Guerra

Russia, la mobilitazione fa tremare il paese e suscita fantasmi

8 Novembre Nov 2022 1406 08 novembre 2022

Le notizie sui giornali non ci bastano a capire del tutto la tensione e la caduta libera del morale nella società russa. Per i russi stessi, le notizie sull’Ucraina erano in fondo astratte, finché la mobilitazione non ha bussato alla loro porta… mettendo in luce il bene e il male che è in ciascuno

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Le notizie sui giornali non ci bastano a capire del tutto la tensione e la caduta libera del morale nella società russa. Per i russi stessi, le notizie sull’Ucraina erano in fondo astratte, finché la mobilitazione non ha bussato alla loro porta… mettendo in luce il bene e il male che è in ciascuno

Lida Moniava ha studiato presso la facoltà di giornalismo dell’Università statale Lomonosov di Mosca. Dal 2014 è vice direttore dell’hospice pediatrico Dom s majakom (La casa col faro) e dal 2018 è direttrice dell’omonima fondazione di beneficenza. Ha scelto di restare all'hospice nonostante le difficoltà e raccontare la vita quotidiana.

Cronaca quotidiana del nostro hospice. Una volta alla settimana facciamo una riunione dei dipendenti, per sapere come stanno andando le cose, chi sta lavorando su cosa, per scambiarci le novità. Parte del personale è composta da rifugiati. Quello di oggi è stato un incontro storico per quanto riguarda la condizione della gente.

Una collaboratrice ha spiegato in che modo i rifugiati saranno interessati dalla mobilitazione (dopo 6 mesi che hai ricevuto la cittadinanza già ti possono mobilitare), ma soprattutto non era nelle condizioni di parlare, perché pensava al figlio, che sarà arruolato se non «per primo, di sicuro col secondo turno».

Un’altra dipendente è scappata dalla stanza in lacrime a sentir parlare di mobilitazione: è di Doneck, ha dei parenti là, e ora di là giungono notizie di esplosioni. Un’altra impiegata ha le mani che tremano, un’altra ha il viso sconvolto: entrambe hanno i mariti che sono appena partiti. Per riuscire a vederli in qualche modo, ora che sono in Kazachstan, chiedono se di tanto in tanto possono lavorare a distanza. L’unico impiegato di sesso maschile presente nella stanza ha detto che la sua mobilitazione riguarderà la seconda ondata e non sa cosa fare.

Non c’è nessuno in questa sala che non sia stato toccato personalmente dalla mobilitazione. Io non ne sono direttamente colpita, ma ho 400 dipendenti interessati, il che significa che mi riguarda. All'hospice eravamo così orgogliosi degli uomini che lavorano come tutori dei ragazzi disabili. Era quasi come in Europa, dove l’accompagnamento delle persone disabili è considerato un lavoro degno non solo per le donne ma anche per gli uomini. Dove sono ora gli uomini che una settimana fa portavano in braccio i bambini in fase terminale?

Alcuni sono in Kazachstan, altri in Georgia, altri ancora sono stati convocati e aspettano di partire, altri aspettano la cartolina e hanno paura di uscire di casa.

È finito lo Stato sociale, umanitario con al centro la persona. Non lo è mai stato veramente, ma cercava di sembrare tale. Ora non ci prova nemmeno più.

Il denaro per il quale abbiamo lottato e che ci serviva ad acquistare farmaci, sedie a rotelle, servizi sociali, ora andrà ai parenti per coprire le spese funebri dei caduti al fronte (a proposito, ma di che fronte si tratta? chi, per che cosa, dove combatte, e perché?) oppure come compenso ai mutilati al fronte. Aspettiamo i «cargo 200» con i cadaveri, gli invalidi senza braccia e senza gambe.

Non riesco a capacitarmi, come si fa a pensare che per queste tragedie familiari, in cui i bambini perdono i papà, le donne perdono i mariti, madri e padri perdono i figli, basti pagare a ciascuno 5 milioni e tutto si sistema? Sicuri che si sistemi tutto?

