero ammalato». A dare ad Amir la forza di mettere un passo dopo l’altro, è stato il pensiero dei suoi cari. «È pericoloso stare là, uccidono tutti, uomini, donne, bambini, vecchi», dice. «Vorrei trovare un lavoro e far venire qua la mia famiglia».

In Turchia e in Bulgaria sono stato in prigione, mi hanno picchiato, adesso ho tanto male alla schiena. Quando sono arrivato, ho dovuto andare in ospedale, perché ero ammalato

Amir

Il giorno prima del nostro incontro, infatti, è stato un momento importante per il ragazzo: ha ottenuto i documenti. Ora vorrebbe trovare un lavoro, per questo sta seguendo una scuola per diventare muratore: ogni mattina si alza alle cinque e va in treno fino a Trieste, per partecipare alle lezioni.

Mohamed: «Sono partito a 11 anni»

Mohamed, invece, viene dall’Egitto. Anche se era piccolissimo – aveva 11 anni quando è partito – nel suo Paese lavorava insieme al papà, per portare qualche soldo a casa. Poi è partito verso l’Europa, come suo fratello aveva fatto prima di lui. «I primi cinque giorni abbiamo corso, poi ci siamo nascosti in una casa in Libia», ricorda. «Poi con una barca più piccola ci hanno portati a una barca più grande, al largo. Su questa barca grande siamo stati cinque giorni, poi sono venuti a prenderci con una nave italiana e lì siamo stati due giorni. Il viaggio è durato due mesi. Mi ricordo che quando sono arrivato era quasi il periodo del Ramadan del 2023».

Come ci si può sentire a fare un percorso così pericoloso, da soli, a 11 anni? «Stavo male, perché avevo lasciato la mia famiglia». Quando gli chiedo se ha avuto paura durante il viaggio, però, Mohamed risponde di no: «Non potevo avere paura», commenta. «Se avevo paura, tornavo indietro». Quando è arrivato, il bimbo si è trovato davanti un mondo completamente diverso: persone nuove, modi di comportarsi differenti. Prima era accolto in Calabria, poi, l’anno scorso, è arrivato nella struttura nei pressi di Udine dove si trova ora. Qui va a scuola e, come Amir, si alza molto presto. Prega insieme agli altri ragazzi prima di uscire dalla comunità, poi torna e sta con gli operatori, che sono per lui – così come per gli altri minori – un punto di riferimento emotivo e morale, ma anche guide per comprendere una cultura differente rispetto a quella in cui è nato. «Senza gli educatori non viviamo», dice, «perché lavorano per noi, non ci lasciano soli, ci spiegano cosa va bene e cosa non va bene».

Senza gli educatori non viviamo, perché lavorano per noi, non ci lasciano soli, ci spiegano cosa va bene e cosa non va bene

Mohamed

Il ruolo della comunità

Una comunità presente, con educatori che prendono sul serio il loro lavoro, può fare la differenza. E di questo si rendono conto anche i più piccoli. «Non mi piace venire in centro a Udine», spiega Mohamed, «perché in stazione ci sono ragazzi che non mi piacciono. Sono egiziani come me. Bevono, si drogano. Io preferisco andare a scuola, vado a calcio, chiamo la mia famiglia».

Nemmeno ad Amir piace andare in centro città. «Ci sono ragazzi che hanno l’hashish, che combinano casini», spiega. Gli chiedo se hanno provato a dare da fumare anche a lui. «No», mi risponde secco. «Io non fumo, non faccio quelle cose».

Provo a chiedere ai due ragazzi qual è, secondo loro, il motivo dei comportamenti devianti di alcuni Msna, come loro. «La vita qua per noi è molto difficile», commenta Mohamed, che ogni minuto che passa mi sembra sempre più maturo dei suoi 14 anni. «Arriviamo e dobbiamo adattarci a una nuova vita. Non conosciamo la lingua. Ho visto tante persone che fanno casino, che fanno cose brutte, perché magari vogliono avere dei soldi. La comunità è per noi un bene: gli operatori sono bravi, ci dicono quello che è meglio per il nostro futuro, cosa fare e cosa non fare».

