Il caso

Enti di promozione sportiva: facciamo chiarezza

18 Novembre Nov 2022 0730 18 novembre 2022

L'intervento del presidente nazionale del Csi (Centro Sportivo Italiano) replica all'inchiesta pubblicata dal Corriere della Sera nei giorni scorsi: "L’articolo è stato molto parziale e superficiale e non tiene conto della nostra natura, oltre ad ingigantire alcuni numeri in modo strumentale"

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Vittorio Bosio
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L'intervento del presidente nazionale del Csi (Centro Sportivo Italiano) replica all'inchiesta pubblicata dal Corriere della Sera nei giorni scorsi: "L’articolo è stato molto parziale e superficiale e non tiene conto della nostra natura, oltre ad ingigantire alcuni numeri in modo strumentale"

Nei giorni scorsi il Corriere della Sera ha affrontato il tema degli Enti di promozione sportiva, mettendone in rilievo alcuni aspetti che possono far pensare, erroneamente, ad una finalità scorrettamente lucrativa. Spiace che l’occasione di parlare di un argomento tanto importante nella vita della nostra Nazione sia stato liquidato con una raccolta di dati che, per quanto abbastanza significativi, non può dare l’esatta misura di cosa rappresentino oggi in Italia gli Enti di promozione sportiva. D’altra parte, per un compito simile non potrebbe mai bastare una pagina di giornale perché servirebbero le analisi e gli approfondimenti che solo un volume può consentire.

Spiace anche per l’occasione persa di informare correttamente i lettori e i cittadini, ma di questi tempi non ci sorprendiamo nemmeno troppo.

Maggiormente spiace, infine, perché dal quadro complessivo non emerge mai l’enorme beneficio che l’attività sportiva “minore” (minore tra virgolette…) rende alla comunità italiana. Non una parola, non una riga per i milioni di ragazzi che hanno, proprio grazie agli Enti di promozione sportiva dei sani punti di riferimento educativo, formativo e sportivo. L’impatto sulla società italiana di questo impegno, svolto per la gran parte da decine di migliaia di volontari è difficilmente calcolabile. E Dio non voglia che un giorno ci si debba rendere conto di cosa si è perso attaccando ingiustamente le piccole società sportive e scoraggiandone i dirigenti.

Così come forse sarebbe bene documentarsi, per scrivere cose corrette, sull’impatto sanitario dell’attività degli Enti di promozione sportiva, perché non può essere sfuggito ai giornalisti impegnati nell’inchiesta, che a livello mondiale si sta facendo ogni possibile sforzo per contrastare la sedentarietà, in particolare dei bambini e dei ragazzi, perché è la causa certificata scientificamente di problematiche devastanti dal punto di vista della salute con effetti pesantissimi anche sulle finanze degli Stati. Sarebbe bastato andare ad analizzare i dati sull’aumento delle malattie come il diabete infantile e le conseguenze che si stanno verificando.

Queste parti, evidentemente fondamentali nel “racconto” di un quadro più veritiero, sono state completamente ignorate. Ma anche i dati analizzati e illustrati con una tendenza con troppe concessioni al desiderio di creare clamore, vanno un po’ meglio illustrati.

Si scrive che gli enti di promozione sportiva “non devono guadagnare”. A prescindere dal fatto che sarebbe necessario chiarirsi sul concetto di guadagno, laddove se è declinato come una ripartizione degli utili è una cosa ma se esso è l’accantonamento di risorse da reinvestire in progetti sociali a favore delle categorie più svantaggiate è tutt’altra cosa, va detto che in effetti, se si intende la prima cosa, gli Enti non guadagnano un bel nulla. Si tratta di una narrazione scorretta, facilmente confermabile dai bilanci resi pubblici, atta a colpire deliberatamente Organismi sportivi che hanno un ruolo sociale ben definito e difficilmente sostituibile, largamente sostenuti, come nel caso del Centro Sportivo Italiano, dal lavoro di migliaia di operatori volontari.

L’articolo mette sullo stesso piatto gli Enti di Promozione Sportiva ed i gestori di impianti, dalle piscine ai centri fitness, dalle scuole di danza ai circoli tennis, ai quali le leggi attualmente in vigore consentono di costituirsi come Associazioni Sportive Dilettantistiche o Società Sportive Dilettantistiche a Responsabilità Limitata e, in quanto tali, di affiliarsi agli enti di promozione sportiva e alle federazioni sportive nazionali. In virtù di questa affiliazione e al possesso dei requisiti previsti dalla legge, le ASD e le SSD ottengono il riconoscimento ai fini sportivi grazie al quale accedono, sempre a norma di legge, alla fiscalità di vantaggio che riguarda tutto il mondo dello sport, nessuno escluso. Un regime fiscale agevolato unico nel suo genere perché tiene conto dei benefici sanitari, sociali, preventivi ed educativi, propri della pratica sportiva organizzata, grazie ai servizi e alle offerte sportive e formative degli Enti e delle Federazioni, dalle ASD ed SSD.