La guerra ha colpito tutti gli ucraini, ma per i russi era «laggiù, da qualche parte». Ora la guerra è entrata in ogni famiglia russa. Andremo come pecore dove ci viene detto di andare o penseremo e prenderemo qualche decisione?

E rinascono i vecchi fantasmi

Nella chat comune dei collaboratori delle fondazioni di beneficienza, hanno chiesto se qualcuno ha per caso dei conoscenti a Tbilisi che possano ospitare un ragazzo per un paio di notti. Qualcuno ha risposto: «È scappato alla mobilitazione? Allora che dorma pure sotto il cielo della Georgia!». Nella chat del condominio in cui abito scrivono che delle persone stanno girando per i piani con dei documenti in mano: che siano quelli del commissariato di leva? Qualcuno risponde: «Ma di cosa vi preoccupate? Non starete mica nascondendo un imboscato?».

È come se personaggi dell’epoca staliniana – spie, delatori, aguzzini, carcerieri, ecc. – fossero improvvisamente usciti dalle tombe e camminassero tra noi come se niente fosse. Hanno riesumato anche i «corvi neri» [i furgoni che portano gli arrestati, ndt], che si aggirano per le nostre strade. Repressioni, arresti, prigioni, inquirenti, intercettazioni. Annessione, occupazione, invasione. Tutto come se fosse la prima volta, con una certa dose di nuovo entusiasmo, come se al nostro paese non fosse mai successo niente del genere, e come se stessimo facendo tutto questo per la prima volta.

Possibile che nessuno si ricordi che queste cose sono già accadute? E come è andata a finire? Perché lo stiamo rifacendo?

Il problema della Russia è che non abbiamo mai lavorato sui nostri errori. Se in un paese è stato commesso un errore, è terribilmente importante chiamare le cose col loro nome. Abbiamo sbagliato! Non bisognava fare così, questo ha portato a conseguenze negative di cui la gente ha sofferto, siamo degli stupidi e abbiamo sbagliato. Per ogni errore c’è un responsabile: è importante indicarlo, perché la responsabilità si incarni in persone concrete, e non sia di tutti e di nessuno.

Ogni errore ha le sue vittime, alle quali bisogna dire: sì, avete sofferto per colpa del tale e del tal altro; è un male di cui chiediamo perdono e che cercheremo di espiare (ad esempio con un risarcimento in denaro), e promettiamo che non lo rifaremo più; creeremo un museo, pubblicheremo un libro, erigeremo un monumento, daremo il nome a una stazione del metro per conservare la memoria di questo errore e per non ripeterlo mai più.

In una piazza del centro di Riga c’è il museo dell'occupazione della Lettonia. In Russia, a scuola non ce ne hanno mai parlato, al Museo storico su questi avvenimenti non c’è nemmeno una sala, e in generale nello spazio pubblico non ve n’è traccia alcuna. Io ho finito le scuole, mi sono laureata all’Università statale di Mosca e non ne sapevo niente.

Il nostro paese ha commesso molti errori storici. Finora da noi non c’è stato un lavoro sugli errori. Non abbiamo chiamato e non chiamiamo le cose con il loro nome. Noi come paese abbiamo commesso una quantità di errori e ci siamo sottratti alle nostre responsabilità, abbiamo taciuto, siamo passati oltre.

Proprio per questo continuiamo a percorrere in tondo sempre lo stesso girone infernale. Così, in pieno XXI secolo, vivono accanto a noi i nuovi delatori, i nuovi aguzzini che fanno il loro mestiere con nuovo entusiasmo. Senza un reale processo di epurazione il nostro paese continuerà a ripetere all’infinito gli stessi errori.

Questo articolo è stato pubblicato da La Nuova Europa

In cover da Telegram, a una fermata del Metro di Mosca la polizia ferma giovani in età da leva

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