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Bambini e bambine soldato, l’emergenza dimenticata

12 Febbraio Feb 2022 0900 12 febbraio 2022
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Oggi è la Giornata Mondiale contro l’uso dei bambini soldato, conosciuta anche come “Red Hand Day”. «Il reclutamento e l’utilizzo di bambini nei conflitti», dice Giovanni Visone dell’ong Intersos, «è una grave violazione dei diritti dei bambini e del diritto internazionale umanitario. Negli ultimi anni sta aumentando anche il numero della bambine arruolate, vittime di violenza di genere»

I bambini a rischio di reclutamento delle forze armate sono 337 milioni, un totale tre volte superiore rispetto a tre decenni fa. Sono 18 i Paesi nei quali, dal 2016 ad oggi, è stato documentato l’impiego di bambini soldato in conflitti armati: Afghanistan, Camerun, Colombia, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, India, Iraq, Mali, Myanmar, Nigeria, Libia, Filippine, Pakistan, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Siria e Yemen. Nonostante gli sforzi per contrastare questo fenomeno, il numero di casi registrati è costantemente aumentato.

Ma chi sono i “bambini soldato”? Per “bambino soldato” si intende qualsiasi persona di età inferiore ai 18 anni che è, o che è stata, reclutata o utilizzata da una forza armata o da un gruppo armato. Bambini, bambine, ragazzi e ragazzi vengono arruolati non solo per combattere, ma sono utilizzati anche come spie, messaggeri, cuochi, sguatteri, assistenti di campo e per fini sessuali.

Solo nel 2019, più di 7740 bambini, alcuni di appena sei anni, sono stati reclutati e usati come soldati in tutto il mondo. Nel 2020, l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, segnala quasi 8600 casi verificati di reclutamento di bambini e sottolinea anche come questo fenomeno sia fortemente sottostimato. La maggior parte sono reclutati da gruppi non statali. Ma una statistica ufficiale non esiste: «Solo stime per un fenomeno volutamente nascosto, considerato illegale dalle convenzioni internazionali ma ancora largamente diffuso. Sono decine, forse centinaia di migliaia, in questo momento, i bambini arruolati nei gruppi armati e coinvolti nei conflitti», spiega Giovanni Visone, direttore della comunicazione di Intersos, l’organizzazione è impegnata in diversi progetti di protection nei Paesi dove il fenomeno è più presente.

«I bambini», continua Visone, «diventano parte di una forza armata o di un gruppo per vari motivi. Alcuni vengono rapiti, minacciati, costretti o manipolati psicologicamente. Altri sono spinti dalla povertà e dal bisogno di sopravvivenza dopo che il loro villaggio è stato attaccato o dopo la morte dei genitori. Indipendentemente dal loro coinvolgimento, il reclutamento e l’utilizzo di bambini nei conflitti rappresenta sempre una grave violazione dei diritti dei bambini e del diritto internazionale umanitario».

Il Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti dell'infanzia relativo al coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, approvato nel 2000, aumenta l'età minima per la partecipazione diretta agli scontri a fuoco dai 15 ai 18 anni e vieta il servizio di leva o il reclutamento forzato al di sotto dei 18 anni.

Lo Statuto della Corte penale internazionale, approvato nel 1998 pone come crimine di guerra l'arruolamento di bambini sotto i 15 anni in forze armate nazionali e il loro utilizzo nella partecipazione attiva alle ostilità in conflitti sia internazionali sia interni.

La Convenzione n. 182 dell'OIL - Organizzazione internazionale del lavoro, approvata nel 1999, definisce il reclutamento forzato e obbligatorio di bambini una delle "peggiori forme di lavoro minorile" e lo vieta.

Intersos è impegnata dal 2014 nella Repubblica Repubblica Centrafricana. «Tra le diverse iniziative che l’organizzazione svolge nel Paese, ci sono quelle realizzate negli insediamenti di Ouham Pende, Ouham, Nana Grebizi, Kemo, Ouaka, Bamingui e Haute Kotto, con specifiche attività di supporto psicosociale e reinserimento comunitario e socioeconomico sono rivolte a minori non accompagnati e a minori fuoriusciti da gruppi armati. Nel 2021 abbiamo recuperato 180, 48 bambine». L’anno precedente i minori liberati dai gruppi armati e presi in carico sono stati 214 ad oggi 180 di loro stanno completando il percorso di reinserimento sociale e lavorativo.

I programmi di reintegrazione sono divisi in due fasi. «Nella prima fase», dice Visone, «il minore viene accolto in un luogo protetto, ha accesso alle cure mediche necessarie e riceve un costante supporto psicologico ed emozionale. Nella seconda fase, i minori vengono ricongiunti con la famiglia di origine o affidati a tutori. Se hanno meno di 15 anni si favorisce il loro reinserimento nel sistema scolastico, sia attraverso corsi di alfabetizzazione e acquisizione di competenze di base, sia supportando economicamente chi si prenderà cura di loro. Se, invece, hanno più di 15 anni e non sono intenzionati a riprendere un percorso di studio, vengono coinvolti in attività formative utili a consolidare un’istruzione di base e ad imparare un mestiere confacente alla propria vocazione. Inoltre, viene garantito un sostegno utile all’inserimento lavorativo».

Ma anche la risocializzazione è un percorso complesso: «Un collega in Repubblica Centrafricana», dice Visone, «per farmi un esempio mi raccontava di quando i minori giocano a calcio: il loro primo istinto è calciare il pallone così forte fine a sgonfiarlo. Dal prendere a calci il pallone e distruggerlo fino a prendere il pallone e passarlo al proprio compagno c’è il percorso di reintegrazione dei bambini soldato».

Ma nel 2021 si è riacutizzato il conflitto nel Paese e questo ha peggiorato il fenomeno dei bambini soldato. «Sono 3 i milioni di persone, su cinque, che necessitino di assistenza umanitaria nella Repubblica Centrafricana. Nei tre milioni una persona su quattro è stata costretta lasciare la propria casa ed è diventata un rifugiato interno oppure è scappata in un Paese limitrofo. Gli incidenti di sicurezza per donne e bambine sono aumentati rispetto allo scorso anno e la violenza di genere è considerato il più alto fattore di rischio nel Paese, da questo dato deriva l’aumento del reclutamento delle bambine soldato. Il 73% della popolazione non ha abbastanza cibo».

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