Cooperazione & Relazioni internazionali

Il nostro viaggio e quello del Peace Village a Brovary e Mykolaiv

Ma non erano le mani piene ad avere peso, erano gli occhi. Gli occhi che abbiamo incrociato ed hanno incrociato i nostri non sono sguardi ripetibili fuori da quel contesto, sono l’unico vero medium per costruire trame di fraternità. Il mio racconto

di Angelo Moretti

Il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta è di nuovo tornato in Ucraina, come un piccolo corpo civile di pace, ospite di comuni ucraini ed organizzazioni della società civile. Non eravamo a mani vuote, grazie alla generosità ed all’ingegno dell’architetto Mario Cucinella, e delle imprese italiane che ha saputo coinvolgere, abbiamo potuto affidare alla città di Brovary, venti kilometri da Kiev e vicinissima alla linea nord del fronte, tutto il materiale per la costruzione di un primo “Peace Village”, un rifugio riscaldato che intende essere anche luogo di dignità, speranza e di comunità. Il Peace Village (nella foto in cover l'arrivo dei Tir con i materiali) è un monumento vivo alla pace, di cui se ne sente così tanto il bisogno che il giorno dopo che abbiamo firmato la cessione nel municipio di Brovary è stato richiesto anche dal governatore di Mykolaiv, 500 chilometri a Sud.

Ma non erano le mani piene ad avere peso, erano gli occhi. Gli occhi che abbiamo incrociato ed hanno incrociato i nostri non sono sguardi ripetibili fuori da quel contesto, sono l’unico vero medium per costruire trame di fraternità e sororità.

Sono un sentimento vivo, che si avverte quando insieme si va cercando un supermercato aperto per provare a cenare a Mykolaiv, aggredita dal buio pesto alle venti di sera; quando Sergji (nella foto di cover accanto al Tir), un omaccione di 56 anni, alto due metri, campione internazionale di corsa in moto elettrica, impegnato nella resistenza, beve una birra in più e cerca di trasferirti tutto il dolore del suo popolo ferito e dei bambini che la mattina sono costretti a lavarsi con taniche di acqua sporca, mentre il rubinetto resta muto da giorni; Sergji “l’uomo forte ucraino” i cui occhi stanchi diventano subito umidi davanti all'atrio di una scuola squarciata da due missili, solo il mese scorso, ed al pensiero di quanti suicidi stanno avvenendo nella sua popolazione.

Ci si sente fratelli quando intuisci che Venceslao ha voglia di raccontarsi e Olexander di ricominciare a vivere la sua professione ingegneristica, abbandonata insieme alla casa di Dontesk e oggi costretto a fare il magazziniere, unico lavoro trovato come profugo ai confini con la Romania.

Tutte queste dimensioni che ormai gli antropologi ed i sociologi sono soliti chiamare “analogiche” rispetto a quelle digitali, sono pane insostituibile per la costruzione della pace, non sono affatto attrezzature “obsolete”, lo erano forse durante i tempi ormai lontana della “pace comoda”, ma non lo sono più ora. Eppure sono in assoluto le meno praticate da quella maggioranza silenziosa che anela ad una pace vera.

Venceslao ci accoglie in tuta mimetica, ma ha la postura ed il fisico di un uomo “normale”, ci cerca, vuole spiegarci: lui in realtà vendeva macchine Skoda fino al 23 febbraio, ma quando ha visto i russi accerchiare la sua città non ha potuto continuare a fare la vita di sempre, ha dovuto iniziarne un’altra. Ed anche il governatore dell’oblast di Mykolaiv, Vitaly Kim, anima la resistenza del suo popolo ma non sembra affatto uno che viene dalle caserme, a tavola parliamo di pace, di futuro, di economia e subito viene fuori il suo guizzo manageriale: era un grande imprenditore edile prima dell’invasione, oggi vuole organizzare l’accoglienza di tutti i profughi, ma anche immaginare come rilanciare le vigne ferite di questa zona e le oasi di benessere per i tanti feriti dal disturbo post traumatico, oasi che siano attrattive al tempo stesso per i turisti, e scopri che anche qui si cerca un welfare che diventi welcome,il privilegio di farti sentire benvenuto al mondo.

