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Criminalità

Centro Padre Nostro, divelte reti metalliche. "Volete davvero farci chiudere?"

11 Febbraio Feb 2016 1518 11 febbraio 2016
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L'importante realtà palermitana a sostegno della marginalità sociale, fondata da don Pino Puglisi, sotto il tiro della malavita che per la terza volta in pochi mesi - ma sono almeno 80 in 22 anni - compie un atto intimidatorio verso la struttura. "Quando verremo finalmente tutelati", chiede il presidente

Ancora un atto intimidatorio. “Almeno 80 nei 22 anni di vita della struttura”, commenta amaro Maurizio Artale, presidente del Centro di accoglienza Padre nostro di Palermo, la cui prima pietra fu messa dal beato Giuseppe - Pino – Puglisi, ucciso da Cosa nostra nel giorno del suo 56mo compleanno, il 15 settembre nel 1993. L’ultimo è della notte tra il 10 e l’11 febbraio 2016: “completamente divelta e in gran parte rubata la recinzione metallica che delimita il campo di calcetto del centro, pali compresi”.

È la terza azione ostile solo negli ultimi mesi, per un centro che da decenni offre alloggio e ristoro a persone in marginalità sociale, promuovendo progetti in particolare per minori. “Dal 14 Gennaio 2015 la Regione Siciliana attende una relazione della Prefettura di Palermo sulla natura degli atti intimidatori ripetutamente subiti dal Centro di Accoglienza Padre Nostro. Questa relazione permetterebbe al Centro di accedere ai fondi Regionali per l’istallazione della videosorveglianza. Il 31/03/15 e il 13/10/15 abbiamo sollecitato la Prefettura, senza ricevere alcuna risposta”, sottolinea Artale poche ore dopo l’ultimo atto ostile.

“Fino a quanto dobbiamo attendere? Si vuole veramente che il Centro Padre Nostro chiuda i battenti? È possibile che, ancora oggi, dopo 22 anni di intimidazioni da parte dei ‘soliti noti’ subite dal Centro, le Forze dell’Ordine non abbiano compreso che quest'ultimo è un obiettivo sensibile da tutelare? Chiedo al Prefetto di Palermo se ritiene opportuno convocare un tavolo sulla sicurezza, affinché si prendano le idonee misure per tutelare un patrimonio cittadino, quale il Centro di accoglienza e quanti vi lavorano”, conclude Artale.

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