Neurodivergenze
No, essere autistici non è una moda
L'ultima è stata la scrittrice Paola Barbato, che VITA ha intervistato dopo che lei ha reso pubbliche le sue diagnosi: autismo di tipo uno, Adhd e alto potenziale cognitivo. I personaggi pubblici che fanno coming out rispetto al loro funzionamento cognitivo ormai sono molti. Secondo Maria Luisa Scattoni, coordinatrice dell'Osservatorio nazionale autismo, non si tratta di un trend, quanto piuttosto di un modo efficace per combattere lo stigma, che è ancora forte

Qualche giorno fa su VITA abbiamo intervistato Paola Barbato, scrittrice e fumettista, che ha dichiarato sui social di essere nello spettro autistico, con Adhd e alto potenziale cognitivo. Una scoperta arrivata dopo un lungo percorso diagnostico, che l’autrice ha deciso di condividere per essere d’aiuto ad altre persone che si chiedono se in loro ci sia qualcosa di sbagliato. Alcune persone, sui social, hanno commentato l’intervista dicendo che fare queste dichiarazioni è «solo una moda». Insieme a Maria Luisa Scattoni, coordinatrice dell’Osservatorio nazionale autismo, abbiamo cercato di capire come stanno le cose.
Scattoni, cosa ne pensa di queste dichiarazioni da parte di personaggi conosciuti?
Penso siano importanti per limitare lo stigma che esiste intorno ad una diagnosi di disturbo dello spettro autistico o, più in generale, di disturbi legati alla salute mentale. Sapere che anche persone che nella vita hanno avuto la possibilità di realizzarsi nel lavoro e di essere integrati nella comunità, rientrano nei criteri diagnostici dell’autismo può dare stimolo ad altri/e per richiedere un percorso di accertamento diagnostico e di supporto. Purtroppo, ultimamente sui social vengono “sbandierate” diagnosi non corrispondenti ad una vera e propria diagnosi formulata da un professionista specializzato. Almeno queste sono le segnalazioni che arrivano all’Osservatorio.
Quindi effettivamente l’autismo è una disabilità?
Il disturbo dello spettro autistico è a tutti gli effetti una disabilità. La diagnosi viene effettuata solo quando sono presenti tutti i criteri diagnostici delineati nel DSM 5-TR e quando tali sintomi hanno un impatto significativo sul funzionamento della persona. In presenza di una diagnosi, la persona autistica necessita di diversi livelli di supporto e di sostegni, così come delineato anche dalla recente normativa in tema di disabilità, il decreto legislativo n. 62 del 2024. Il mio lavoro, come coordinatore dell’Osservatorio Nazionale Autismo, è quello di garantire gli interventi, i servizi e i sostegni più appropriati – sulla base delle evidenze scientifiche – alle persone che hanno dei disturbi e disabilità accertate. La ricerca di una diagnosi non dovrebbe essere considerata una moda quando deriva dai bisogni concreti della persona ma rappresenta uno strumento fondamentale per accedere ai sostegni educativi, sociali e sanitari.
La ricerca di una diagnosi non dovrebbe essere considerata una moda quando deriva dai bisogni concreti della persona
In che senso?
Se una persona è arrivata al punto di richiedere una valutazione, significa che ha bisogno di supporto, altrimenti non avrebbe senso intraprendere il percorso diagnostico o cercare un intervento specifico in relazione alla problematica riscontrata. Sicuramente negli ultimi tempi, rispetto al passato, si parla molto di più di autismo e molte persone autistiche che hanno la possibilità di autorappresentarsi hanno avuto modo di comunicare le proprie necessità e preferenze. Conosco diverse persone autistiche che hanno avuto modo di partecipare a ricerche scientifiche, ad iniziative formative e a tavoli tecnici e gruppi di lavoro istituzionali. C’è nel complesso maggiore conoscenza sul disturbo e trovo che questo sia favorevole per le persone autistiche e per le loro famiglie. Questo sì che dovrebbe essere una moda – parlare di più di neurosviluppo e di salute mentale in maniera consapevole – sarebbe un grande aiuto per tutti.
Che tipo di aiuto?
Vedere personaggi pubblici che dichiarano la propria diagnosi contribuisce sicuramente a ridurre lo stigma nei confronti della salute mentale. L’Iss è impegnato in diversi progetti europei per eliminare i pregiudizi e lo stigma nei confronti di tutte le problematiche legate alla salute mentale. Se “pubblicizzare” la propria diagnosi può diminuire la percezione negativa sull’autismo, io lo vedo come una cosa assolutamente positiva. L’importante è che ciò che viene comunicato sia fatto con cognizione di causa e contribuisca a creare consapevolezza e sensibilizzazione e non a generare confusione. Diverso è il caso in cui qualcuno si dichiara autistico quando effettivamente non lo è.
Ci sono persone che lo fanno?
Purtroppo, sì. E questo è uno dei motivi probabilmente per cui ci sono persone che parlano di moda. L’autismo è un disturbo, una disabilità. E tutti noi abbiamo bisogno di tutelare le persone che effettivamente hanno una diagnosi. Ultimamente c’è anche qualcuno che attribuisce la diagnosi di autismo a diversi personaggi noti del passato: che bisogno c’è? In che modo questo può aiutare le persone autistiche ad avere sostegni e servizi sempre più adeguati ai propri bisogni? Ma ovviamente questa è solo la mia opinione personale.
Foto in apertura di Annie Spratt su Unsplash
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