«Quando sono arrivato non ero come adesso, all’inizio parlavo con tutti», aggiunge Amir, «ma ora ho capito: se un ragazzo è bravo ci parlo, se fa casino non ci parlo».

Quando sono arrivato parlavo con tutti, ma ora ho capito: se un ragazzo è bravo ci parlo, se fa casino non ci parlo

Amir

Di una cosa sono sicuri Amir e Mohamed: gli adolescenti che si comportano in questo modo sono sostanzialmente dei ragazzi soli. «Aiutate i ragazzi stranieri», chiede Mohamed quando gli dico che può fare un appello a chi leggerà l’articolo. «Sono arrivati per sostenere la loro famiglia, non per bere in stazione: bisogna far capire loro che stanno perdendo un’opportunità». Decisiva in questo senso è spesso la bravura degli operatori e la loro capacità di creare un legame, così come le possibilità che offre la struttura in cui i minori sono ospitati.

Aiutate i ragazzi stranieri, sono arrivati per sostenere la loro famiglia, non per bere in stazione, bisogna far capire loro che stanno perdendo un’opportunità

Mohamed

La comunità, per i ragazzi, non è solo un luogo in cui dormire e mangiare: è un rifugio accogliente, in cui trovare comprensione, supporto, ascolto. È un posto in cui imparare a stare assieme – per questo «è meglio essere di più nazionalità diverse, non solo egiziani», precisa Mohamed – e dove fare i compiti, partecipare a laboratori, ampliare le proprie competenze. «Ho imparato tantissime cose nuove», spiega Mohamed, «in Egitto non sapevo nulla, perché mi alzavo alle sei, andavo a lavorare, tornavo tardi dal lavoro, facevo la doccia e andavo a dormire. Per andare a scuola servivano soldi: qua, invece, ho potuto andare a scuola, mi aiutano, mi insegnano l’italiano. È una cosa bella per il mio futuro».

«Qui in Italia ho la possibilità di fare tante cose e di avere un aiuto», aggiunge Amir, «non voglio buttare via tutto andando a fare cose brutte a Udine come altri ragazzi».

Amir e Mohamed, prima che minori stranieri soli, sono dei ragazzi. E, come tutti i ragazzi, hanno dei sogni, delle passioni, degli hobby e degli idoli. Amir gioca a cricket al parco con i coetanei, ama la boxe e segue su Instagram pugili e bodybuilder afghani e internazionali. Ci mostra i video dei suoi beniamini sullo smartphone, con l’entusiasmo che solo un adolescente può avere. Mohamed, invece, ama il calcio. Purtroppo, essendo straniero, lo scorso anno è stato lasciato in panchina durante tutte le partite della squadra in cui era iscritto. Per la nuova stagione, ha cambiato team. «Spero che mi facciano giocare questa volta», sospira.

La lezione di Cristiano Ronaldo

Per ora fa delle partite con gli operatori, nel giardino della comunità. Sono momenti preziosi, di condivisione, che vanno al di là di un semplice allenamento. «Vorrei diventare un calciatore», confida. Ma, anche se sarà bravissimo – si sincera che io lo scriva – non sarà mai come il suo idolo, Cristiano Ronaldo, per lui il «number one», di cui inizia a raccontarmi vita e pettegolezzi.

Mi piace che Cristiano Ronaldo ha detto che devi credere in te stesso. Non devi pensare che se una cosa è difficile non ce la farai; devi impegnarti per raggiungere quello che desideri

Mohamed

Amir interviene: «Mi piace che Cristiano Ronaldo ha detto che devi credere in te stesso. Non devi pensare che se una cosa è difficile non ce la farai; devi impegnarti per raggiungere quello che desideri». Ed è proprio questo pensiero che spinge Amir a svegliarsi all’alba per imparare un mestiere, cercare di ottenere un lavoro, guadagnare e portare qui la sua famiglia.

Quando chiudo il registratore cerco di nascondere le lacrime. Amir e Mohamed hanno avuto un passato difficile, ma stanno lavorando sodo, grazie al sostegno della comunità. Tutto quello che chiedono all’Italia è di credere in loro, come credono in loro gli educatori che ogni giorno li accompagnano nel loro cammino verso la maturità.

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