Mondo
Dieci anni di guerra secondo Amnesty International
La Ong traccia il bilancio sui progressi e i passi indietro del paese
di Redazione
Dieci anni di guerra. E un bilancio in cui le ombre superano di gran lunga le luci. Questo è il la valutazione della guerra in Afghanistan, cominciata il 7 ottobre 2001, fatta da Amnesty International. «Nel 2001, dopo l’intervento internazionale, le aspettative erano elevate, ma da allora i passi avanti verso il rispetto dei diritti umani sono stati pregiudicati dalla corruzione, dalla cattiva gestione e dagli attacchi degli insorti, i quali mostrano un disprezzo sistematico per i diritti umani e le leggi di guerra» – ha dichiarato Sam Zarifi, direttore di Amnesty International per l’Asia e il Pacifico. «Oggi, molti afgani sperano ancora che la situazione dei diritti umani nel paese migliori. Il governo e i suoi alleati internazionali devono dare seguito a queste speranze e difenderle con azioni concrete’.
Progressi nel campo dei diritti umani, dell’accesso all’istruzione e alle cure mediche ma nessun passo avanti su giustizia, polizia e sicurezza».
«Il governo afgano e i suoi partner non possono continuare a giustificare i loro scarsi risultati affermando che le cose vanno meglio rispetto agli anni Novanta’ – ha commentato Zarifi».
Gli iniziali passi avanti registrati dopo il 2001 sono stati fortemente penalizzati dal conflitto. L’insicurezza minaccia il funzionamento delle scuole e degli ospedali nelle zone segnate dalla violenza e nelle aree rurali. I tassi di mortalita’ materna, anche se migliorati, restano tra i piu’ elevati del pianeta.
Certamente tra tutti, secondo la ong, il campo si è fatto di meno è stato quello della sicurezza, impegno mancato che ha avuto ripercussioni soprattutto sulla popolazione civile.
Negli ultimi tre anni, circa tre quarti delle vittime sono stati causati dagli attacchi dei gruppi di insorti, il resto dalle forze internazionali e afgane.
Nei primi sei mesi del 2011 le Nazioni Unite hanno registrato 1462 vittime civili, un altro drammatico record. L’80 per cento delle perdite e’ stata attribuita a ‘elementi antigovernativi’ e almeno la meta’ dei morti e dei feriti e’ stata causata da attacchi suicidi e ordigni esplosivi.
Il conflitto ha prodotto quasi 450.000 profughi interni. La maggior parte di essi si trova nelle province di Kabul e Balkh, spesso in condizioni di poverta’ estrema, con limitato accesso a cibo, servizi igienici adeguati e acqua potabile.
Un capitolo a parte lo meritano poi i miglioramenti fatti nel campo dei diritti delle donne. La nuova Costituzione riconosce l’uguaglianza tra i sessi e assegna alle donne un quarto dei seggi del Parlamento. Anche se i pericoli per le conquiste acquisite non mancano. «E’ fondamentale che i diritti delle donne non siano messi in vendita negli accordi di pace. I diritti delle donne non sono negoziabili. I talebani hanno commesso violazioni dei diritti umani agghiaccianti. Ogni negoziato sulla riconciliazione deve prevedere un’adeguata rappresentanza delle donne afgane» – ha precisato Zarifi.
Una situazione globale che è in continua evoluzione anche per la presenza delle truppe Nato. «Gli alleati internazionali dell’Afghanistan, compresi gli Usa, hanno detto piu’ volte che non abbandoneranno il popolo afgano. Devono rispettare questo impegno, per assicurare che la comunita’ internazionale, nel cercare una via d’uscita dal paese, non metta da parte i diritti umani» – ha concluso Zarifi.
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