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Intervista a Daniele Segre il padre del cinema del reale. Caro Muccino, bye bye

"Il cinema può cambiare la realtà, documentarla è il primo passo. Come ha dimostrato il G8 di Genova. Sino a qualche anno fa si produceva solo fiction".

di Sara De Carli

Daniele Segre

Mitraglia è il responsabile dei mercati generali di una città del sud Italia, e soffre di problemi di calcoli. Il Verme è il custode dei bagni pubblici. Dentro questi bagni, con una sola inquadratura, Daniele Segre ha appena finito di girare Mitraglia e il Verme. Un film surreale per raccontare la realtà, dove la puzza del cesso è presagio della asfissia del nostro tempo, che annaspa in un calo di libertà. Come in tutti i suoi film, Segre s’ostina a rappresentare una realtà scomoda e diversa; non marginale, semmai emarginata, in nome di un cinema buonista che coccola e intruppa gli spettatori. Lui, protagonista del “cinema del reale”, docente alla Scuola nazionale di cinema e direttore con Morandini e Costa del Festival di Bellaria, sorveglia con attenzione il fenomeno del docufilm.

La solita storia, cerchiamo di emulare Michael Moore?

Sì, probabilmente il successo di Moore ci ha influenzato e ci ha fatto scoprire la dignità cinematografica di un genere che è sempre stato considerato di serie B. Ma Moore va bene nel contesto culturale in cui è nato; in Italia si continua a snobbare il documentario, relegandolo in cineforum e circuiti alternativi.

Una moda senza radici?

No. Quest’anno al Festival di Bellaria i documentari erano più del 60% del materiale. Un dato che ci ha fatto sobbalzare, assolutamente imprevisto. I giovani registi fino a poco tempo fa mandavano solo corti, sorta di anticamera per la fiction.

Cos?è cambiato?

Al G8 di Genova c?erano più telecamere che manifestanti: una svolta. Oggi i giovani sono investiti dalle urgenze della realtà, che li spinge a prendere posizione. La novità è che molti sono disponibili a rispondere, a mettersi in gioco, a intervenire.

Prendendo una telecamera digitale… basta così poco?

Il cinema può cambiare la realtà e il documentario è il primo passo. Che sia testimonianza, denuncia o racconto, ci mette sotto gli occhi una realtà che preferiamo non vedere. Prendere una telecamera e raccontare, tutto questo è già il risultato di una decisione personale di partecipazione e impegno. Il segno di una sensibilità nuova rispetto al modello culturale dominante, col suo divismo e i suoi film alla Muccino. Due esempi molto belli presentati a Bellaria sono Meninas de rua, girato a San Paolo tra le “cattive adolescenti di strada” ed El futbol como escusa, su un educatore che lavora con i gitani di Siviglia.

La vera speranza quindi è nel cambiamento dei registi?

In un certo senso. Un film può cambiare le cose, ma dipende da chi sta dietro alla macchina, dalla sua maturità e consapevolezza, dalla capacità di resistere un minuto in più.

Resistere a cosa?

Alle porte chiuse, alle lobby, alla solitudine. Il docufilm acquisterà un ruolo sociale importante solo se i giovani registi e autori avranno la testardaggine di credere che il loro cinema è utile. E, soprattutto, se non sapranno resistere all’omologazione.


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