Negli sguardi ci sono discorsi infiniti, mentre le parole pronunciate sono sempre poche e concrete.

La parola “vittoria” resta un mantra, un saluto iniziale e di congedo, come un “amen”, ma non abbiamo più la percezione che sia un vero obiettivo a breve termine per questi amici, come accadeva nei dialoghi di giugno scorso, è più un “marana thà”, un annuncio reciproco di un tempo che verrà e di cui non bisogna mai dimenticarsi. “Vincere” sembra più che altro la grande narrazione in cui dovranno crescere gli ucraini delle prossime generazioni.

Ed è qui, in questi sentimenti, che si insedia tutta l’urgenza di un Corpo Civile di Pace Europeo: in questi cuori non sminati si potrebbe già preparare un’altra guerra, semmai finisse questa, perchè ad un popolo libero è stata strappata una porzione del suo cuore e la richiesta di giustizia per le città occupate con i missili non cesserà. Come non cessa il lamento della gabbiana ferita a cui hanno tolto i figli, nel più famoso canto popolare di questa terra.

Le città nel frattempo sono diventate vasi comunicanti e sanguigni: si svuotano e si riempiono, le gente fugge da Cherniv per ripararsi a Brovary, la gente di Brovary scappa verso Kiev e Leopoli, da Kherson arrivano flussi di rifugiati che riempiono una Mykolaiv spopolata…le vite di prima si spezzano e bisogna inventarsene di nuove.

Come se ne esce da tutto questo dolore? Nessuno può dirlo ad un ucraino che oggi continua a ripetersi il mantra della vittoria, ma qualsiasi cosa noi possiamo fare o dire avrà senso solo se la faremo anche noi nella terra della sofferenza e dell’ingiustizia.

La nostra presenza massiccia di gente comune sulla terra martoriata ci renderebbe molto più forti contro un invasore che dovrebbe colpirci tutti per proseguire la sua opera di prepotente occupazione e ci renderebbe ancora più forti contro il desiderio di vendetta di chi si sente lasciato solo in trincea, mentre gli occidentali che mandano potenti armi se ne stanno a discutere in comodi salotti televisivi le forme ed i tempi delle tregue, delle cessioni di territorio, della pace.

L’urlo di pace dei cittadini d’Europa non arriva oltre il confine di Medyka, in Polonia, ha senso solo se gridato insieme dalla terra di Ucraina verso la terra di Mosca, che un tempo era sorella e che dovrà tornare ad esserlo.

Che cosa accadrebbe se lo 0,20% degli europei civili, equivalente ad un milione di persone, si incamminasse verso il fronte di Kherson o di Backhmut insieme alla popolazione ucraina già in movimento? In Ucraina agli inizi dei combattimenti decine di città sono state liberate dagli invasori dalla popolazione insorta a mani nude ed alzate, e con canti popolari sulla bocca, giovanni soldati russi hanno fatto dietrofront con i loro carri armati, non se la sentivano di sparare sulla folla unita che li aveva circondati. Poi sono arrivati i missili dal Mar Nero ed i droni iraniani e la sola strategia di guerra dei Paesi occidentali.

Ma se un milione di europei si riversasse sul fronte cosa accadrebbe? Pensiamoci, è l'invito fatto da Vita con la sua copertina “Occupy Ucraina”, forse davvero potremmo dire ai nostri nipoti che noi “c’eravamo”, che avevamo anche noi le nostre vite quotidiane come Venceslao e le abbiamo sospese per garantire a loro un futuro, grazie alla nostra fede europeista, facendo leva sull’unica vera arma a nostra disposizione, la nostra arma più forte: la nonviolenza.

Foto di Luca Daniele per Mean


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