Elezioni 2022

Gli errori tattici e strategici del centro sinistra, ora tocca a noi

27 Settembre Set 2022 2057 27 settembre 2022

Le elezioni però non decidono univocamente le nostre sorti come le qualificazioni o le non qualificazioni ai mondiali di calcio. Siamo un paese ricchissimo di amministratori locali virtuosi, esiste il nostro protagonismo come società civile. Che è fatto del voto quotidiano dei nostri consumi e risparmi, dei percorsi di cittadinanza attiva e delle tante realtà sociali che coniugano creazione di valore economico con impatto sociale ed ambientale. Si apre una stagione nuova e comunque affascinante

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Le elezioni però non decidono univocamente le nostre sorti come le qualificazioni o le non qualificazioni ai mondiali di calcio. Siamo un paese ricchissimo di amministratori locali virtuosi, esiste il nostro protagonismo come società civile. Che è fatto del voto quotidiano dei nostri consumi e risparmi, dei percorsi di cittadinanza attiva e delle tante realtà sociali che coniugano creazione di valore economico con impatto sociale ed ambientale. Si apre una stagione nuova e comunque affascinante

I pensieri sulle elezioni non possono non partire da un macroscopico errore tattico e strategico del centro sinistra. L’errore tattico sta nella scelta in una strategia (ognun per sè) che può funzionare con un sistema proporzionale puro ma non certo con il Rosatellum che ha una componente importante di maggioritario. Le differenze interne su alcuni punti tra i partiti del centrodestra (su europeismo, rapporti con la Russia, reddito di cittadinanza) non sono certo inferiori a quelle del centrosinistra ma il centrodestra ha capito che bisognava fare rete. I voti certo non si sommano ma colpisce vedere come forze che un tempo erano unite (M5S, PD e alleati di coalizione, Azione) hanno avuto sommate più voti del centro destra ma hanno perso nettamente.

L’errore strategico è quello delle élites (come sottolinea Aldo Bonomi su Vita) che hanno avuto l’arroganza di pensare di poter governare da sole il paese. Dovremmo ragionare anche un attimo con un po' di autocritica su cosa c’è dietro la definizione sprezzante di populismo e domandarci se spesso questa definizione non sia un modo sbrigativo per non capire le ragioni della rabbia di chi vive in un mondo con diseguaglianze sempre più profonde di opportunità prima ancora che di risultati. Se vuoi sperare di vincere un’elezione se non populista devi almeno essere popolare perché i partiti d’Azione non sono mai arrivati in doppia cifra.

La democrazia vive di alternanza e quello che è accaduto il 25 settembre è un processo democratico di ricambio tra maggioranza ed opposizione. Mettere in campo fascismo e comunismo vuol dire gettare cortine fumogene che aumentano un tasso di rissosità già elevato nel nostro paese che ci impedisce spesso di andare alla sostanza dei problemi. E non è lontano dalla strategia di Berlusconi quando chiedeva in passato il voto a Forza Italia contro il pericolo del comunismo. La maturità politica di un paese come il nostro cresce quando si usa il principio del presupponendum che stabilisce che il primo atteggiamento di umiltà che dovremmo avere nei confronti di un interlocutore è domandarci se non abbia colto un aspetto della verità che noi non abbiamo individuato.

In queste ore si nota anche grande sconcerto di coloro che si sentono sconfitti da questo voto. Come se in assoluto il nostro destino si giocasse una volta ogni cinque anni (quella delle elezioni politiche) senza possibilità di appello e che si debbano aspettare i prossimi cinque per sperare in una rivincita.

Le elezioni però non decidono univocamente le nostre sorti come le qualificazioni o le non qualificazioni ai mondiali di calcio. I livelli di decisione politica e protagonismo sociale sono molteplici. Siamo un paese ricchissimo di amministratori locali virtuosi (alcuni dei quali abbiamo avuto l’onore di nominare ambasciatori dell’economia civile). Esiste un livello superiore (Unione Europea) che in questo momento vive una stagione multipartizan illuminata grazie alle leadership e agli sforzi di persone come Ursula von der Leyen, Paolo Gentiloni e il compianto David Sassoli.

E, soprattutto, esiste il nostro protagonismo come società civile. Che è fatto del voto quotidiano dei nostri consumi e risparmi, dei percorsi di cittadinanza attiva e delle tante realtà sociali che coniugano creazione di valore economico con impatto sociale ed ambientale. Impariamo la gioia di poter votare ogni giorno per il paese che vogliamo costruendo percorsi di cittadinanza attiva ed acquistando prodotti di qualità e ricchi del valore sociale che le nostre organizzazioni hanno saputo creare sui territori. Per fare solo un esempio. Lo sfruttamento del lavoro e il caporalato si combatte certo con l’aumento dei controlli ma scompare se tutti votiamo col portafoglio per i tanti prodotti caporalato free nella nostra spesa quotidiana.

La forza e la ricchezza di una democrazia dipende dall’articolazione dei protagonismi di tutte queste realtà. Si apre una stagione nuova e comunque affascinante dove siamo chiamati a fare la nostra parte ogni giorno e a costruire insieme (maggioranza, opposizione, società civile) un paese migliore.

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