Va, perciò, chiarito che, ad oggi, la fiscalità di vantaggio è assolutamente allineata al rispetto di leggi che non dipendono dagli Enti di promozione sportiva o dalle Federazioni, ma dal Parlamento italiano. Molte riflessioni potrebbero essere fatte sul lungo percorso che il mondo dello sport, in passato ampiamente deregolamentato, ha compiuto negli ultimi 30 anni riguardo agli aspetti giuridici, assicurativi, normativi, di tutela della salute nonché tributari e giuslavoristici. Su questi due ultimi aspetti, ci permettiamo di ricordare che fu il Centro Sportivo Italiano che, fin dal 2017, sollecitò le forze politiche a prendere in considerazione l’introduzione di tutele del lavoro nell’ambito di una più complessa riforma del sistema sportivo; una riforma che riteniamo non debba subire ulteriori rinvii, nonostante le pressioni sotto traccia di alcuni Enti di promozione sportiva e di tante Federazioni nazionali. Allo stesso modo, fu il Centro Sportivo Italiano, unico fra tutti gli Enti di promozione sportiva, che si dichiarò pienamente a favore della proposta di legge a firma dell’attuale senatrice Daniela Sbrollini che prevedeva la creazione della “società sportiva lucrativa”, nome senza dubbio infelice, che, però, individuava uno spaccato reale di palestre, piscine, scuole danza, ecc., che hanno connotati imprenditoriali. Quella proposta non aveva l’obiettivo di defiscalizzare le poche palestre commerciali, motivo per cui fu prematuramente abolita, ma, anzi, di fare emergere dalle tante palestre gestite da società di capitale affiliate ad EPS e FSN un fatturato che, con aliquote agevolate, avrebbe potuto contribuire non poco alla fiscalita’ generale. Dispiace, infine, che il Corriere della Sera non abbia voluto approfondire, ma solo il Centro Sportivo Italiano ha sempre sostenuto l’esigenza di separare il mondo della gestione degli impianti sportivi da quello della promozione sportiva. E ritiene che questa debba ancora essere la strada per il legislatore. Fino a quando, però, palestre, scuole di danza, centri fitness, piscine, ecc., potranno affiliarsi agli Enti di promozione sportiva e alle Federazioni sportive nazionali, il Centro Sportivo Italiano APS non intende respingere nessuno, purché rispetti le leggi, ma anzi collaborare con essi su progetti formativi e sportivi, che vadano a vantaggio, in ultima analisi, dei cittadini che li frequentano.

E veniamo al CSI, che l’articolo del Corriere della Sera cita in modo esplicito e vagamente strumentale ma con profonde inesattezze. In effetti, il giornalista ha tenuto a precisare che il CSI ha accordi con l’ANIF, una associazione di categoria aderente a Confindustria e teso ad offrire servizi standard ai loro iscritti su tutto il territorio nazionale, ma si è dimenticato di spiegare che non tutti i centri ANIF sono affiliati CSI; per la precisione, nell’ultimo anno sportivo, al CSI si sono affiliati 76 centri ANIF e non 800 come riportato nell’articolo; il tentativo di gonfiare i numeri per ingigantire le dimensioni di un fatto per farlo sembrare un problema, è piuttosto goffo e facilmente smentibile, e certamente non è degno di un giornale di rango e di giornalisti d’inchiesta di indubbia esperienza. Il Corriere della Sera si è chiesto a quali altri EPS sono affiliati gli altri 724 centri che gestiscono piscine, palestre, centri crossfit? Perché proprio il CSI? O la risposta non era una risposta “gradita”, oppure l’approssimazione è la cifra del lavoro svolto.

Insomma, l’articolo è stato molto parziale e superficiale e non ha dato conto di tutto quello che si muove nel comparto sport. Sarebbe stato sufficiente chiederlo o consultare il registro ASD, con attenzione e deontologia. Il CSI ha, su 12.342 affiliate, solo il 10% palestre e centri fitness. Su 1.237.995 iscritti, 507.574 sono minorenni e tra questi sono compresi anche gli oltre 600 ragazzi ucraini, in fuga dal conflitto, a cui il CSI ha offerto una opportunità di inclusione nel nostro paese. Il Centro Sportivo Italiano, in quanto rete di terzo settore, ha tra le sue affiliate numerose associazioni di promozione sociale che accolgono minori, stranieri, rifugiati e che sono entrate nel Registro Unico del Terzo Settore anche proprio grazie alla vocazione sociale del CSI. Il CSI ha una policy per la tutela dei minori che fanno sport. Ha attività di promozione sportiva in 24 istituti penitenziari. Svolge attività in quasi 1.000 parrocchie e oratori… Ha progetti di contrasto alla povertà educativa, di prevenzione del cyberbullismo, ecc., in collaborazione con realtà come Save The Children e l’Istituto degli Innocenti di Firenze. Ha avviato percorsi di ingresso nel lavoro di laureati e laureate in scienze motorie attraverso convenzioni con diverse università e sta avviando progetti green per il riciclo di materiali e attrezzature sportive. E da sempre, il CSI ha una particolare attenzione per le atlete e gli atleti con disabilità, prevalentemente di carattere cognitivo-comportamentale, che, nonostante la faticosissima ripresa posta-pandemia, sono quasi 7.000, distribuiti in 670 associazioni sportive, dove svolgono attivita’ motoria e anche sportiva dilettantistica, spesso finanziati da risorse esterne e benefiche per non pesare sulle famiglie come, ad esempio, il recente Campionato Nazionale di Pallavolo Integrata.

Un’altra caratteristica che teniamo a sottolineare è la capillarità del CSI, con le società sportive affiliate che rappresentano un presidio educativo. Il CSI, infatti, è presente nelle periferie più difficili e fragili del Paese, come ad esempio Corvetto a Milano, Scampia a Napoli, Corviale a Roma, Zen a Palermo – con oltre 80 società e 9.400 tesserati che coinvolgono nell’attività sportiva bambini in situazioni disagiate. Un vero servizio alla comunità in dialogo e collaborazione con diocesi e parrocchie – in particolare con gli oratori – e con le istituzioni”.

Una inchiesta giornalistica, con un lavoro più accurato e più “terzo”, avrebbe certamente fatto emergere le vere incongruenze che si annidano, talvolta ai danni di alcuni EPS, ma talaltra ai danni di un apparato pubblico che sostiene la promozione sportiva più a parole che con i fatti.

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